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Welfare oltre lo Stato

La crisi dell’ultimo decennio ha creato enormi difficoltà ai sistemi pubblici di protezione sociale, stringendoli nella morsa delle risorse calanti e dei bisogni crescenti. Il “martello” dei bisogni ha forse colpito più dell’”incudine” delle risorse. La spesa sociale a prezzi costanti pro-capite non è diminuita. Ma non è stata in grado di fornire risposte adeguate al moltiplicarsi delle difficoltà materiali e delle nuove vulnerabilità generate dalla Grande Recessione. Diseguaglianza e povertà sono così aumentate. Molte famiglie hanno sofferto pesanti arretramenti nel proprio tenore di vita. Dati i persistenti squilibri del nostro welfare pubblico, le aree di bisogno rimaste maggiormente scoperte sono (state) quelle dell’assistenza e dei servizi sociali, soprattutto per le famiglie numerose e senza saldi ancoramenti al mercato del lavoro.

In risposta alla forte pressione dei bisogni, si sono attivati canali di risposta aggiuntivi rispetto  a quelli pubblici. La sfera del welfare è un “diamante” a quattro punte. Oltre allo Stato, contribuiscono al benessere delle persone il sistema-famiglia, il mercato, le associazioni intermedie.  Gli studiosi avevano  documentato un “risveglio” di queste componenti/attori del diamante già prima della crisi.  Quest’ultima ha però accelerato il trend, che da vari anni è osservato da Percorsi di Secondo Welfare, un laboratorio di analisi e documentazione lanciato sei anni fa dal Corriere e realizzato dal Centro Einaudi di Torino.

Nel suo Terzo Rapporto, appena uscito e disponibile sul sito  (www.secondowelfare.it),  Percorsi ha fatto il punto sulle realizzazioni più significative dell’ultimo biennio.  Particolare attenzione è stata dedicata al mondo delle associazioni intermedie, a partire dalla filantropia.   Le fondazioni  (bancarie, di comunità, di partecipazione, d’impresa e così via) sono diventate protagoniste sempre più importanti nel sistema di welfare italiano. Hanno messo  in campo interventi volti a rispondere  al molte delle aree di bisogno largamente scoperte nel nostro Paese: ad esempio povertà infantile, disabilità, non autosufficienza,  integrazione dei migranti. Hanno affinato gli strumenti per aggredire  problemi  specifici senza perdere di vista  l’inclusione di tutti.  Il loro ruolo è diventato strategico nell’offerta di progettualità e iniziative che puntano a diventare sistema (andando oltre le sperimentazioni) e che insieme mirano a portare allo scoperto le potenzialità dei territori e delle comunità.  Le fondazioni sono anche catalizzatrici di risorse per incrementare la portata dei finanziamenti  pubblici e facilitatrici di processi di programmazione degli interventi.  La riforma del Terzo Settore è destinata a creare nuove opportunità di crescita e riconoscibilità del ruolo degli enti filantropici. Dalle analisi del Terzo Rapporto sul Secondo Welfare si evince il netto passaggio dalla filantropia come charity ad una neo-filantropia come volano di sviluppo locale e delle comunità.

In un profetico saggio apparso nel 1981, il politologo e studioso di welfare americano Hugh Heclo aveva previsto l’avvio di una nuova fase di “sperimentazione” nello sviluppo a lungo termine del welfare state.  Aggiungendo che questa nuova fase non si sarebbe presentata non come un’ondata, ma come un successione di increspature.  Questa metafora ben si presta a rappresentare il cambiamento del welfare che stiamo oggi vivendo: la graduale formazione, senza strappi,  di un secondo welfare  non alternativo ma complementare al primo, in quanto capace di oltrepassarne i limiti finanziari e organizzativi.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 28 novembre 2017

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