Archivi del mese: novembre 2017

Welfare oltre lo Stato

La crisi dell’ultimo decennio ha creato enormi difficoltà ai sistemi pubblici di protezione sociale, stringendoli nella morsa delle risorse calanti e dei bisogni crescenti. Il “martello” dei bisogni ha forse colpito più dell’”incudine” delle risorse. La spesa sociale a prezzi costanti pro-capite non è diminuita. Ma non è stata in grado di fornire risposte adeguate al moltiplicarsi delle difficoltà materiali e delle nuove vulnerabilità generate dalla Grande Recessione. Diseguaglianza e povertà sono così aumentate. Molte famiglie hanno sofferto pesanti arretramenti nel proprio tenore di vita. Dati i persistenti squilibri del nostro welfare pubblico, le aree di bisogno rimaste maggiormente scoperte sono (state) quelle dell’assistenza e dei servizi sociali, soprattutto per le famiglie numerose e senza saldi ancoramenti al mercato del lavoro.

In risposta alla forte pressione dei bisogni, si sono attivati canali di risposta aggiuntivi rispetto  a quelli pubblici. La sfera del welfare è un “diamante” a quattro punte. Oltre allo Stato, contribuiscono al benessere delle persone il sistema-famiglia, il mercato, le associazioni intermedie.  Gli studiosi avevano  documentato un “risveglio” di queste componenti/attori del diamante già prima della crisi.  Quest’ultima ha però accelerato il trend, che da vari anni è osservato da Percorsi di Secondo Welfare, un laboratorio di analisi e documentazione lanciato sei anni fa dal Corriere e realizzato dal Centro Einaudi di Torino.

Nel suo Terzo Rapporto, appena uscito e disponibile sul sito  (www.secondowelfare.it),  Percorsi ha fatto il punto sulle realizzazioni più significative dell’ultimo biennio.  Particolare attenzione è stata dedicata al mondo delle associazioni intermedie, a partire dalla filantropia.   Le fondazioni  (bancarie, di comunità, di partecipazione, d’impresa e così via) sono diventate protagoniste sempre più importanti nel sistema di welfare italiano. Hanno messo  in campo interventi volti a rispondere  al molte delle aree di bisogno largamente scoperte nel nostro Paese: ad esempio povertà infantile, disabilità, non autosufficienza,  integrazione dei migranti. Hanno affinato gli strumenti per aggredire  problemi  specifici senza perdere di vista  l’inclusione di tutti.  Il loro ruolo è diventato strategico nell’offerta di progettualità e iniziative che puntano a diventare sistema (andando oltre le sperimentazioni) e che insieme mirano a portare allo scoperto le potenzialità dei territori e delle comunità.  Le fondazioni sono anche catalizzatrici di risorse per incrementare la portata dei finanziamenti  pubblici e facilitatrici di processi di programmazione degli interventi.  La riforma del Terzo Settore è destinata a creare nuove opportunità di crescita e riconoscibilità del ruolo degli enti filantropici. Dalle analisi del Terzo Rapporto sul Secondo Welfare si evince il netto passaggio dalla filantropia come charity ad una neo-filantropia come volano di sviluppo locale e delle comunità.

In un profetico saggio apparso nel 1981, il politologo e studioso di welfare americano Hugh Heclo aveva previsto l’avvio di una nuova fase di “sperimentazione” nello sviluppo a lungo termine del welfare state.  Aggiungendo che questa nuova fase non si sarebbe presentata non come un’ondata, ma come un successione di increspature.  Questa metafora ben si presta a rappresentare il cambiamento del welfare che stiamo oggi vivendo: la graduale formazione, senza strappi,  di un secondo welfare  non alternativo ma complementare al primo, in quanto capace di oltrepassarne i limiti finanziari e organizzativi.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 28 novembre 2017

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Merkel e quell’assenza dai tanti motivi

Maurizio Ferrera

Secondo Eurobarometro, il 62% degli europei ritiene che la società del futuro debba dare più importanza alla solidarietà che all’individualismo. La proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali è andata in questa direzione. Come riconosce Dassis, vi è però il rischio che succeda poco di concreto. L’assenza di Merkel è un brutto segnale: riflette una certa riluttanza democristiana nell’impegnarsi sul fronte sociale. Ed è stato uno sgarbo verso i Paesi sudeuropei, ardenti sostenitori del Pilastro. C’è un’altra ombra: le ambiguità dei sindacati, che da sempre fondamentali per il welfare nazionale, a Bruxelles fanno fatica a parlare con una sola voce. In buona parte, il deficit sociale della Uè è dunque autoinflitto. L’integrazione europea non può ignorare la storia. Senza sindacati capaci di comporre gli interessi dei lavoratori a cavallo dei confini il Pilastro fallirà. Merkel lo sa e forse è anche per questo che ha bigiato il vertice.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 20 Novembre 2017

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L’Europa avrà un’anima sociale Anzi, un pilastro

Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci 

Nelle prossime due settimane la città di Goteborg, Svezia, sarà la capitale dell’Europa sociale. Mercoledì si terrà un incontro interministeriale sulle pari opportunità e l’eguaglianza di genere, fortemente voluto da un governo, quello di Stoccolma, composto in maggioranza da donne.

Il 17 novembre avrà poi luogo un vero e proprio summit sociale in pompa magna. I capi di Stato e di governo nonché i presidenti delle istituzioni europee apporranno la loro firma alla proclamazione interistituzionale del Pilastro europeo dei diritti sociali. H testo del Pilastro definisce i contorni della dimensione sociale Uè con riferimento a tre macro-aree tematiche: «pari opportunità e accesso al mercato del lavoro», «condizioni di lavoro» e, non in ultimo, «protezione sociale e inclusione».

Per ciascuna macro-area vengono elencati i diritti da tutelare, per un totale di 20. Si va dal diritto «a un’educazione e un aggiornamento professionale di qualità», alla garanzia di ricevere «un compenso che garantisca il soddisfacimento dei bisogni di lavoratori, lavoratrici e rispettive famiglie», fino al diritto ad «un’adeguata rete di protezione sociale, a prescindere dalle specifiche forme contrattuali».

Come si integrerà tutto ciò nell’attuale assetto di governance economica dell’Ue e dell’Eurozona? La Commissione ha elaborato una scoreboard che traccerà il progresso (o meno) dei Paesi rispetto ai singoli diritti: come e quanto vengono tutelati? I risultati delle analisi riassunte nella scoreboard confluiranno direttamente nel sistema di supervisione del Semestre europeo, garantendo — idealmente —un equilibrio tra priorità economiche e sociali. Al di là del meccanismo di governance, il testo rappresenta un punto di riferimento importante per governi, sindacati, associazioni di categoria e stakeholder dei vari Paesi per sviluppare una dialettica coerente e coordinata. Insomma, ora spetta a tutte le componenti sociali — e non solo alle istituzioni Uè—favorire il rispetto e il rafforzamento della dimensione sociale dell’Ue all’interno delle discussioni pubbliche nazionali ed europee.

Distacchi in linea

Sempre sul fronte sociale, i governi Uè hanno inoltre approvato, a maggioranza, la cornice generale per la revisione della Direttiva sui lavoratori distaccati. Il testo licenziato dal Consiglio prevede la riduzione del tempo massimo di permanenza dei lavoratori distaccati in un altro Paese, da 18 a 12 mesi (basta però una notifica da parte del datore di lavoro per prolungare di altri 6 mesi). Ma l’elemento più importante riguarda i livelli di compenso e di contributi sociali: dovranno entrambi essere in linea con la legislazione del Paese di effettiva esecuzione del servizio. L’accordo premia i recenti sforzi diplomatici e di leadership di Emmanuel Macron che, così, riesce anche a tenere fede alle proprie promesse elettorali. Hanno infatti votato a favore Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia: si tratta proprio del gruppo di Paesi al centro di un tour diplomatico estivo del Presidente francese. Contro hanno invece votato Lettonia, Lituania, Ungheria e Polonia.

La proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali e la modifica della Direttiva sui lavoratori distaccati cercano di controbilanciare gli effetti negativi—sul piano sociale e politico — che la disciplina fiscale e la libertà di movimento dei lavoratori hanno avuto sui sistemi nazionali. L’obiettivo non è certo quello di costruire un welfare federale standardizzato: operazione non desiderabile né proponibile. Si tratta piuttosto di arricchire l’architettura istituzionale Uè con elementi capaci di sorreggere i modelli di welfare nazionali, stimolandoli nel contempo ad adattarsi al cambiamento. Una strada lunga e tortuosa, ma politicamente necessaria per restituire legittimità all’Unione.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 06 Novembre 2017

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