Archivi del mese: maggio 2017

Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Un nuovo istituto su lavoro e welfare, ma deve poter funzionare

Nel panorama degli enti pubblici c’è una new entry. Si chiama Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e il suo compito sarà monitorare, valutare e contribuire alla progettazione delle “riforme”, in particolare quelle sul lavoro e sul welfare.  Di nuovo l’INAPP ha per ora solo il nome e il Presidente (Stefano Sacchi).  La struttura e il personale sono infatti quelli dell’ISFOL, creato negli anni Settanta per promuovere la indagini e sperimentazioni nel campo della formazione professionale e poi allargatosi anche alla gestione di programmi co-finanziati dalla UE.

C’era bisogno di cambiare? Decisamente si, L’ISFOL era diventato un centro senz’anima: ricerche e rapporti pressoché clandestini e senza impatto sul policy-making;  coinvolgimento diretto nell’attuazione di politiche,  un compito che richiede competenze molto diverse da quelle di chi vuole fornire conoscenze utili  e strategiche ai governi.

Di queste conoscenze abbiamo oggi bisogno come il pane.  In Italia le cosiddette riforme si fanno quasi sempre senza un’adeguata base empirica, avendo in mente obiettivi politici e scegliendo gli strumenti in base a logiche  giuridico-contabili. Negli altri paesi esistono invece centri che fanno programmazione strategica e immettono nel dibattito pubblico analisi e proposte orientate al futuro. I politici ne traggono grande beneficio, temperando la propria inesorabile propensione a privilegiare il presente.

Riuscirà INAPP a colmare questa lacuna? L’istituto nasce con uno statuto contorto, che lo lega mani e piedi al Ministero del Lavoro e all’ANPAL. L’organizzazione interna va ridisegnata, il finanziamento è incerto. C’è il rischio che tutto cambi perché niente cambi. Ma c’è anche un’opportunita’ davvero importante, che non va sprecata.  Sospendiamo il giudizio, in attesa di vedere i primi risultati. Sempre che il governo metta l’INAPP in condizioni di funzionare bene.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 maggio 2017

 

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Meno di un mese fa, una Raccomandazione della Commissione europea ha invitato gli Stati membri ad assicurare un reddito minimo adeguato a chiunque non disponga di risorse sufficienti. L’Italia è praticamente l’unico paese a non avere uno schema nazionale di questo genere. Di conseguenza, ha anche uno dei tassi di povertà assoluta (soprattutto minorile) più alti della UE. Visto che adesso “ce lo chiede anche l’Europa”, è urgente colmare la lacuna.

Di fatto occorre completare il percorso iniziato durante il governo Letta, che nel 2013 avviò la sperimentazione del Sostegno attivo all’inclusione (SIA). Matteo Renzi ha ottenuto dal Parlamento la delega a riformare l’assistenza sociale e a introdurre un Reddito di inclusione (REI)che garantisca su tutto il territorio l’accesso a beni e servizi “ necessari a condurre un livello di vita dignitoso”. Il Parlamento ha dato il via libera a marzo: un milione e settecentomila persone in condizioni di povertà assoluta potranno così contare su un trasferimento pubblico sotto forma di diritto soggettivo, non come assistenza discrezionale. Troppo poco, sostengono alcuni e in particolare i Cinque Stelle, che hanno formulato una proposta molto più ambiziosa e costosa. Ma il passo avanti c’è stato, e nella giusta direzione: una buona notizia.

Sull’efficacia del REI gravano tuttavia le ombre di un “se” e di un “ma”. Come precisa la Commissione europea, per chi è povero ma può lavorare il sussidio deve essere accompagnato da incentivi e servizi di inserimento nel mercato del lavoro. Questo tassello  è stato difficile da realizzare anche in quei paesi che hanno amministrazioni pubbliche efficienti e preparate. Soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per l’impiego quasi non esistono. Se, da un lato, è inaccettabile che in un paese prospero centinaia di migliaia di bambini crescano in povertà assoluta, dall’altro lato non bisogna sottovalutare il rischio che il REI si limiti a “pagare la povertà” senza promuovere l’auto-sufficienza economica dei beneficiari.

Il “ma” riguarda il lavoro. Gli alti tassi di povertà sono primariamente dovuti alla mancanza di occupazione. Non è solo colpa della crisi (e men che meno del Jobs Act, come qualcuno assurdamente suggerisce). Si tratta piuttosto di un problema dalle radici profonde che l’Italia si porta dietro da lungo tempo. Sin dagli anni Sessanta, rispetto alla Francia e alla Germania il nostro tasso di attività è rimasto stabilmente più basso di dieci punti o più: milioni di posti di lavoro in meno, e dunque di redditi. Il divario persiste ancora oggi e persino la Spagna è riuscita a superarci. Questi dati smentiscono chi oggi sostiene che “non c’è più lavoro per tutti”, che non se ne può creare di nuovo. E che l’unica soluzione sia redistribuire quello che c’è, garantendo un reddito di cittadinanza a tutti. Il mutamento tecnologico e la globalizzazione minacciano, è vero, molte delle produzioni e occupazioni tradizionali. La sfida però è quella di inventarne di nuove, non di rassegnarsi.

Il deficit di lavoro è dovuto a colli di bottiglia mai seriamente rimossi: barriere alla concorrenza, una fiscalità punitiva, oneri sociali troppo alti, ostacoli al lavoro femminile e così via. Per fare un solo due esempi, nel settore turistico (in cui dovremmo primeggiare) abbiamo un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto alla Francia, e quasi trecentomila in meno nei servizi ad alta intensità di conoscenza e tecnologia. Il potenziale per una maggiore occupazione esiste, ma non siamo capaci di realizzarlo.

Accogliamo con favore i piccoli progressi sul fronte del REI e impegnamici a proseguire. Parliamo però anche di lavoro. Se non colmiamo il deficit, come possiamo aspettarci di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi? E se non aumentano le occasioni di percepire un reddito dal mercato, come facciamo a sussidiare i milioni di persone che potrebbero, vorrebbero e dovrebbero lavorare? Quando, vent’anni fa, fu sperimentato per un breve periodo il “reddito minimo d’inserimento”, in alcuni comuni del Sud fece domanda più della metà dei residenti, per mancanza di alternative.

Il modello di sviluppo italiano sta perdendo colpi a una velocità crescente. Oggi si apre a Napoli il primo Festival sullo Sviluppo Sostenibile. Nelle prossime settimane vi saranno decine di eventi e dibattiti. Speriamo che emergano maggiore consapevolezza dei problemi, nonché diagnosi e proposte su come affrontare povertà e mancanza di lavoro: le due sfide si possono risolvere solo insieme.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 maggio 2016

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È un dovere pagare le tasse ma il prelievo deve essere equo

Quando il pastore americano Jonathan Mayhew, in un sermone del 1750,  pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava certo di aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un’incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello stato italiano sono ad esempio più che raddoppiate in percentuale sul PIL (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.

Questa “alienazione” fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente  a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo stato non può rinunciare al “bastone” per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.

Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti quei  sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le “etiche dei doveri”. Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei paesi latini il termine imposta (impot, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. E’ proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.

La tassazione (livelli, modalità, equità) è sicuramente destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 14 maggio 2017

 

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Gli autogol dei governi: più cobra a Delhi, l’inflazione in Italia

L’inaugurazione della diga di Assuan sul fiume Nilo, nel 1970, fu salutata come una benedizione per l’agricoltura e come un grande successo economico. Secondo le previsioni, i suoi costi sarebbero stati riassorbiti dopo pochi anni. Col passare del tempo, tuttavia, comparve un serio problema. Prima del progetto, i sedimenti del Nilo rendevano fertili le pianure a valle di Assuan. Lo sbarramento tratteneva invece i sedimenti sul fondo del nuovo lago Nasser, rendendoli inutili. Gran parte dell’energia elettrica generata dalla diga dovette essere impiegata per alimentare impianti di fertilizzazione artificiale. Un effetto boomerang, insomma: l’iniziale successo si ritorse, almeno in parte, contro se stesso. Questo tipo di fenomeni sono ben noti agli ingegneri e agli scienziati in generale. In un manuale su tecnologie e complessità, John Gall  ha formulato due principi universali: l’introduzione di nuovi sistemi porta inevitabilmente  nuovi problemi; più un sistema è complicato, più genera effetti imprevisti. Riflettendo sullo stesso tema, Edward Tenner ha coniato a sua volta il termine “effetto rivincita”. Dopo un primo periodo di successo, la realtà si ribella contro le innovazioni scientifiche. Esempio emblematico: l’avvento degli antibiotici, che hanno finito per selezionare ceppi di batteri resistenti contro i quali non sembra per ora esserci rimedio.

La vendetta della realtà non è un’esclusiva della sfera scientifico-tecnologica ma caratterizza anche il mondo sociale. Alcune sue varianti hanno assunto nomi curiosi, tratti da eventi realmente accaduti. Prendiamo il cosiddetto effetto Streisand. Nel 2003 l’attrice omonima intentò una causa legale contro un sito web che aveva postato alcune foto della sua villa di Malibu. Invece di scoraggiare nuove intrusioni nella sua privacy, l’azione di Barbara Streisand ebbe l’effetto contrario. Le visualizzazioni del sito incriminato passarono da poche migliaia a mezzo milione nel mese successivo alla notizia.

Le conseguenze non previste sono state molto discusse nella storia del pensiero politico. John Locke fu tra i primi a sottolineare i casi di conseguenze negative. Criticò  ad esempio ferocemente un provvedimento del governo sui  tassi di interesse che mirava ad aiutare i debitori ma che, secondo lui, avrebbe finito per penalizzarli. Con la sua metafora della “mano invisibile”, Adam Smith illustrò a sua volta il caso più emblematico di conseguenze non intenzionali positive: il mercato. Esso infatti produce benefici per tutti a partire dall’auto interesse individuale: “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale” (A. Smith, La Ricchezza delle Nazioni).

La più compiuta trattazione del fenomeno si deve a Robert K.Merton. In un famoso articolo uscito nel 1936 sull’American Sociologica Review, il grande sociologo della Columbia University distinse fra tre tipi di conseguenze non previste, a seconda che esse generino  effetti negativi, positivi o semplicemente perversi, in quanto opposti a quelli attesi (l’effetto boomerang vero e proprio). Questi ultimi derivano spesso da incentivi scorretti messi in atto dalle autorità pubbliche. Un economista tedesco, Hans Sieber, ha studiato a fondo la propensione di molte politiche governative (soprattutto in campo economico) a ritorcersi contro se stesse. Il libro più noto di Sieber si chiama, curiosamente, The Cobra Effect ed è ripreso da un fatto storico. Durante il periodo coloniale il governo inglese dell’India, preoccupato per l’alto numero di serpenti nelle strade di Dehli, offrì una piccola taglia per ogni esemplare ucciso. Molti indiani iniziarono ad allevare cobra col preciso intento di ucciderli e incassare il denaro. Il governo se ne accorse ed eliminò la ricompensa. A quel punto però gli allevatori liberarono i serpenti, che invasero le strade della capitale, moltiplicandosi rapidamente: un boomerang, è il caso di dirlo, davvero velenoso. Il libro di Sieber discute molti esempi come questo di incentivi perversi.

Nel suo articolo pioneristico, Merton elencò cinque possibili cause alla base delle conseguenze impreviste. La prima è l’ ignoranza: non teniamo conto di informazioni che pure sono disponibili oppure l’informazione disponibile è incompleta. La seconda è l’errore: assunti scorretti, ragionamenti fallaci. Colpa nostra, dunque? Spesso si. Ma non esageriamo. Come mostrò già negli anni Cinquanta un premio Nobel per l’Economia, Herbert  Simon, la razionalità umana è limitata, non corrisponde a quella (perfetta) attribuita dalla teoria neo-classica al famoso homo economicus. Ignoranza ed errore sono costitutivamente inevitabili, e con loro gli effetti imprevisti dell’azione. La lista di Merton include poi altre due cause: la prevalenza del breve periodo e i pregiudizi di valore. Entrambi operano spesso nella sfera politica. Costretti come sono dal ciclo elettorale, i governi tendono ad esempio a privilegiare decisioni che producono benefici immediati e concentrati. Pensiamo all’aumento delle pensioni. Nel breve periodo questa decisione piace agli elettori più anziani e può non creare problemi fiscali. Se la popolazione invecchia, però, nel lungo termine il sistema pensionistico diventa insostenibile, costringendo le generazioni future a pesanti sacrifici E’ quanto successe in Italia negli anni Sessanta, quando i nostri politici introdussero la formula pensionistica più generosa del mondo. A loro discapito, possiamo dire che all’epoca nessuno avrebbe immaginato un invecchiamento demografico così rapido e marcato. E’ solo tenendo conto di questa attenuante che possiamo parlare di effetto non previsto. Certo è che tale scenario non venne neppure ipotizzato: ci furono anche ignoranza ed errore. In quell’epoca operò anche il cosiddetto pregiudizio di valore (quarta causa), ossia l’acritica adesione ad un assunto valutativo senza preoccuparsi delle conseguenze. Ricordate “il salario come variabile indipendente”, costi quel che costi? Questo pregiudizio aprì la strada a un ventennio di inflazione incontrollabile.

La quinta causa di Merton è costituita dalle cosiddette profezie controproducenti (self-defeating prophecies), quelle che si ritorcono contro chi le fa. Durante la crisi del 1929, molti risparmiatori si convinsero che le banche sarebbero fallite e si precipitarono a ritirare i propri risparmi. Rimasti a corto di liquidità, molti istituti fallirono per davvero. Su scala storica più ampia, pensiamo alla profezia di Marx circa la concentrazione della ricchezza fra capitalisti e la proletarizzazione dei lavoratori. Nel Nord-Europa l’allarme marxista spinse gli operai ad organizzarsi in sindacati e partiti, scongiurando la proletarizzazione e salvando il capitalismo da quel crollo che lo studioso tedesco riteneva inevitabile.

Sulla scia di Merton, il fenomeno degli effetti non previsti è diventato uno dei temi più studiati dalla sociologia dell’azione. Raymond Boudon si è ad esempio occupato a fondo dei meccanismi di aggregazione delle azioni individuali e delle sue conseguenze non intenzionali. Nel suo libro sulla diseguaglianza di opportunità, il sociologo francese ha spiegato perché l’aumento delle opportunità educative connesso alla scuola di massa non si è tradotto in una diminuzione delle diseguaglianze sociali. Se più giovani raggiungono il diploma, quest’ultimo varrà di meno nel mercato del lavoro. Boudon parla di ”effetto neutralizzazione”: quando tutti fanno la stessa cosa per ottenere un vantaggio comparativo nessuno può raggiungere quello scopo. Un po’ come la folla manzoniana che si mette in punta dei piedi per vedere meglio: nessuno ovviamente ci riesce.

Gli effetti imprevisti sono stati esplorati a fondo anche dagli psicologi, con applicazioni importanti nel mondo della persuasione pubblicitaria e del marketing politico. E’ stato ad esempio scoperto che i messaggi comunicativi che contengono qualche elemento di discredito alla lunga sono i più persuasivi. Poniamo che un candidato alle elezioni compaia in un manifesto pubblicitario, nel quale però si capisce che c’è qualcosa di strano (ad esempio una nota che precisa che il manifesto è stato finanziato da un avversario politico). Dapprima la “stranezza” suscita sospetto e inibisce la persuasione. Il messaggio però resta impresso. Col passare del tempo si dimentica la stranezza e l’ impressione diventa favorevole. E’ contro intuitivo, ma  funziona davvero così. Gli psicologi lo chiamano sleeper effect, perché l’effetto positivo si manifesta dopo un certo periodo di “sonno”.

Individuare i meccanismi alla base degli effetti non previsti significa poterli almeno in parte controllare, Il boomerang, si sa, veniva anticamente usato come arma da combattimento. Siccome, nel mondo sociale, gli effetti boomerang sono spesso negativi, è giusto comprenderne bene il funzionamento e mettere in atto le più efficaci tattiche di difesa. Cercando di sconfiggere la realtà prima che questa possa prendersi la rivincita.

 

Biblio

Gall, John. The Systems Bible: The Beginner’s Guide to Systems Large and Small (Third Edition of SYSTEMANTICS), General Systemantics Press/Liberty, 2003. ISBN 0-9618251-7-0.

Tenner, Edward. Why Things Bite Back: Technology and the Revenge of Unintended Consequences. New York: Knopf, 1996.

Horst Siebert, Der Kobra- Effekt. Wie man Irrwege der Wirtschaftspolitik vermeidet, Deutsche Verlags-Anstalt, 2002. ISBN 978-3421055620

  1. Boudon L’inégalité des chances, Paris, 1973;
  2. Boudon Effets pervers et ordre social, Paris, 1977;

 

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 07 maggio 2017

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