Archivi del mese: novembre 2013

L’Europa alla prova della cittadinanza

Maurizio Ferrera

Lingua, cultura, etnia, discendenza: dai tempi di Fichte e del Regno di Prussia, la nazionalità tedesca è legata allo ius sanguinis. Per i «senza sangue» la naturalizzazione è sempre stata difficile. Chi nasce da genitori stranieri e vive in Germania può oggi ottenere il passaporto, ma alla maggiore età deve optare: o tedesco oppure cittadino del Paese di origine della propria famiglia. Le cose ora cambieranno. Nell’accordo di coalizione, i socialdemocratici hanno insistito per abolire il famigerato obbligo di opzione: sarà possibile la doppia cittadinanza. Per la Spd non è solo una questione di equità, ma anche di consenso. L’obbligo è malvisto dalla comunità turca: una minoranza di tre milioni di individui, in larga parte elettori della Spd. La Grande Coalizione porterà dunque una politica della cittadinanza più in linea con gli standard europei, che ormai si basano su qualche variante del cosiddetto ius domicilii: si diventa cittadini se si nasce nel Paese ( o se ci si arriva in tenera età), se lì si cresce e si va a scuola. Anche nel Regno Unito, patria storica dello ius soli, nell’ultimo ventennio la nascita «sul suolo» non basta più: ci vogliono la residenza prolungata e l’integrazione scolastica.

Più incerti appaiono al momento gli orientamenti della Grande Coalizione su un altro tema scottante, che riguarda la cittadinanza europea ed in particolare l’accesso dei migranti Ue ai sistemi di welfare nazionali. Qualche mese fa, il governo Merkel, insieme ai governi inglese, austriaco e olandese, aveva scritto una lettera alla Commissione europea annunciando possibili misure restrittive nei confronti dei non nazionali, soprattutto quelli provenienti da Romania e Bulgaria. In base al diritto Ue, ciascun Paese membro deve garantire l’accesso alle prestazioni sociali a tutti i cittadini/lavoratori Ue. I quattro governi sostengono che questa norma incentiva il «turismo sociale» e la «migrazione dei poveri».

La Commissione ha preparato un rapporto che dimostra come tali dinamiche siano in realtà estremamente contenute. Il governo inglese non sente però ragioni. Proprio ieri Cameron ha confermato l’intenzione di limitare i diritti sociali di romeni e bulgari e forse persino il loro diritto d’ingresso, di fatto sfidando una norma primaria della Ue. Il premier inglese segue una logica politica: si sente infatti incalzato dal partito indipendentista Ukip, che vorrebbe portare il Regno Unito fuori dalla Ue. Che cosa farà ora la Germania? Anche Angela Merkel deve contenere l’avanzata delle formazioni euroscettiche in vista delle elezioni europee della prossima primavera. E la Spd teme che i flussi migratori dall’Est Europa minaccino i posti di lavoro e i redditi di parte del proprio elettorato. Fonti del Financial Timeshanno ieri confermato che Merkel resterà a fianco di Cameron e che persino la Francia potrebbe aggiungersi al fronte dei «protezionisti». Domani si apre a Vilnius un importante incontro fra i leader Ue e i loro colleghi dei Paesi non Ue dell’Europa orientale. Invece di dar vita ad una nuova partnership politico-economica con i nostri vicini, il vertice rischia di trasformarsi in un litigio tra la «vecchia» e la «nuova» Ue sulla libertà di movimento. Che David Cameron attacchi uno dei pilastri fondativi della costruzione europea è grave, ma la Ue ha da tempo imparato a convivere con gli «opt out» (esenzioni) inglesi. Se l’attacco venisse anche dalla Germania, l’Europa rischierebbe però di non reggere. Uno scenario su cui stendere, per il momento, un velo pietoso.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 28 Novembre 2013

 

 

 

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Sul reddito minimo un’occasione per grillo

Maurizio Ferrera

L’iter parlamentare della legge di stabilità si sta trasformando in un disordinato attacco alla diligenza. Come ai tempi della Prima Repubblica, vi è il rischio che il provvedimento finisca per premiare gli interessi dei più forti, a spese dei più deboli. Un esito disastroso: la crisi ha colpito duramente il ceto medio-basso e infoltito le fila degli indigenti. Dal 2005 ad oggi la povertà “assoluta” è passata dal 4,1% all’8% della popolazione. Si tratta di quasi cinque milioni di italiani, fra cui moltissimi bambini, che non possono permettersi consumi di base (vitto, alloggio, vestiti adeguati) e che si trovano all’estrema periferia del sistema di welfare, se non del tutto fuori.

In questo quadro va salutata con favore l’iniziativa del Movimento 5 Stelle per introdurre un “reddito di cittadinanza”, ossia un trasferimento monetario a chi si trova in difficoltà ed è disponibile al lavoro. L’idea non è certo nuova, ma è la prima volta che diventa cavallo di battaglia di una forza politica di primo piano nel bel mezzo di una legge finanziaria: governo e maggioranza non potranno far finta di niente.

La proposta dei grillini è precisa e dettagliata. Può diventare la base di partenza di una riforma efficace e praticabile? Su questo è lecito nutrire dubbi. Innanzitutto c’è il problema del nome. Ciò che i 5 Stelle prospettano è un classico schema di reddito minimo garantito, riservato ai poveri: non un reddito universale erogato a tutti i cittadini. E’ bene precisarlo, per non creare confusioni e alimentare irrealistiche aspettative. Altre perplessità riguardano le regole di accesso alla prestazione. Perché tener conto solo del reddito dichiarato dei richiedenti e non del patrimonio? In questo modo si rischia di premiare gli evasori. Sulla effettiva gestione dello schema (accompagnamento al lavoro, verifiche, sanzioni) la proposta coinvolge un numero eccessivo di soggetti istituzionali, attribuendo ai centri per l’impiego responsabilità e funzioni che nella situazione attuali questi non possono in alcun modo sobbarcarsi. Infine, il piano 5 Stelle ha un costo proibitivo (19 miliardi all’anno, dal 2014) e l’idea di finanziarlo tramite misure “giustiziere” (patrimoniale, prelievo sulle pensioni d’oro) non aiuta certo la sua praticabilità economico-politica.

Ciò che stupisce dell’iniziativa grillina è poi il fatto che non tiene conto del ricco dibattito degli ultimi mesi sul reddito minimo e delle due articolate proposte già emerse a riguardo: quella del Reddito di inclusione sociale (Reis), predisposta dalle Acli (www.redditoinclusione.it) e quella del Sostegno di inclusione attiva (SIA, http://www.lavoro.gov.it) elaborata da una commissione di esperti presso il Ministero del Lavoro. Sia detto senza offesa: entrambe queste proposte sono assai più meditate e coerenti rispetto a quella targata 5 Stelle e dunque più adatte a fungere da base di partenza (ovviamente migliorabile).

Proprio domani nasce a Roma un’”Alleanza contro la povertà in Italia” promossa dalle Acli, con la partecipazione di una ventina di soggetti pubblici e del Terzo Settore. L’obiettivo è quello di elaborare un piano organico e ampiamente condiviso di riforma “partendo dagli ultimi”. Se davvero i grillini vogliono passare dalla stagione della protesta a quello della proposta (che implica sempre mediazioni e collaborazioni), un raccordo costruttivo con questa iniziativa sarebbe fortemente auspicabile.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 10 Novembre 2013

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