Archivi del mese: dicembre 2019

Cosa Serve Contro La Povertà

Maurizio Ferrera

 

Il reddito di cittadinanza si appresta a celebrare il suo primo compleanno. È stata una riforma importante, che ha dotato il welfare italiano dell’ultimo tassello mancante: la garanzia di un reddito iriinimo a chi è privo di risorse sufficienti per far fronte ai bisogni della vita quotidiana.

L’Unione Europea aveva esortato i Paesi membri a dotarsi di questa misura già nel 1993. L’Italia è stata l’ultima a uniformarsi. Partire in ritardo aggrava i problemi, ma può anche fornire un’opportunità: quella di imparare dall’esperienza altrui. Purtroppo il governo giallo-verde non lo ha fatto. E, inspiegabilmente, ha deciso di ignorare anche la sperimentazione già in corso in Italia, quella del reddito di inclusione (REI). La riforma è così nata con alcuni macroscopici vizi d’origine, che un minimo di preparazione e attenzione avrebbero potuto facilmente evitare.

Il reddito di cittadinanza (RdC) è stato innanzitutto sovraccaricato di funzioni. Il decreto istitutivo lo ha presentato come misura «fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, nonché diretta a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione e alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro».

Troppi obiettivi, che negli altri Paesi sono, correttamente, assegnati a un più ampio ventaglio di politiche. Meglio sarebbe stato focalizzarsi sul contrasto alla povertà e all’emarginazione: una vera emergenza nel nostro Paese, perché riguarda soprattutto i bambini. Fra i nuclei che beneficiano del RdC, quelli con presenza di minori sono «solo» 368.000 su 890.000, ma i loro componenti rappresentano quasi il 60% del totale. Se tutti gli adulti «awiabili» trovassero un lavoro — ipotesi purtroppo poco plausibile, soprattutto al Sud — la sicurezza economica dei nuclei numerosi aumenterebbe, ma la sfida dell’inclusione sociale resterebbe pressoché inalterata (pensiamo all’evasione scolastica o alla povertà educativa). Come avviene negli altri Paesi, lo strumento da privilegiare su questo fronte è il welfare locale: un insieme capillare di servizi sociali volti a «capacitare» le persone e non solo a sussidiarle. Per fortuna, l’infrastruttura costruita dal REI non è stata cancellata. È da qui che bisogna ripartire.

Un secondo vizio d’origine del RdC è legato agli importi. Al di là dei vantaggi politicocomunicativi, non è chiaro perché il governo giallo-verde e in particolare l’ex ministro del Lavoro Di Maio si siano impuntati sui famosi 780 euro mensili. Si tratta di una cifra che — espressa in percentuale del reddito mediano — è quasi il doppio degli importi che Francia o Germania prevedono per una persona singola priva di risorse. Una soglia così alta ha ristretto i margini di manovra per la cosiddetta «scala di equivalenza», in base alla quale calibrare l’ammontare della prestazione tenendo conto dei familiari. Così un nucleo di sei componenti finisce per ricevere, in inedia, solo 150 euro in più al mese rispetto a una coppia senza figli. Un paradosso, considerando appunto gli alti livelli di povertà minorile.

Il terzo difetto congenito del RdC riguarda l’inserimento lavorativo. Le esperienze internazionali segnalano che le difficoltà non provengono solo dall’offerta (scarse competenze e capacità dei disoccupati) ma anche da quello della domanda (disponibilità di posti e richieste da parte delle imprese). Le politiche attive — quelle affidate ai centri per l’impiego e ai famosi navigator — hamio un’elevata probabilità di fallire nei contesti privi di opportunità d’impiego. Nella maggior parte dei casi, gli «awiabili» rischiano di trasformarsi da poveri in cerca di lavoro a lavoratori poveri e precari. Per contrastare questa spirale, molti Paesi hanno agito in due direzioni. Innanzitutto introducendo incentivi selettivi alle assunzioni, per abbassare il costo del lavoro. In secondo luogo, hanno erogato sussidi pubblici alle basse retribuzioni. Il provvedimento istitutivo del RdC prevede alcuni passi almeno nella prima direzione. È urgente intensificare gli sforzi, sennò è ben difficile che i Patti di Servizio e quelli di Lavoro possano produrre risultati. E in particolare nel Mezzogiorno il RdC finirà per degenerare in un sussidio a perdere, bersaglio di quelle pratiche di cattura clientelare e di corruzione che sono state ima costante storica del nostro welfare.

Sul reddito di cittadinanza si è aperto da qualche tempo uno sterile confronto fra attaccanti e difensori l’un contro l’altro armati. La cultura politica italiana è ben poco attrezzata per ragionare in modo empirico e pacato sulle politiche pubbliche. In questo caso, sarebbe bene però cambiare registro. La povertà è un problema serio e reale, soprattutto se colpisce i bambini: la civiltà di un Paese si misura anche in base alla capacità di occuparsi dei suoi cittadini più vulnerabili. Per evitare la palude delle recriminazioni e dell’inazione, è il governo che deve dare presto un segnale. Il provvedimento istitutivo prevede un Rapporto annuale sull’attuazione del RdC. Lo aspettiamo e ci aspettiamo che sia uno studio serio e valutativo, non una semplice collezione di tabelle. Se il Conte 2 vuole essere un governo di legislatura, il reddito di cittadinanza deve restare ai primi posti dell’agenda: non per «abolire la povertà», ma per contrastarla nel modo più efficace.

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su Il Corriere della Sera del 29 Dicembre 2019

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La Rivoluzione delle Campagne

Maurizio Ferrera

 

Il futuro dell’Europa è la campagna». Così recita il titolo di una recente pubblicazione della Commissione europea. Detto così, il messaggio suona poco convincente. I. motori del progresso non sono oggi collocati all’interno delle grandi città? Nei grattacieli e nei centri direzionali, nelle istituzioni finanziarie, nelle università e negli istituti di ricerca? Per chi ha interessi culturali, curiosità sociali, esigenze di relazione e così via, vivere o lavorare lontano dalle metropoli non appare al momento una prospettiva allettante. Per la campagna, la sfida del futuro sembra piuttosto quella di non perdere troppo terreno a favore delle città e del loro dinamismo in termini di risorse e opportunità. La Commissione prospetta però un futuribile (un futuro possibile) non privo di plausibilità. La rivoluzione verde e le nuove tecnologie potrebbero infatti radicalmente cambiare il volto dei contesti extra-urbani, il veni taglio delle loro vocazioni produttive e l’intero «modo di vivere» rurale. Immaginiamo un ambizioso programma di investimenti a lungo termine (co-finanziati dall’Unione Europea) in alcune cruciali direzioni. Innanzitutto, infrastrutture economiche e sociali, mobilità veloce, banda larga, servizi di connessione super-rapida che rendano quasi superflui gli incontri di lavoro faccia a faccia. Seconda direzione d’investimento: potenziamento del capitale umano e ambientale, servizi di qualità, sia di prossimità (asili, cura per gli anziani) sia a distanza (pensiamo ai progressi della telemedicina o dell’apprendimento online), n tutto volto non solo a modernizzare le filiere tradizionali dell’economia rurale, ma anche a crearne di nuove, connesse alla gestione del cambiamento climatico e delle risorse naturali.

Ipotizziamo poi che questi nuovi contesti vengano punteggiati da una rete di smart village, di «borghi intelligenti» innervati di tecnologie digitali e alimentati da energie pulite. Certo, rispetto alla vita metropolitana resterebbero alcune differenze e svantaggi. Ma questi sarebbero largamente compensati da benefici in termini di qualità ambientale, paesaggistica, alimentare, abitativa e così via. Una quota significativa della «nuova classe media», che è diventata la protagonista dell’economia dei servizi e della conoscenza, potrebbe davvero decidere di mollare le ancore che, per amore ma spesso anche per forza, la tengono legata alle grandi aree metropolitane.

C’è già stato un momento, nella storia nord-europea, in cui i contesti rurali furono protagonisti di innovazione economica e qualità sociale. Nel XTX secolo, il processo di modernizzazione economico-sociale della Scandinavia ebbe il suo primo fulcro proprio nelle campagne. La terra apparteneva a un ceto di «liberi contadini», con buoni livelli di istruzione e molta intraprendenza. A fronte della crescente concorrenza dei prodotti statunitensi, questo ceto reagì con un vasto programma di iniziative e investimenti, che resero l’agricoltura molto più efficiente e la vita e il lavoro in campagna molto più attrattivi di quelli delle città, abbruttite dai «mulini satanici» della prima industrializzazione.

Fra il passato e il futuro c’è di mezzo il presente. Qual è l’attuale profilo dell’Europa rurale e dei campanili? Si tratta di un quadro a macchie di leopardo. Qua e là s’intravede qualche indizio del «futuribile» prospettato dalla Commissione, inclusi alcuni prototipi di smart village. In molti contesti sembrano essersi arrestate le tendenze (che sembravano inesorabili) alla marginalizzazione e al depauperamento materiale, sociale e demografico. Ma in generale il saldo fra innovazione e declino/arretratezza risulta ancora negativo. Per limitarci all’Italia, le cosiddette «aree interne» (più di quattromila comuni, con 13,5 milioni di abitanti) sono a tutt’oggi caratterizzate da forti penalizzazioni in termini di accesso ai servizi, anche essenziali. A dispetto di una ambiziosa strategia di rivitalizzazione avviata nel 2013, queste zone appaiono ben lontane dalle previsioni smart della Commissione — anche se in molti casi il potenziale ci sarebbe.

Poi c’è un altro aspetto importante. Nella Scandinavia di fine Ottocento, la campagna riuscì a diventare protagonista non solo sul piano economico e sociale, ma anche politico. I liberi contadini si mobilitarono e fondarono dei partiti. Il welfare state nordico nacque proprie da un’alleanza strategica fra i partiti agrari e quelli socialdemocratici, che durò per molti decenni. I programmi di welfare di stampo universalistico (estesi, appunto, anche ai lavoratori autonomi) servirono a stabilizzare il reddito di operai e contadini, impiegati e piccoli proprietari terrieri, in un nuovo contesto di concorrenza internazionale. Insomma: solidarietà collettiva tramite imposte e trasferimenti, per restare competitivi rispetto alle aziende americane. Una strategia completamente diversa da quella seguita dall’Italia di allora, dove per conservare il latifondo si innalzò il dazio sul grano: una misura per proteggere le rendite agrarie chiudendosi alla competizione esterna.

Ma che cosa sappiamo degli orientamenti politici degli attuali elettori rurali? È chiaro che le chance di realizzazione del futuribile smart della Commissione europea saranno maggiori o minori a seconda degli interessi e preferenze di chi vive in campagna oggi, non di chi ci andrà a vivere domani. Le tabelle di sinistra (sostegno all’integrazione europea) e di destra (auto-collocazione politica) del grafico pubblicato in queste pagine ci danno qualche spunto per riflettere.

Gli orientamenti nei confronti dell’integrazione europea segnalano il grado di disponibilità all’apertura: ad accettare e sostenere il processo di integrazione europea, il mercato interno e la moneta unica, la libertà di movimento. Valori superiori al 5 indicano che, in media, gli elettori che hanno partecipato al sondaggio appoggiano la Ue: quanto più alto il valore dell’indice, tanto più gli elettori desiderano un’Unione forte e integrata. Iniziamo con il dire che l’orientamento nei confronti dell’Ue tende al positivo: è pari o superiore a 5 in tutti i Paesi. Possiamo tuttavia osservare che, ad esclusione della Polonia, il sostegno tende ad aumentare quando ci si sposta dalla campagna e dai piccoli centri alle città medio-grandi e alle metropoli. Un risultato che non sorprende: le nuovi classi medie sono più istruite e più connesse, cioè inserite in un sistema di scambi e relazioni transnazionali che porta loro dei vantaggi.

All’interno di questa tendenza generale, si notano però alcune significative variazioni. Il. favore nei riguardi dell’Unione è più alto nell’Europa del Sud e dell’Est piuttosto che nel Nord. In Francia, Olanda e Svezia i residenti della «provincia» sono più tiepidi verso la Ue rispetto a quelli degli altri Paesi. Il caso svedese non stupisce, ma il tiepido europeismo della provincia francese sì. Il meglio, stupisce che i ceti rurali del Paese tradizionalmente favorito dalla politica agricola comune non mostrino oggi maggiori simpatie per l’Europa. Sappiamo però che è proprio nelle province che è maturato il risentimento anti-élite che ha alimentato il movimento lepenista e, nell’ultimo anno, la mobilitazione di piazza dei gilets jaunes. L’Olanda è dal canto suo il Paese con il maggiore divario fra periferia rurale e grandi città (essenzialmente Amsterdam). Evidentemente il populismo quasi xenofobo della nuova destra olandese ha fatto molti proseliti all’interno della classe media tradizionale, alla quale appartengono anche gli agricoltori di questo ricco Paese.

La tabella a destra si focalizza sull’Italia e fornisce un profilo politico-ideologico degli elettori in base all’asse campagna-città-metropoli. Due i dati interessanti. Nei contesti rurali e nelle piccole città quasi un quarto di elettori rifiuta di collocarsi. In parte ciò è legato ai più bassi livelli di istruzione; in parte il dato esprime sentimenti di frustrazione e astio contro «il centro» e le sue élite. Fra coloro che accettano di collocarsi sulla dimensione ideologica, prevalgono il centro e la destra. Ci sono più di 10 punti di differenza fra il sostegno che la sinistra riceve nelle metropoli e quello che riceve in provincia. Si conferma la ricomposizione della base sociale dei partiti di sinistra: non più «falci e martelli», ma il nuove ceto medio urbano, prevalentemente istruito.

Analizzato attraverso le lenti della politica, il panorama delle campagne e dei piccoli centri europei attualmente non appare molto in linea con lo scenario smart preconizzato dalla Commissione. In quello scenario, le campagna diventerebbe parte integrante della nuove ondata di modernizzazione, legata a doppio filo con integrazione europea e globalizzazione. Dalle ricerche empiriche emerge invece con chiarezza che i territori 1 bassa intensità di urbanizzazione sono oggi quelli in cui il potenziale di «rivalsa» contro la globalizzazione, le sue dinamiche e le sue élite risulta più elevato. Sappia mo che la Brexit ha stravinto nelle aree rurali. Gli agricoltori belgi della Vallonia hanno tenuto in ostaggio l’Unione Europea per settimane, determinati a impedire la firma del Trattato di libero scambio con il Canada (Ceta). In Austria, la destra populista ha sempre fatto il pieno dei consensi in campagna e nei piccoli centri. E, in Germania, Alternative fur Deutschland (Afd) — il partito antieuropeista originato da un movimento di professori — è oggi radicato soprattutto nelle zone rurali dei Länder orientali.

Accanto allo scenario tecno-bucolico della Commissione si può dunque profilare uno sviluppo di segno in teramente opposto. La sovrapposizione, cioè, della con frapposizione fra cosmopoliti e provinciali a quella cit tà-campagna e una radicalizzazione dei conflitti fra cen tri e periferie, sul piano economico, culturale e politico Una specie di riedizione sotto nuove spoglie delle guerre di Vandea, scoppiate in quella regione rurale contro lj Rivoluzione francese. Non sarebbe un futuro desiderabile. Ma per contrastarlo servono strategie ad ampie raggio, sorrette da adeguate risorse finanziarie. E, soprattutto, da impegno e lungimiranza politica.

 

 

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su LaLettura del 15 Dicembre 2019

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Democrazia è In Crisi, Va Riformata Puntando Su Separazione e Concorrenza Fra Saperi

Maurizio Ferrera

 

Le democrazie liberali incontrano oggi crescenti difficoltà nell’offrire risposte efficaci ai problemi collettivi e al tempo stesso rispondere alle domande dei cittadini. Nel contesto europeo, i governi nazionali hanno cercato di risolvere la prima sfida facendo leva sull’Ue e delegando alcune politiche, come quella monetaria, a istituzioni indipendenti. Molti considerano però questa soluzione come una deriva “tenocratica”.

La seconda sfida è più ostica: è infatti connessa alla progressiva erosione delle tradizionali strutture di collegamento fra élite e gente comune (partiti, sindacati, associazioni divaria natura). Internet e i social media sono diventati i principali punti di riferimento. L'”infosfera” è tuttavia un’arena fredda; chi la naviga fa fatica a orientarsi. Si diffonde così quella che Emile Durkheim chiamava “anomia”, la carenza di credenze e sentimenti condivisi, sviluppati tramite incontri inter-personali diretti, capaci di fornire un senso e obiettivi comuni alla vita associata. È su questo terreno fertile che hanno trovato spazio le formazioni populiste. Nessun regime politico, men che meno la democrazia, può sopravvivere a lungo fra l’incudine della sfiducia e il martello dell’anomia, nel rischio di insanabili spaccature.

Un nuovo modello

Per sottrarsi a questa morsa, la democrazia liberale deve auto-riformarsi. Come evitare innanzitutto il rischio tecnocratico (decisioni prese da “tecnici”, più o meno sedicenti esperti)? Partiamo da un dato di fatto. I governi devono fronteggiare questioni sempre più complesse (pensiamo alla finanza o allo stesso cambiamento climatico), che richiedono competenze sofisticate. La democrazia come governo da parte del popolo deve farsi sorreggere da istituzioni e meccanismi che la rendano “intelligente”, più capace di capire, interpretare, risolvere. È la tecnocrazia, qualcuno può obiettare. No: chiamiamola semmai democrazia epistemica o “basata sulla conoscenza”.

In questo modello, l’antidoto alla tecnocrazia è quello classico di James Madison. Pesi e contrappesi, concorrenza fra poteri. Oggi questa concorrenza va estesa ai saperi: sapere economico verso sapere sociale e politico; sapere descrittivo su come funziona il mondo e sapere normativo, che chiarifica i valori verso cui tendere. Un esempio concreto. Immaginiamo che oltre all’Unione economica e monetaria si istituisca anche mia Unione sociale europea. E che i tanti consigli e comitati oggi presidiati da esperti in economia e finanza abbiano nuove controparti che includano esponenti di altre discipline sociali – compresa le filosofie pratiche. Aggiungiamo che entrambe le Unioni si confrontino periodicamente con gruppi consultivi di cittadini.

In questo modello (da applicare soprattutto nelle arene sovra o internazionali) resterebbe comunque debole, è vero, il contributo dal basso, quello diretto del popolo. Ma la separazione e la concorrenza fra i saperi e le consultazioni periodiche garantirebbero la qualità democratica di altre due attività: il governo per il popolo e con il popolo. Del resto, qual è l’alternativa? In parte, dobbiamo rassegnarci a considerare alcune politiche pubbliche alla stregua di terapie mediche o interventi ingegneristici. L’efficacia del risultato dipende dalle competenze di chi prescrive o progetta.

La sfida della sfiducia

Il secondo versante di auto-riforma riguarda “il basso”, il mondo della vita che abitiamo tutti i giorni insieme a familiari, amici, colleghi e così via. Un mondo strettamente collegato al territorio, alle opportunità che ci offre. Anche qui c’è bisogno di “intelligenza”. Ma non intesa come una serie di competenze sofisticate e difficilmente accessibili, bensì più semplicemente come ragionevolezza, buon senso e collaborazione collettiva. Si deve chiudere o aprire un ospedale, una scuola, un servizio pubblico? Come ri-organizzare localmente i tempi di lavoro, gli orari degli uffici pubblici, l’assistenza ai non auto-sufficienti, la disoccupazione giovanile? Su temi come questi, tutti noi abbiamo competenza adeguata per partecipare alle decisioni. E potremmo farlo non solo votando i nostri rappresentanti, ma attraverso una pluralità di forme e arene di deliberazione pubblica. Nel Grand Débat che Emmanuel Macron ha promosso a seguito della protesta dei gilet jaunes sono emerse tante idee e proposte su come procedere in questa direzione. Che consentirebbe di praticare il massimo di governo del popolo compatibile con la complessità del mondo di oggi.

Resta la sfida della sfiducia e dell’anomia: del collante di idee, valori ed emozioni che forniscano a ciascuno di noi una identità equilibrata e stabile. È chiaro che il nazionalismo (xenofobo) e il populismo antagonista (noi, il popolo, contro loro, le élite) sono una minaccia e non una soluzione. L’ambientalismo può essere un’alternativa e come tale si sta già in parte affermando (in Germania i Verdi hanno ottenuto più del 20% di consensi). Ma il collante adatto per il nuovo modello di democrazia intelligente è quasi tutto da costruire. Se ne cominciano a vedere solo i primi tratti. Innanzitutto, nuove forme di attaccamento al territorio (il contesto della democrazia del popolo), senza tuttavia pulsioni esclusive (questa è casa mia). E al tempo stesso il formarsi graduale, in particolare fra i giovani, di una seconda identità che chiamerei “euro-polita”, indirizzata verso l’Ue, intesa come famiglia di popoli che desiderano decidere insieme, ma non come un sola comunità indifferenziata. I sondaggi segnalano che il potenziale per questo collante c’è per quanto riguarda gli elettori. Ciò che manca, per ora, è una classe dirigente che lo faccia proprio e lo metta in circolo per aggregare il consenso. In modo “intelligente”, se possibile.

 

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su Il Corriere della Sera del 29 Dicembre 2019

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Il Filo Verde dell’Europa – Un Patto Sociale dell’Europa Per Lanciare L’economia Verde

Maurizio Ferrera

 

Green Deal –  La nuova presidente della Commissione Uè Ursula von der Leyen esordisce a Madrid per la conferenza Onu sul clima. E proprio l’ecologia costituisce la sua sfida principale

 

La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen debutta a Madrid alla Conferenza Onu sul clima. Nel suo primo giorno di lavoro, cioè domani, la neopresidente della Commissione Uè Ursula von der Leyen si recherà a Madrid per l’apertura della conferenza Onu sul clima. Un gesto in linea con il «filo verde» che percorre il programma del nuovo esecutivo Ue. La priorità dei prossimi cinque anni sarà infatti il Green Deal, un grande piano europeo per favorire la transizione energetica. La stampa intemazionale non ha mancato di cogliere la svolta: non era mai successo che il cambiamento climatico diventasse il primo punto di un’agenda di governo, legittimata da un Parlamento.

La transizione energetica è oggi la madre di tutte le sfide. Se non diminuiamo le emissioni nocive, ci aspetta una spirale di catastrofi naturali. L’Europa sta già facendo la sua parte: produce il 20% del reddito globale, ma è riuscita a portare il livello dei propri gas serra al 1096 del totale. La nuova Commissione vorrebbe trasformare la Ue nella prima area economica «neutrale rispetto al clima» entro il 2050: sarebbe un successo planetario.

L’approccio della Commissione è ambizioso e al tempo stesso pragmatico. Non guarda alla difesa del clima in modo «assoluto», a discapito di ogni altro valore. Piuttosto mira a trasformare la transizione energetica in un moltiplicatore di crescita e occupazione. Grazie a nuove risorse e incentivi, gli investimenti verrebbero orientati verso impieghi connessi alla sostenibilità. Creando nuove filiere (mobilità sostenibile, energie pulite, rinnovamento edilizio) e posti di lavoro.

Certo, la transizione avrà dei costi sociali. Come sostenerli? Questione delicatissima. La neopresidente Von der Leyen pensa di accompagnare il Green Deal con un Patto sociale per una transizione equa. La Uè canalizzerebbe una quota significativa del proprio bilancio verso la protezione dei lavoratori e dei territori interessati, la formazione dei giovani ai nuovi lavori basati su energie pulite e la lotta alla cosiddetta povertà energetica delle famiglie, in termini sia di accesso alle reti sia di bollette.

C’è un altro motivo che rende la svolta verde della Commissione particolarmente apprezzabile: il senso di responsabilità che l’ha ispirata. Nei confronti sia delle esigenze dell’«intero» (la Uè nel suo complesso, in ultima analisi tutto il pianeta), sia dei cittadini e delle loro aspettative. Non si tratta solo del fenomeno Greta, ma più in generale della nuova consapevolezza ambientale maturata dall’opinione pubblica europea. Secondo i sondaggi Eurobarometro, il cambiamento climatico è ormai ai primi posti fra le preoccupazione degli elettori. Nel 2018 novemila sindaci, in rappresentanza di 230 milioni di cittadini europei, hanno firmato un Patto e si sono impegnati a decarbonizzare completamente le proprie città entro il 2050.

Inoltre, il programma verde della nuova Commissione è stato votato dalla maggioranza dei membri del Parlamento, eletti direttamente dai cittadini europei. Le istituzioni Ue sono spesso criticate per la loro distanza dalle persone comuni e il loro stile tecnocratico, che impone obiettivi e vincoli dall’alto. Questa volta è però difficile negare alla svolta verde piene credenziali di legittimità democratica.

Non saranno rose e fiori. I Paesi membri hanno sensibilità e interessi diversi. Il tema del cambiamento climatico s’incrocerà con quello fiscale. Entrambi dovranno passare dalle forche caudine delle compatibilità finanziarie, sulle quali vigila un austero guardiano, Valdis Dombrovskis. Garantire una transizione equa potrà sollevare delicate questioni di redistribuzione fra Paesi. Nel Parlamento, un terzo dei membri ha poi votato contro la Risoluzione sul clima approvata giovedì. Fra i dissidenti, vi sono persino alcuni membri del partito della neopresidente, i popolari europei. Sappiamo poi che quanto più aumenta la visibilità pubblica di un tema, tanto più alto è il rischio di conflitti e di polarizzazione delle opinioni. Si potrebbe dire: è la democrazia, bellezza. Ed è vero che in democrazia disaccordi e litigi non sono necessariamente un problema, anzi possono essere veicolo di integrazione. A patto che restino circoscritti a questioni di merito, rispetto alle quali si possano creare alleanze anche trasversali.

Per la Ue, il rischio più grave è che le linee di conflitto che di volta in volta emergono si sovrappongano ai confini territoriali, come è avvenuto nell’ultimo decennio: Nord contro Sud, Est verso Ovest. Se così dovesse accadere, oltre alla catastrofe climatica ci sarebbe anche quella politica: la Ue diventerebbe insostenibile proprio in quanto Unione. I rischi ambientali sono per fortuna meno divisivi di quelli economico-finanziari. Se ben gestito, il Green Deal potrebbe persino sanare le ferite ancora aperte sul terreno delle finanze pubbliche e dei flussi migratori. Ursula von Der Leyen è una leader politica consumata e coraggiosa. Auguriamoci che sappia fare di necessità virtù, usando l’emergenza ambientale anche come opportunità di riconciliazione politica.

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su Il Corriere della Sera del 01 Dicembre 2019

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