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Gli effetti (veri) del jobs act

Sul Jobs Act è in atto un vero e proprio tiro al piccione.  Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto “ben altro” per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Il Jobs Act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però  riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto?

Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione.

Il Jobs Act può essere considerato la “via italiana“ verso quel modello. Un percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della UE: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o “atipici” (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity:  precarietà senza tutele.

Su questo sfondo, il Jobs Act si è posto due obiettivi:  ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese;  superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi.  Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative?  D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs Act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Cosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs Act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato (tab. 3) sia rispetto ad altri paesi, come Spagna o Francia (tab. x). In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento “drogato” dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi UE hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs Act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla NASPI possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli “atipici” (tab. 1 e 2), con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs Act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

L’aspetto più problematico del Jobs Act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs Act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile. Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat).

Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs Act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi.  Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs Act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 febbraio 2017

 

 

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L’internazionale del sovranismo prospera sugli errori della Ue

Dopo la Brexit il sovranismo è ormai un treno in corsa. Vuole difendere lo stato nazionale da ogni interferenza esterna e recuperare l’auto-determinazione dei veri sovrani democratici, ossia i popoli nazionali. Sono i francesi ad aver inventato il termine, che tocca molte corde della storia transalpina: De Gaulle, la Republique, i giacobini,la marsigliese. Da qualche anno, Marine Le Pen ha fatto del souverainisme una bandiera, che immancabilmente brandisce quando parla di Europa, di mondializzazione, di immigrazione.

Fuori dei confini francesi, la nozione di sovranismo è una new entry. Ma sta rapidamente affermandosi ai due estremi dello spettro politico. A destra, ispira quasi tutte le formazioni di protesta contro le politiche di apertura promosse da Bruxelles, compresa la moneta unica. A sinistra, suscita interesse crescente  all’interno dell’area no global e anti-capitalista. Il nuovo movimento di Yanis Varoufakis(Diem25) chiede ad esempio una Europa democratica in cui “tutta l’autorità politica parta dai popoli sovrani”. Nel corso delle varie campagne elettorali di questo 2017  sentiremo spesso slogan come questi, anche in Italia.

Il sovranismo va preso sul serio? Certamente si. Innanzitutto, perché promette di trasformarsi in un collante ideologico molto efficace e capace di durare nel tempo. Ma soprattutto perché dietro il suo fumo c’è un po’ del proverbiale arrosto: ossia questioni rilevanti per l’organizzazione politica dell’Europa, a cui occorre fornire delle risposte.

Le radici radici culturali del sovranismo risalgono agli anni settanta del secolo scorso, quando la destra francese elaborò un nucleo di valori ispirati al tradizionalismo cattolico (Lefebvre), al culto della nazione (De Gaulle e la France eternelle), al cosiddetto “etno-differenzialismo” identitario e anti-mondialista (allora propugnato da Alain Benoist). In questa cornice normativa (promossa pubblicamente da circoli culturali come GRECE o il Club de l’Horloge), il sovranismo si è fatto strada come leitmotif, come un bene supremo da perseguire perché discende da fatti quasi naturali: l’esistenza di popoli nazionali omogenei, titolari di sovranità. I Lepen – e soprattutto Marine- sono stati molto abili nel trasformare i valori sovranisti in strumenti di aggregazione del consenso. La cornice ideale è stata trasformata in una “verità”, dalla quale scaturiscono inconfutabili imperativi di cambiamento, soprattutto riguardo alla UE. Le crescenti paure sociali di fronte alle dinamiche di integrazione ha offerto al Front National (e ai suoi omologhi in altri paesi) vaste praterie elettorali. Il sovranismo oggi attrae come un faro i perdenti della globalizzazione, fornendo loro un “nemico”: le multinazionali, i mercati internazionali, gli immigrati. E soprattutto le elite di governo e i loro suggeritori (les intellos, gli intellettuali mondialisti). La loro colpa è duplice: anno aperto i confini e trasferito sovranità, prima; non proteggono i perdenti, adesso. E così il sovranismo accentua i toni populisti, in un circolo comunicativo che si auto-alimenta e cementa la variegata platea dei perdenti in un nuovo blocco sociale, guidato da una leader carismatica.

Il Front National è stato finora il padre nobile del sovranismo europeo. Il maggior successo sul piano pratico è però stato conseguito dal movimento indipendentista di Farage, promotore della Brexit. Non tutti i sistemi politici offrono le condizioni propizie per replicare il percorso francese o quello inglese. Ma eventuali deficit nei punti di partenza possono essere compensati da effetti eco (il discorso di Marine Le Pen raggiunge ormai direttamente le opinioni pubbliche europee) e da una rete sempre più stretta di raccordi organizzativi fra paesi. La conversione della Lega al sovranismo nazionale (e non più padano) e le recenti iniziative di Alemanno e Storace possono essere viste come “lepenismo d’importazione”. I grillini hanno esordito come “faragisti”, ma la loro piattaforma sull’Europa e la loro stessa  collocazione ideologica è sempre più ambigua.

Il sovranismo non è dunque un fenomeno effimero. Diventerà un tratto caratterizzante del panorama politico europeo. E anche se le sue prospettive di conquistare ruoli di governo non sono alte, per il momento, la sola presenza di formazioni lepeniste (nonché di elementi sovranisti nella sinistra radicale) è destinata a pesare sulle scelte e i programmi degli altri partiti e dei governi.

La sfida sovranista va presa sul serio anche perché solleva questioni oggettivamente importanti. La globalizzazione ha tanti meriti ed è destinata a procedere per conto suo (Trump vuole arginarla: vedremo). Prima o poi si ricreerà un equilibrio politico tra vantaggi e svantaggi dell’apertura su scala mondiale. Ma la transizione sarà lunga e i paesi avanzati non sono attrezzati per ammortizzare qui ed ora i contraccolpi sociali. Prima della crisi, l’Unione europea sembrava aver trovato una via “alta”: riforme strutturali per la competitività, modernizzazione del welfare per far fronte ai nuovi rischi. Forse l’impostazione era irrealistica e mal disegnata sin dall’inizio. Con la crisi scoppiata nel 2008, il sogno di una transizione morbida, inclusiva e ben governata verso un nuovo modello di crescita sembra essersi improvvisamente infranto. La UE è spesso accusata di colpe non sue. Ma le politiche di Bruxelles sono diventate sempre meno efficaci e, quel che è peggio, sempre più divisive. E’ su questi due fronti che incontriamo la questione della sovranità.

A chi appartiene oggi in Europa il potere “ultimo” di decidere? Non c’è una risposta univoca. La sovranità monetaria appartiene interamente alla UE, quella fiscale in gran parte, quella sulle politiche macro-economiche metà e metà, quella sulle politiche sociali resta prevalentemente nazionale e così via, con una infinità di gradazioni. Alla confusione trasversale nell’attribuzione dei poteri si aggiunge poi l’estrema opacità dei limiti di ciascun potere. La mancata chiarezza su questo aspetto è rischiosissima perché consente ad alcune istituzioni di varcare il confine tra democrazia liberale e autoritarismo. Molti studiosi (non sovranisti) sostengono ad esempio che la Troika (Commissione, Banca centrale e Fondo monetario) ha spesso agito ultra vires.

Ma c’è di più. Il regime di governo macro-economico messo in piedi durante la crisi ha rotto il delicato equilibrio politico fra i paesi membri: piccoli e grandi, creditori e debitori, vecchi e nuovi. La storia dell’integrazione può essere letta come lento e tortuoso viaggio per fare emergere una “ragion politica comune” garantendo parità di status fra tutti gli stati partecipanti. Non è stato facile, nel tempo ci sono stati momenti di alta tensione. Ma il principio fondante della eguaglianza politica (i filosofi lo chiamano criterio di non-dominazione fra popoli) è stato nel suo complesso rispettato. Oggi questo non è più vero, la Germania è diventata il paese dominante. E si tratta di un “dominio” tanto più evidente quanto più incapace di produrre beni collettivi per tutti. In una associazione basata sull’eguaglianza politica, chi è “più uguale degli altri” ha onori e vantaggi, ma anche obblighi e oneri di responsabilità verso l’associazione in quanto tale. Una responsabilità che la Germania non sembra in grado di esercitare e forse neppure di accettare.

Il progetto di un ritorno alla piena sovranità di ciascuna patria nazionale è rischioso e probabilmente auto-lesionista. Come verrebbero gestite le interdipendenze ormai strettissime e benefiche tra paesi? Come si affronterebbero i rischi comuni (dalla sicurezza all’immigrazione)? L’evoluzione della Brexit ci illuminerà su questi temi. E’ certo però che lo status quo istituzionale e politico della UE non è però più sostenibile. Chi ancora crede nel sogno europeo deve riavvicinarlo alle esigenze e ai sentimenti dei cittadini. Per questo ci vogliono ambizione, inventiva e iniziativa. E, se possibile, nuove  parole d’ordine, capaci di sfidare il sovranismo come simbolo politico. A me piace l’idea di una UE come social-demoicrazia (aggiungerei “liberale”, ma di questi tempi l’aggettivo non tira). Serve però un dibattito allargato per approfondire, articolare, fornire altri suggerimenti. Nella speranza che qualche leader voglia prima o poi raccogliere il testimone e impegnarsi attivamente,  sul piano intellettuale e soprattutto politico.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 22 gennaio 2017.

 

 

 

 

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Le misure sulle pensioni e l’equità che manca

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Le misure costeranno 6 miliardi nei prossimi tre anni. Ma in un Paese che non riesce a riprendersi dalla crisi è una priorità aumentare (in deficit) la spesa pensionistica?

Le misure sulle pensioni saranno il piatto forte della prossima legge di stabilità. Equità sociale e flessibilità figurano tra le prime motivazioni dell’accordo fra governo e sindacati.  Il “pacchetto” costerà circa sei miliardi di euro nel corso dei prossimi tre anni. Con i tempi che corrono, non è certo una cifra da poco.

La maggiore libertà di scelta riguardo all’età di pensionamento verrà realizzata tramite un sistema di prestiti. Anche se  avrà una componente “sociale” onerosa per lo stato, l’ “anticipo pensionistico” (APE) dovrebbe avere costi relativamente contenuti. L’APE faciliterà la soluzione di alcuni problemi generati dalla riforma Fornero per lavoratori e imprese. Non illudiamoci però che possano esserci significative  ricadute sull’occupazione giovanile. Come ha dimostrato l’Istat nel suo ultimo Rapporto Annuale, il pensionamento degli anziani non si traduce automaticamente in nuove assunzioni di giovani. I settori che creano nuovi posti di lavoro sono infatti diversi da quelli che espellono occupati anziani.

Sul fronte dell’equità, nel loro insieme i contenuti dell’accordo lasciano alquanto a desiderare. Sono da valutare positivamente le facilitazioni per i ricongiungimenti contributivi e i lavori  usuranti, ma il grosso delle risorse verrà speso per aumentare gli importi delle pensioni più basse. La platea dei potenziali beneficiari includerà tutti i percettori della cosiddetta 14ª mensilità. Secondo stime dell’Inps, meno della metà di questi pensionati si trova in condizioni di bisogno economico. Gli altri vivono in unità familiari con reddito complessivo ben al di sopra della soglia di povertà. Se si fosse veramente perseguita l’equità,  gli aumenti avrebbero dovuto essere filtrati tramite l’Isee, che misura per l’appunto la situazione economica della famiglia.  Va poi considerato che nel nostro paese la povertà è oggi più diffusa fra i minori che non fra gli anziani. Invece di un intervento a pioggia che rischia di beneficiare anche chi non ha bisogno, sarebbe stato meglio stanziare più soldi per le famiglie con minori in condizioni di indigenza.

Più in generale, sembra opportuno chiedersi: in un paese che non riesce a riprendersi dalla crisi è davvero una priorità aumentare (in deficit) la spesa pensionistica, che peraltro è già fra le più alte d’Europa? Non sarebbe più opportuno investire nel welfare “per la crescita”?

La primavera scorsa il governo sembrava orientato, ad esempio, a introdurre incentivi e sostegni all’occupazione delle donne: sgravi contributivi, detrazioni, servizi. L’Italia non cresce anche perché non riesce ad attivare il “motore” del lavoro femminile. Dal canto suo, il nostro sistema educativo è molto lontano dagli standard UE ed è fortemente sotto-finanziato. Non formiamo il capitale umano necessario per imboccare la “via alta” alla globalizzazione, quella imperniata su innovazione, tecnologia, servizi avanzati.

C’è poi un ostacolo grande come una casa che ostacola crescita e occupazione: il cosiddetto cuneo  fiscale. Le aziende italiane pagano troppi contributi: il 33% solo per le pensioni,  una delle percentuali più elevate al mondo. Il successo del Jobs Act (più assunzioni a seguito della riduzione del costo del lavoro) sono la prova “a contrario” del legame perverso fra le modalità di finanziamento del nostro welfare e il mercato occupazionale. Lungi dall’essere una droga, gli sgravi contributivi sono uno strumento per mettere le nostre imprese alla pari con i loro concorrenti stranieri.

Molti hanno salutato il confronto governo-sindacati come un salutare ritorno alla concertazione. Ma quest’ultima è utile solo se persegue un qualche interesse generale, come nella tradizione nord-europea. In tutta sincerità, l’accordo del 28 settembre non sembra un passo in questa direzione.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 30 settembre 2016

 

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Creiamo la cittadinanza europea nell’epoca della Brexit

Una scelta di questo genere consentirebbe di offrire ai britannici l’opzione di mantenere il passaporto Ue e dunque i diritti di movimento ad esso collegati.

Quando si parla di Brexit, è opportuno ricordare che solo il 37% circa degli aventi diritto al voto si è espresso per il Leave. Su più di 44 milioni di elettori, 12 non sono andati alle urne e altri 15 circa hanno votato per il Remain. Con l’uscita dalla UE, questi 27 milioni di elettori saranno privati della cittadinanza europea. Corrispettivamente, più di tre milioni di cittadini UE che risiedono nel Regno Unito rischiano di perdere i diritti connessi al loro passaporto color porpora: accesso al mercato del lavoro, al welfare, all’esercizio di commercio e professioni e così via.

Si tratta di una “sottrazione di diritti” di proporzioni storicamente inedite. A livello nazionale, nessun regime democratico consente a una minoranza di revocare la nazionalità alla maggioranza. L’Unione Europea non è una nazione né uno stato federale. Ma ha pur sempre istituzioni sovranazionali che possono produrre leggi vincolanti e le sentenze della sua Corte di Giustizia prevalgono sugli ordinamenti nazionali. Annullare il pacchetto di diritti incorporati nel passaporto UE non è cosa da poco.

Dal punto di vista strettamente legale, il “vulnus” che la Brexit rischia di provocare è connesso al fatto che la cittadinanza europea è, come si dice, di secondo ordine: si aggiunge alle cittadinanze nazionali. Ai tempi del Trattato di Maastricht (che introdusse queste regole, nel 1992), nessuno avrebbe mai immaginato che uno dei paesi firmatari, il Regno Unito appunto, decidesse di uscire: questa opzione non era neppure contemplata. L’ha introdotta il Trattato di Lisbona, senza però occuparsi delle implicazioni sul piano della cittadinanza. Un errore che ora rischiamo di pagare caro, anche in termini di standard liberaldemocratici.

C’è modo di rimediare? A trattati vigenti no, purtroppo. Ma vale almeno la pena di riflettere. Nelle Unioni federali, come Svizzera o Stati Uniti, il fondamento della cittadinanza è stato molto dibattuto: stati/cantoni o la federazione in quanto tale? Per lungo tempo, la cittadinanza federale è stata mediata da quella delle “parti costituenti”, come nella UE. In Svizzera ancora oggi si appartiene innanzitutto a un cantone e solo in secondo ordine alla confederazione. Negli Stati Uniti, invece, la cittadinanza federale è stata gradualmente scorporata da quella degli stati e ora la sequenza è capovolta. In quanto US citizens si è automaticamente cittadini anche dello stato in cui si risiede. Non si potrebbe seguire la traiettoria americana anche in Europa?

Una originale proposta in tal senso è stata formulata da un acuto studioso dell’integrazione europea, il politologo Glyn Morgan. In un saggio appena pubblicato sulla rivista Biblioteca della Libertà (www.centroeinaudi.it), Morgan suggerisce di svincolare la cittadinanza UE dalle cittadinanze nazionali. Ciò consentirebbe di offrire ai cittadini britannici l’opzione di mantenere il passaporto europeo e dunque i diritti di movimento e non discriminazione ad esso collegati. Si neutralizzerebbe in questo modo il vulnus di una illiberale sottrazione di diritti a chi non ha votato per la Brexit. Il governo di Londra dovrebbe però offrire immediata naturalizzazione a quei residenti UE che vogliono conservare i propri diritti sul suolo britannico.

Una possibile obiezione è che altri Paesi Membri, tiepidi verso la UE, chiedano di ricevere lo stesso trattamento. Per neutralizzare questo scenario (di fatto una secessione morbida), si potrebbe far pagare un contributo (Morgan propone 10 mila euro) ai britannici che vogliono mantenere il passaporto UE. A chi non può permetterselo si dovrebbe chiedere un po’ di lavoro volontario.

Si tratta naturalmente di un ballon d’essai. Ma intorno alla Brexit oggi ne circolano davvero tanti. Uno dei più fantasiosi è quello di creare un nuovo stato, chiamato INIS, dalle iniziali di Ireland, Northern Ireland e Scotland. Siccome questi territori fanno già parte della UE, per costituire l’INIS si potrebbe seguire una variante della procedura a suo tempo seguita per incorporare i territori della Germania Est.

Per uscire dal vicolo cieco, l’Unione ha bisogno di liberarsi dagli schemi tradizionali e dall’eccesso di regole che la imbrigliano. E soprattutto ha bisogno di leader che sappiano esercitare un po’ di creatività. Non si esce dall’impasse stando fermi o facendo un po’ di merkeln (neologismo tedesco che significa tentennare). E’ tempo di nuovi orizzonti e anche un po’ di fantasia. Per dirla con Sheldon Wolin, un grande filosofo politico americano, politics is vision. Ed è precisamente di questa politica che abbiamo bisogno oggi in Europa.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 23 settembre 2016.

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Nuovo terrorismo, democrazia liberale, Unione Europea. Le sfide da affrontare

Nella tradizione di pensiero liberaldemocratico, lo stato dovrebbe essere una “casa di vetro”, priva di dinamiche politiche occulte: il regno del potere visibile, come diceva Bobbio. Gli atti dei governanti dovrebbero essere conformi alla legge e perfettamente trasparenti. I disaccordi fra cittadini andrebbero risolti tramite un confronto pacifico e aperto, imperniato – per dirla con Kant – sulla “più inoffensiva di tutte le libertà, quella di fare un uso pubblico della ragione in tutti i campi”. Lo spazio pubblico dovrebbe essere caratterizzato da “pluralismo ragionevole”, secondo la nota espressione di Rawls. Un confronto continuo fra punti di vista diversi, sul piano dei giudizi di fatto e soprattutto di valore; ma un confronto basato su ragioni, capace di mettere fra parentesi convinzioni personali non negoziabili, non presentabili tramite argomenti comprensibili e “ricevibili” da tutti.

Nel mondo reale le cose non stanno proprio così. Accanto al potere visibile operano ancora molti poteri nascosti (organizzazioni criminali, mafie, società segrete di varia natura). La democrazia continua ad essere minacciata da posizioni e attori “irragionevoli”, da nemici interni ed esterni che spesso attentano alla sua sicurezza. Pensiamo al recente colpo di stato in Turchia o ai feroci attacchi terroristici di matrice islamica che stanno insanguinando molte città europee.

Il fatto è che la pubblicità del potere, la trasparenza del governo, il rispetto della privacy e delle libertà individuali, il confronto pacato fra punti di vista sono ideali molto esigenti: presuppongono una comunità politica composta da persone civili e “ragionevoli”, nel senso kantiano e rawlsiano. Negli ultimi due secoli, lo sviluppo delle istituzioni liberaldemocratiche ha consentito all’ Europa, al Nord America e a poche altre regioni di fare molti passi sulla strada della ragionevolezza. Ma i nemici della democrazia non sono stati sconfitti. E oggi il fanatismo islamico ha lanciato alle nostre case di vetro sfide di una intensità e qualità storicamente inedite. Dobbiamo fronteggiare un insieme di arcana seditionis che intrecciano il versante interno con quello esterno e ci espongono a una vera e propria spirale di minacce invisibili, con effetti incalcolabili.

Il terrorismo è uno dei poteri occulti più temibili e ricorrenti nella storia. Come sosteneva Bakunin, il terrorismo è una strategia di rovesciamento dell’ordine politico, tramite atti capaci di attivare “una dittatura anonima e collettiva di amici della liberazione, uniti in una società segreta e agenti per un fine comune”.

Come il terrorismo tradizionale, il fanatismo islamico colpisce con attentati “esemplari”, per generare paura e al tempo stesso reclutare nuovi adepti. Sfrutta a proprio vantaggio l’apertura delle nostre società, i limiti procedurali che imbrigliano i poteri pubblici visibili, compresi quelli preposti alla sicurezza. A differenza degli estremismi rivoluzionari o nazionalisti (pensiamo a quello basco o irlandese), il terrore islamico non persegue riconoscibili obiettivi politici o territoriali, ma punta allo scontro di civiltà. Il Jihad ha un fine “assoluto” (il trionfo della religione di Allah), tutti i mezzi sono leciti, indipendentemente dalle loro conseguenze, non c’è freno morale che tenga. Ogni aspetto, ogni occupante delle case di vetro in cui abitiamo può diventare un bersaglio esemplare: la redazione di un giornale, un sacerdote che celebra messa, un centro commerciale, i giovani che ballano in discoteca. Come difenderci? Nel breve periodo, l’unica arma è l’intelligence, il ricorso a un contro-potere nascosto. Riuscire a prevenire gli attacchi tramite i servizi segreti e le infiltrazioni è un risultato importantissimo. Ma non è molto rassicurante. Spesso l’opinione pubblica non se ne accorge, e non può esserne neppure informata per non compromettere la segretezza delle operazioni.

Nell’era della rete, è emersa poi la minaccia di un potere “onniveggente”, basato sull’uso dei computer. Quell’incubo è diventato realtà in molti contesti. Pensiamo, di nuovo, all’ondata di epurazioni in Turchia dopo il fallito golpe. Un leader che credevamo al di sopra di soglie di decenza democratica –Erdogan-  in realtà già disponeva di archivi informatizzati pronti ad essere usati a fini repressivi. Internet è diventata uno strumento che ha accresciuto l’efficienza e la trasparenza di governo e amministrazione, ma che ha anche moltiplicato i margini d’azione di tutte le “dittature invisibili” e oggi, ahimè, del fanatismo jihadista.

Scomparsi dai trattati di scienza politica, gli arcana seditionis stanno tornando ad essere un pericolo più dirompente della stessa guerra “guerreggiata”. Le nostre democrazie non sono adeguatamente preparate. Per garantire la sicurezza, è probabile che dovremo rinunciare a un po’ di trasparenza e forse persino a qualche garanzia costituzionale. Ciò è già una realtà in Francia. Sulla scia degli attentati del Bataclan, il governo di Parigi ha infatti proclamato lo stato di emergenza, tuttora in vigore. Come previsto dalla legge istitutiva del 1955, esso ““conferisce alle autorità del territorio … dei poteri di polizia eccezionali che riguardano la regolamentazione della libertà di movimento e di soggiorno delle persone, la possibile chiusura dei luoghi pubblici e il sequestro delle armi”. L’attuale stato di emergenza (che durerà fino al 2017) prevede inoltre la possibilità di perquisizioni e arresti senza l’autorizzazione preventiva e ispezioni di computer e cellulari. Sono in molti ad aver già parlato, per il caso francese, dell’instaurazione del “modello Israele”.

Dovremo imparare inoltre a condannare e isolare i fanatici e i violenti, senza se e senza ma. Rawls era ben consapevole che le democrazie del mondo reale avrebbero continuato a registrare la presenza di cittadini “irragionevoli”. Ma non ha affrontato la questione dal punto di vista morale, si è limitato a dire che gli irragionevoli vanno “contenuti”. Si, ma come, quanto, con che mezzi? Anche con la forza? E’ lecito, da un punto di vista liberale, entrare nelle moschee situate in Europa e bandire chi predica violenza? E’ lecito vietare comportamenti e pratiche che, seppure non esplicitamente collegate alla violenza, costituiscono l’humus in cui la cultura della violenza attecchisce? Sono domande delicate, che riguardano il cuore del principio liberale di tolleranza. Qui occorre ricordare che il liberalismo non è solo un insieme di principi, ma è anche un metodo per gestire i conflitti fra principi. Sempre Rawls ha chiamato questo metodo “equilibrio riflessivo”: si parte da un principio che sembra “assoluto” (la tolleranza, ad esempio), lo si contestualizza, si osservano esi dibattono pubblicamente le implicazioni della sua attuazione, soprattutto le eventuali contraddizioni che l’attuazione fa emergere rispetto ad altri principi (la sicurezza personale, la stabilità dell’ordine politico liberal-democratco) e si pondera  il principio di partenza in modo da renderlo compatibile con altri principi considerati rilevanti. Non siamo più abituati a seguire questo metodo in relazione ai valori cardine della democrazia liberale (libertà, tolleranza, stato di diritto), così come non siamo abituati ad avere a che fare con minacce diretta alla nostra vita, alla nostra civiltà. Dobbiamo abituarci alla dura realtà del nuovo contesto e imparare ad usare meglio il metodo dell’equilibrio riflessivo.

E’ molto probabile che la dura realtà richieda la disponibilità ad un maggior uso delle risorse coercitive:  bisognerà in altre parole accettare un maggior ricorso alla forza. Come ha detto Michael Walzer in una recente intervista al Corriere, si tratta di sfide delicate per la cultura occidentale, soprattutto a sinistra. Ma non possiamo stare fermi di fronte a poteri omicidi che si nascondono fra di noi. Se ci stanno a cuore gli ideali democratici, dobbiamo difenderli prendendo atto della realtà che ci circonda. Con la sua spiacevole e persistente dose di “irragionevolezza” e fanatismo, pronto all’uso sfrenato della violenza.

L’Unione Europea può e deve essere in prima linea per affrontare la sfida del nuovo terrorismo e dei suoi minacciosi poteri invisibili. Dal 2014 ad aggi i Paesi Membri hanno registrato già 30 attacchi, di cui 14 nell’ultimo anno. Più di seicento civili hanno perduto la vita. Come ha osservato recentemente Juncker, ad essere in gioco è lo European way of life nel suo complesso. Concretamente, cosa può fare la UE? Innanzitutto, controllare meglio i confini, tenendo buona traccia di chiunque entri ed esca dal territorio UE. Sono in discussione due utili misure: l’istituzione di una European Border and Coast Guard a fianco di Frontex e di un European Travel Information System, che consenta di identificare chi viaggia verso la UE prima ancora che parta. Ma occorre fare di più. Innanzitutto rafforzando Europol, dotandola di maggiori risorse, un più ampio accessi ai dati e una forte unità di contro-terrorismo (quella che c’è ha meno di 60 agenti). E poi costruendo una credibile difesa integrata UE, complementare rispetto alla NATO. Negli ultimi due decenni, l’Europa si è cullata nell’illusione del soft power. Non è che la moral suasion, la mediazione, la diplomazia culturale non servano (se ben impostate). Il fatto è che non bastano più. Così’ come non basta più l’azione autonoma di questo o quel paese. Coi loro arcana seditionis, i nuovi poteri invisibili vogliono dividerci, combatterci anche attraverso la frammentazione della nostra Unione. E questa è la trappola più insidiosa, nella quale non possiamo permetterci di cadere.

Questo articolo è stato scritto per Agenda Liberale (www.centroeinaudi.it)

 

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Ordine e disordine, guerra e pace, la politica nella nuova Europa

Si apre oggi presso l’Università Statale di Milano il XXX Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica. Costituita nel 1973, la SISP raggruppa 350 politologi che lavorano nell’accademia, non solo nel nostro Paese. Le associazioni scientifiche continuano a svolgere un importante ruolo culturale e sociale, come luoghi privilegiati di dialogo e di confronto di esperienze di ricerca e didattiche, verifica di conoscenze e sviluppo di collaborazioni. Un ruolo che appare ancor più rilevante nella crisi che vive oggi l’autorevolezza scientifica nella indistinta confusione della rete. Su internet, infatti, pregiudizi, stereotipi, ricerca di capri espiatori sono posti sullo stesso piano delle analisi scientificamente fondata della realtà politica.

Il programma del Convegno (che durerà fino a sabato) è molto ricco e offre un emblematico “spaccato” dei temi e dei metodi di ricerca di una disciplina ormai entrata anche in Italia nella fase di piena maturità. Scorrendo la lista delle tre sessioni plenarie e degli ottantasei panel colpisce, in questa edizione,  la prevalenza di titoli che evocano instabilità, conflitti, crisi e guerre. Si parlerà, naturalmente, anche di recessione economica, di riforme, di assetti istituzionali. Ma emerge in modo evidente anche una rinnovata attenzione verso i temi della sicurezza, dei flussi di rifugiati, delle grandi migrazioni e soprattutto del terrorismo (tre panel saranno dedicati a Giulio Regeni e Valeria Solesin).

Al centro dell’interesse ritornano dunque i temi classici della scienza politica: ordine/disordine, cooperazione/conflitto, pace/guerra. Con una duplice sfida conoscitiva: delineare i tratti specifici che tali “polarità” assumono nell’attuale fase storica e nei vari contesti regionali e identificare le dinamiche geo-economiche e geo-politiche che generano spinte centrifughe e antagonismi. L’instabilità è ormai endemica non solo in un sistema internazionale a egemonia debole (sulla scia del “declino americano”) e caratterizzato dal cosiddetto scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Ma affligge in misura crescente anche gli stati nazionali, indebolendo le loro capacità di integrazione politica e sociale.

Il convegno dedicherà varie sessioni alla crisi della democrazia rappresentativa e della sua istituzione chiave, il partito politico, pur senza trascurare alcuni segnali di innovazione (mobilitazioni “movimentiste”, risveglio della società civile e delle sue associazioni, esperimenti di democrazia diretta e deliberativa). Le democrazie consolidate dell’Europa e del Nord-America mostrano crescenti difficoltà nell’organizzare il consenso e nel promuovere politiche efficaci. L’Unione Europea, fino a pochi anni fa additata come esempio di democrazia post-nazionale, deve oggi fronteggiare la sfida del nazional-populismo e persino della secessione (Brexit). A loro volta, i processi di democratizzazione dei paesi post-coloniali e in via di sviluppo registrano preoccupanti segnali di involuzione.

E il nostro Paese?  In un evento SISP non possono certo mancare analisi, riflessioni e confronti sul sistema politico italiano. Ed infatti il convegno della Statale affronta molti dei nodi problematici della politica italiana, dalla transizione istituzionale (a cominciare dalla riforma costituzionale) alle riforme economiche e sociali, alla politica estera.

L’incontro di Milano offre non solo l’occasione per approfondire le tendenze della politica, ma anche per capire come la si studia in modo rigoroso e sistematico. Per questo nel convegno SISP si parlerà molto anche di concetti, teorie e metodi su cui fondare il consenso degli studiosi. Un consenso tanto più necessario in una scienza con un’identità disciplinare meno accentuata rispetto ad altre, più pluralista al suo interno e più aperta al dialogo con altre scienze sociali, in particolare la sociologia, la storia, l’economia, il diritto e la filosofia politica. Queste caratteristiche non sono una debolezza, ma al contrario un valore, una risorsa: purché si accompagnino a un consenso di fondo circa le regole da seguire per condurre ricerche metodologicamente rigorose e teoricamente fondate. Nel contesto italiano, si tratta di seguire la lezione di “chiarezza” di grandi maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, i cui nomi verranno spesso ricordati, c’è da scommetterlo, nel corso del convegno milanese.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 settembre 2016

 

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L’Italia e i sospetti europei

Sulla scia del drammatico terremoto in Italia centrale, Matteo Renzi ha riaperto la questione della cosiddetta flessibilità, chiedendo a Bruxelles un consistente sconto sul deficit pubblico del 2017. Sarebbe la terza volta dal 2015. A questo punto è chiaro che non si tratta solo di iniziative giustificate da eventi imprevisti, quanto piuttosto del tentativo di rinegoziare quel “vincolo esterno” sul bilancio pubblico che negli anni è diventato sempre più stretto. E che compromette i margini di manovra considerati essenziali per il governo dell’economia.

Dal punto di vista interno, l’obiettivo appare comprensibile e legittimo. Lo stesso si può dire, però, dei dubbi e delle resistenze dei nostri partner, a cominciare dalla Germania. Osservato dall’esterno, il sistema-Italia continua infatti a produrre segnali contrastanti. Al dinamismo di alcuni settori produttivi si contrappone un preoccupante ristagno dell’economia nel suo complesso, recentemente confermato dall’Istat. I turisti che viaggiano per il nostro paese colgono gli indizi di una società prospera. E le statistiche confermano che la ricchezza privata degli italiani è fra le più elevate d’Europa. Eppure abbiamo un debito pubblico enorme e tuttora in crescita, livelli di povertà (soprattutto minorile) da Terzo Mondo, servizi pubblici scadenti. Persino dal terremoto, con il suo terribile fardello di vittime e distruzione, sono emersi messaggi ambigui. Da un lato, una grande mobilitazione di solidarietà spontanea, testimonianza di un robusto e diffuso capitale sociale. Dall’altro, la persistente diffusione di indegni fenomeni di inefficienza, corruzione e frodi nell’uso delle risorse pubbliche, in occasione del precedente terremoto.

Verso l’Europa Matteo Renzi ha adottato un discorso nuovo, tutto incentrato sulla rottura con il passato e sulle riforme. Il 31 agosto il Presidente del Consiglio ha riassunto in trenta slides altrettanti successi del proprio governo: dall’occupazione alle tasse, dagli interessi sul debito alla giustizia. Un esercizio utile, per carità. Ma chi ci osserva dall’esterno, per quanta simpatia possa avere per il nostro premier, sa bene che si potrebbero compilare altrettante slides sui vizi persistenti del sistema-Italia, nonché sulle questioni che sono rimaste ai margini dell’agenda governativa: lavoro femminile (siamo ancora il fanalino UE), ricerca e sviluppo, economia sommersa e illegale e soprattutto il drammatico e crescente divario del Mezzogiorno dal resto del paese.

E’ in questa cornice che vanno inquadrate le perplessità europee a concedere quel credito (anche finanziario) che il governo rivendica. Il paradigma dell’austerità, caro a molti commissari UE e ministri dell’Eurogruppo, spiega una parte non secondaria di queste perplessità. Ma il resto è colpa nostra. Della “politica”, in primo luogo. In buona parte, però, anche di quei corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, corporazioni varie) che oggi chiedono a gran voce più coinvolgimento nei processi decisionali.

Non possiamo stupirci se a Bruxelles il tentativo di rinegoziare il vincolo esterno possa sembrare una tattica opportunista, volta a comprare tempo e risorse che poi verranno utilizzate in modi non virtuosi. La credibilità internazionale è un bene difficile da conquistare. Renzi non ha torto quando dice che le riforme richiedono tempi lunghi per dispiegare i propri effetti. Siamo tuttavia sicuri che l’agenda del governo sia sufficientemente ambiziosa, basata su una diagnosi articolata e coerente di tutte le ombre? Ammesso (ma, francamente, non concesso) che lo sia, quali sono esattamente gli strumenti con cui realizzarla con tempi non biblici? Dov’è quella “squadra” di esperti, da tempo promessa, che dovrebbe progettare, monitorare, valutare le politiche pubbliche? E infine: in che misura i famosi corpi intermedi concordano sulla diagnosi di base e sulle linee strategiche per il cambiamento?

Senza risposte chiare a questi interrogativi, è difficile dissipare i sospetti. E invece di essere (se usata bene) una soluzione per far ripartire la crescita, la riduzione del vincolo esterno rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 settembre 2016.

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Brexit apre spazi a Bruxelles. Dobbiamo saperli sfruttare

Come cambieranno gli equilibri di potere nella UE dopo la Brexit? La domanda è forse prematura, visto che non si sa quando il Regno Unito abbandonerà formalmente l’Unione. Ma alcuni scenari circolano già. Fra i più recenti e plausibili c’è quello appena pubblicato su Votewatch.eu, un think tank inglese.

Le previsioni riguardano il Consiglio dei Ministri. Si tratta dell’arena decisiva per il policy making europeo, non tanto sui temi di alta strategia (quelli si dibattono fra primi ministri nel Consiglio Europeo) quanto piuttosto sulle diverse questioni di politica “ordinaria”: mercato interno, ambiente, affari sociali e così via.

Nelle votazioni in Consiglio i rappresentanti della Germania hanno un tasso di insuccesso sorprendentemente alto. Dal 2009 ad oggi, Berlino è stata messa in minoranza ben 42 volte, la Francia solo 3. Il nostro paese è stato battuto 11 volte, ma ai tempi di Berlusconi. Sotto Renzi, l’Italia ha sempre fatto parte della coalizione vincente. E dal 2009 ad oggi i rappresentanti di Roma hanno votato come i francesi nel 95% dei casi.

Votewatch predice dunque che saranno Francia e Italia a trarre maggiori benefici dalla Brexit in termini di potere decisionale. A perdere saranno l’Olanda, la Svezia e la Danimarca, tradizionali alleate di Londra su molte questioni.

E la Spagna? Madrid ha perso più spesso di Francia e Italia. Ma nel 90% dei casi ha votato con loro. Nonostante la differenza di colore politico fra governi, sembra già esistere nei fatti un asse latino, capace di aggregare consensi anche nell’Est (Romania e Ungheria).

Quale linea politica seguono Francia, Italia e Spagna? La tendenza più vistosa è quella di votare a favore delle soluzioni che comportano maggiore integrazione. I tre paesi rimangono insomma i più euro-entusiasti di tutti, situandosi al polo opposto rispetto al blocco anglo-scandinavo e a quello germanico.

La Brexit lascerà un vuoto enorme, soprattutto sui dossier che riguardano i temi del mercato interno. L’ uscita di Londra aprirà però spazi oggettivi al nostro paese. Speriamo di riuscire a sfruttarli, con una attenta politica di alleanze e buone proposte.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 20 luglio 2016.

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Le due solidarietà

Nella lunga intervista pubblicata sul Corriere del 9 luglio, Jürgen Habermas ha severamente rimproverato la politica europea della Germania, in particolare la incapacità progettuale, l’appiattimento sullo status quo (“un frenetico stare fermi”), l’ostinata difesa di una stabilità fiscale basata su regole rigide,  e soprattutto il perseguimento sempre più sfacciato degli interessi nazionali. In patria il grande filosofo è una voce poco ascoltata. Nel dibattito internazionale, sia europeo che americano, le sue tesi sono però largamente condivise. Quali fattori hanno spinto la Germania su questa strada, che rischia di minare l’intera costruzione europea?

Vi sono innanzitutto fattori oggettivi. La grande crisi dell’euro ha reso la Germania indispensabile per qualsiasi soluzione, consegnandole tutte le briscole del gioco sugli aiuti finanziari. Berlino non ha mai formalmente «imposto» il proprio volere agli altri, quasi tutte le decisioni sono state adottate entro i solchi procedurali previsti dai Trattati. Ma a tutti (e in particolare ai Paesi bisognosi di prestiti) era ben chiaro che un euro tedesco alle condizioni tedesche era comunque meglio di nessun euro. È forse la prima volta nella storia dell’Europa moderna che un Paese ha esercitato così tanto potere senza essere anche il più forte sul piano militare. In contesti altamente integrati sotto il profilo economico-monetario, oggi le risorse remunerative (quelle che consentono di erogare premi e sanzioni economiche) sono ormai più rilevanti di quelle coercitive. L’euro-crisi ha insomma ridato alla Germania il ruolo di grande potenza europea. Ai tempi dell’unificazione e del Trattato di Maastricht, Helmut Kohl aveva potuto sacrificare alcuni interessi nazionali  perché poteva contare su un radicato e persistente consenso permissivo da parte degli elettori, in parte un lascito dei complessi di colpa per il passato nazista. Gli effetti sempre più diffusi, incisivi e visibili dell’Uem hanno tuttavia indotto l’opinione pubblica tedesca a ritirare il consenso permissivo e a valutare le politiche europee dei propri governi in maniera meno emotiva e molto più strumentale. Il ricambio generazionale ha poi gradualmente annacquato i sensi di colpa e generato una crescente voglia di «normalità politica»,  persino qualche «fantasia di potere» (l’espressione è di Habermas) in direzione isolazionista o verso progetti di una Europa tedesca. In queste dinamiche hanno  giocato un ruolo anche le preoccupazioni che gli altri Paesi UE volessero scaricare i costi dei propri aggiustamenti fiscali sulle finanze tedesche e che dunque la Germania diventasse lo Zahlmeister d’Europa, il grande pagatore.

Oltre a questi elementi di contesto, hanno però giocato un ruolo molto importante anche gli orientamenti e le tattiche della leadership. Dall’inizio dell’euro-crisi in avanti, Angela Merkel ha svolto il ruolo di  paladina del paradigma dell’austerità. È stata una delle principali responsabili della svolta intergovernativa sul piano politico e ha costantemente levato gli scudi contro i tentativi di «socializzare» l’agenda Ue. La responsabilità (in negativo) della Cancelliera risale all’ottobre del 2008, quando ella rifiutò categoricamente la proposta della Francia, sostenuta dall’Italia e da altri Paesi, di costituire un fondo anti-crisi Ue. Prima di allora, Berlino aveva sempre assecondato la logica dell’integrazione: le divergenze fra gli interessi nazionali andavano ricomposti all’interno delle strutture sovranazionali. Il «no» dell’ottobre 2008 ribaltò questa impostazione. Invece di adottare una soluzione comune, la Germania optò per la (ri)nazionalizzazione delle responsabilità: ognuno per conto suo, con i compiti da fare in casa propria. Una posizione che poi è stata ribadita molte volte negli anni successivi. Forse nel 2008 la gravità della crisi e delle sue implicazioni non erano chiare, la logica pragmatica dei piccoli passi poteva sembrare come la più promettente. Ma il “frenetico stare fermi” della Merkel ha risposto in larga parte a motivazioni elettoralistiche. Nel 2009 c’erano le elezioni federali; nei due anni successivi, elezioni amministrative in alcuni Länder cruciali per la tenuta del governo; nel 2013 di nuovo le elezioni federali. Invece di guidare l’opinione pubblica, facendo leva sull’iniziale disponibilità (confermata dai sondaggi) degli elettori ad appoggiare interventi di solidarietà finanziaria verso gli altri paesi, la Cancelliera ha rincorso ella stessa lo spauracchio dello Zahlmeister –peraltro senza neutralizzare l’ascesa di Alternative für Deutschland.

Non si capirebbe appieno la strategia della Germania se –oltre ai fattori di contesto e alle convenienze politiche- non si tenesse conto di un terzo elemento: le dottrine ordoliberali, alle quali vanno imputatate la fissazione per le regole e soprattutto la resistenza di natura “morale” che Berlino oppone sistematicamente ad ogni proposta di condivisione dei rischi.  Il pensiero ordoliberale non contempla alcuna forma di solidarietà istituzionalizzata. O meglio: la solidarietà è surrettiziamente ricompresa nel concetto di responsabilità, si riduce nel fare il proprio dovere e così non danneggiare gli altri. “Chi decide, risponde delle proprie azioni” (decisions and liability) è il mantra ripetuto da Schäuble nei consessi europei. Se le conseguenze di queste azioni richiedono l’aiuto di altri  (le istituzioni sovranazionali o altri paesi membri), questi ultimi hanno il diritto di assumere il controllo (liability only with control).

Anche a prescindere da valutazioni etico-morali, il ragionamento ordoliberale ha un serio difetto. Non tiene conto che l’Unione monetaria è molto di più di una semplice somma di parti. Ha infatti creato una rete inestricabile di interdipendenze fra le economie dei paesi partecipanti. In molti settori è diventato difficilissimo stabilire il legame fra decisioni e conseguenze all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Inoltre, molte decisioni di rilievo sono prese a Bruxelles ed hanno un impatto enorme (ma non omogeneo) sui vari paesi, le loro economie, le loro società, il loro welfare. Un impatto che non si può prevedere ex ante, né nei tempi né nei contenuti.

All’inizio del Novecento, un grandissimo pensatore tedesco -Max Weber- descrisse la natura e il funzionamento delle “comunità di vicinato”, caratterizzate da prossimità spaziale durevole e affinità storico-culturali (proprio come la UE). In caso di bisogno o emergenza, in tali comunità devono operare principi di “sobria fratellanza”, capaci di andare al di là della “mentalità da negoziante” che regola i rapporti fra estranei. E’ proprio la sobria fratellanza che ha ispirato alcuni dei momenti più nobili della storia europea, di cui hanno beneficiato nel tempo un po’ tutti i paesi, Germania inclusa.

La cultura tedesca è fra le più ricche e feconde d’Europa. Con Kant, ha piantato i semi fondamentali per lo sviluppo dell’universalismo e del cosmopolitismo liberali, i quali hanno oggi in Habermas il suo erede forse più insigne. In un incontro privato di qualche mese fa, nella sua bella casa su un lago bavarese, il grande filosofo mi ha confessato di provare sui tempi europei un grande senso di isolamento intellettuale nel dibattito nazionale, persino di accerchiamento. E’ un brutto segnale, per la Germania e per tutta l’Unione. La cultura della stabilità e delle regole non è certo un male in sé, ma da sola non basta, servono progetti e visioni, soprattutto dopo il Brexit. Per i fattori oggettivi sopra richiamati, Berlino è il primum movens delle dinamiche europee. Anche se nel 2017 ci sono nuove elezioni federali, Angela Merkel deve convincersi che “stare fermi” non è più un’opzione. A meno di non voler condannare la UE ad un coma prolungato e irreversibile.

Bibliografia

Michael Best and Maurizio Ferrera, “Family, neighbourhood community or a partnership among strangers? A conversation on the EU” in EuVisions 15/07/2016 (www.euvisions.eu)

Biebricher, Thomas (interviewed by William Callison). “Return or Revival: The Ordoliberal Legacy.” Near Futures Online 1 “Europe at a Crossroads” (March 2016).

What do Germans think about when they think about Europe? Jan-Werner Müller, The London Review of Books, Vol. 34 No. 3 · 9 February 2012

Habermas, J. Questa Europa è in crisi, Bari-Roma Laterza 2012

Hans Kundnani L’Europa secondo Berlino. Il paradosso della potenza tedesca, Milano, Mondadori, 2015

J.Stigliz,  The Euro: and its Threat to the Future of Europe, London Penguin (esce in Agosto 2016)

Offe, C. L’Europa in Trappola, Bologna, Il Mulino, 2013

 

Questo articolo è comparso anche su “La Lettura” del 16 luglio 2016

 

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Le sfide da affrontare per riordinare l’assistenza

L’INPS non si occupa solo di pensioni e ammortizzatori sociali. Gestisce anche le prestazioni per la non autosufficienza, che interessano più di due milioni di beneficiari, in prevalenza anziani. Il settore ha registrato una forte crescita nell’ultimo quindicennio. Si stima che nel 2060 gli ultraottantacinquenni (la fascia più a rischio) passerà da 1,7 a più di 6 milioni. Bene ha fatto il Rapporto INPS di quest’anno a dedicare ampio spazio al tema e alle sfide che dovremo affrontare.

Il principale sostegno ai non autosufficienti è oggi l’indennità di accompagnamento: un assegno di 512 euro per 12 mesi, per un costo totale di 12 miliardi l’anno. L’indennità è pienamente “universalistica”: può ottenerla qualsiasi persona residente in Italia (al di sopra di una data soglia di disabilità)e l’importo è uguale per tutti. Il fatto è, però, che i disabili non sono tutti uguali. Alcuni hanno bisogni sanitari più acuti di altri. Le loro esigenze pratiche dipendono dal contesto familiare e territoriale. Soprattutto, alcuni sono “ricchi” (di reddito e patrimonio), altri sono “poveri”. E’ davvero equo trattare in modo eguale persone che si trovano in condizioni diseguali? In molti paesi UE il sostegno pubblico alla non auto-sufficienza è calibrato in base al grado di disabilità e alla condizione economica del singolo beneficiario.

Il Rapporto INPS solleva un altro problema: la scarsa disponibilità di servizi, in particolare per l’assistenza residenziale. I non autosufficienti  ricevono un sussidio, poi devono cavarsela da soli. Come sappiamo, la pratica più diffusa è il ricorso alle badanti, spesso in nero. Il peso maggiore grava su mogli, figlie, nuore, insomma sulle donne. Il “familismo” è accentuato dalle norme sui permessi lavorativi (quelli previsti dalla legge 104), le quali consentono ai dipendenti di assentarsi per assistere in casa i parenti disabili.

Nel settore della non autosufficienza si registrano altre particolarità tipiche del welfare all’italiana: abusi, frodi, catture clientelari dei benefici. Il Rapporto INPS contiene dati inequivocabili a riguardo. Prendiamo l’incidenza delle indennità sulla popolazione residente. In molte province del Sud (ma anche nelle Marche o in Umbria) il numero di prestazioni è quasi doppio rispetto alle province del Nord, pur tenendo conto della diverse caratteristiche demografiche ed epidemiologiche. Evidentemente, la verifica dei requisiti ha maglie molto più larghe in alcune zone del Paese.Un altro dato clamoroso messo in luce dal INPS riguarda i permessi retribuiti. I giorni fruiti dai dipendenti pubblici per assistere familiari disabili sono quattro volte superiori a quelli dei dipendenti privati e costano circa un miliardo e mezzo.

Che fare? Guardando alle migliori esperienze europee, il Rapporto elenca varie soluzioni. Le più ambiziose sono due. Innanzitutto, passare dall’universalismo incondizionato (un sussidio modesto a tutti) all’universalismo selettivo: prestazioni modulate in base alla situazione economica dei beneficiari e al grado effettivo di disabilità. In secondo luogo, introdurre un nuovo contributo obbligatorio (ad esempio pari a 0,35%) su tutti i redditi, per generare le risorse necessarie ad espandere i servizi. Vi sono però anche soluzioni, che non prevedono innovazioni legislative: ad esempio verifiche più severe (e accentrate in capo all’INPS) sui requisiti di accesso alle indennità e sull’utilizzo dei permessi.Non dimentichiamo poi che, oltre alle soluzioni pubbliche, nel settore della non autosufficienza sono immaginabili (e in parte già in via di sperimentazione) soluzioni di “secondo welfare”, anche attraverso il sistema assicurativo.

E’ attualmente in esame al Parlamento la legge delega sul riordino dell’assistenza. Auguriamoci che deputati e sanatori leggano bene il Rapporto INPS e abbiano il coraggio di intervenire sullo status quo. Non per “far cassa”, ma per offrire risposte più eque ed efficaci a chi ha veramente bisogno d’aiuto.

 

Quest articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 luglio 2016.

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