Archivi del mese: giugno 2012

Una riforma del lavoro da approvare senza ritardi

Maurizio Ferrera

La riforma del lavoro sembra essere finalmente arrivata all’ultimo miglio. Ci voleva un’importante scadenza Ue (il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno) per convincere partiti e parti sociali a posare le armi. Ancora una volta, il «vincolo esterno» ci spinge a fare quei compiti a casa che altrimenti non faremmo: esattamente la tesi di Angela Merkel, che ha molti torti ma non li ha tutti.

Una valutazione puntuale del provvedimento è prematura. Possiamo però fare due commenti di ordine generale. Innanzitutto, la riforma si muove nella direzione giusta. Anche l’Italia avrà un’assicurazione contro la disoccupazione estesa a tutti i lavoratori, con indennità limitate nel tempo ma d’importo adeguato. I giovani precari godranno di maggiori tutele e l’apprendistato diventerà il canale privilegiato di accesso al lavoro. Questa è la parte più delicata della riforma, su cui si giocherà il suo successo. Governo e parti sociali dovranno impegnarsi seriamente per far funzionar bene questo strumento, come in Germania. Infine, le imprese otterranno dalla riforma un po’ di quella flessibilità in uscita che chiedono da decenni: l’articolo 18 allenterà i vincoli al licenziamento individuale.

C’è chi dice che la riforma peggiorerà le cose, chi grida «al lupo» perché si toccano antichi tabù, chi fa battute sferzanti e persino chi lancia attacchi personali al ministro. Il provvedimento non è perfetto. È possibile che alcune misure non abbiano i risultati previsti o peggio che producano effetti perversi. Rischio paventato da Alesina e Ichino (Corriere, 6 aprile): una scelta più netta sul fronte della flessibilità in uscita sarebbe stata preferibile. Ma va riconosciuto che nessun governo aveva mai avuto il coraggio di muoversi negli ultimi quindici anni. Sotto il polverone, resta poi un fatto certo: la riforma ci renderà un po’ più simili ai nostri partner. Perciò l’Unione europea l’aspetta con ansia e Mario Monti deve partire per Bruxelles con l’approvazione parlamentare in tasca.

La seconda valutazione è più critica e riguarda il processo decisionale. Qui non c’è stata purtroppo nessuna innovazione, il governo si è impantanato nei vecchi riti della trattativa fra le parti sociali e i partiti (per favore non chiamiamola concertazione). Ai vari tavoli si è arrivati senza un adeguato corredo di dati, analisi, scenari. I partecipanti hanno così potuto sostenere tutto e il contrario di tutto, a seconda delle convenienze, a volte spudorate, dei propri rappresentati. In nessun Paese serio le politiche sociali e del lavoro si fanno così, come al mercato. Da un governo tecnico ci saremmo aspettati innovazione non solo di prodotto, ma anche di processo. Speriamo resti il tempo per dare qualche segnale, magari proprio per correggere i difetti di questo provvedimento.

La riforma creerà occupazione? Per il breve periodo è meglio non farsi troppe illusioni. Il mercato del lavoro è come un campo da gioco: servono buone regole, un arbitro capace, un servizio di assistenza per chi è costretto a uscire. Ma l’esito della partita dipende dai giocatori. La crisi sta colpendo duro, e non finirà presto. Nel campo da gioco «riformato», imprese e sindacati devono ora rimboccarsi le maniche: si vince solo investendo, innovando, puntando su flessibilità organizzative e retributive a livello di settore o di azienda. I prossimi mesi saranno cruciali. Il governo continui i suoi sforzi per facilitare e sostenere la crescita. La politica lo aiuti senza ostacolarlo pretestuosamente e usi questo tempo per, saggiamente, rinnovarsi.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 22 Giugno 2012

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L’avviso dei cittadini pro Europa: risposte subito o cresce il populismo

Maurizio Ferrera

Superare la crisi dell’euro e rilanciare la crescita è tecnicamente possibile. Grazie anche all’impegno di Mario Monti, sono oggi disponibili proposte concrete e ragionevoli su come stabilizzare le banche e mitigare il fiscal compact. La soluzione è a portata di mano, ma nessuno si sente di scommettere su un esito chiaro e definitivo del vertice di fine giugno. Le difficoltà sono politiche: ma quali, esattamente? I popoli europei, si sostiene, non si fidano più l’uno dell’altro, hanno visioni diverse sul ruolo e il futuro dell’Ue. In particolare, l’«elettore mediano» tedesco non vorrebbe saperne di pagare con le proprie tasse i debiti sud-europei. Con il suo nein , Angela Merkel cerca soprattutto di non perdere le prossime elezioni. Qualcuno scomoda anche la storia delle dottrine politiche: il contribuente tedesco ha ragione, no taxation without representation (nessuna imposizione fiscale senza rappresentanza politica, come se gli elettori della Baviera dovessero sedere nel Landtag della Pomerania per controllare come vengono spesi i sussidi di Berlino e di Bruxelles).

A giudicare da un recente sondaggio di uno dei più seri istituti mondiali, il Pew Research Center, questa vulgata sugli ostacoli politici non appare molto fondata. Anzi: la maggioranza degli elettori Ue (e di quelli tedeschi) sembrerebbe disponibile e interessata a una soluzione davvero «europeista» all’attuale crisi.

I dati parlano chiaro (http://pewresearch.org). Nei grandi Paesi dell’eurozona, schiaccianti maggioranze desiderano che l’euro sopravviva. Maggioranze più risicate (ma sempre tali) appoggiano l’idea di offrire assistenza finanziaria per «salvare» i Paesi periferici in difficoltà. In Germania, il Paese pagatore per eccellenza, i favorevoli sono i 49%, i contrari il 48%. Una spaccatura in due campi, non c’è dubbio. Ma il sostegno è preponderante fra gli elettori di centrosinistra, proprio quelli di cui dovrebbe preoccuparsi la Cancelliera per i prossimi appuntamenti elettorali. I più ostili ai bailout (salvataggi) sono i francesi (56% di non ). Ma, di nuovo, gli elettori di sinistra, che hanno votato Hollande, sono in maggioranza favorevoli. Quanto al rigore fiscale e ai tagli, due terzi degli europei ritengono di aver già dato abbastanza. La politica della Banca centrale europea (principale guardiano, anche simbolico, del rigore) è vista negativamente da ampie maggioranze di elettori (il 51% in Germania). Anche il problema della cosiddetta sfiducia esce molto ridimensionato: eccettuati i Greci, i due terzi circa dei cittadini dei restanti Paesi debitori dichiara di rispettare la Germania. Più o meno tanti quanti sono i tedeschi che guardano con stima agli spagnoli (71%) e agli italiani (66%). L’idea che vi siano pesanti vincoli di natura politico-elettorale a una soluzione rapida e ragionevole della crisi appare dunque, come minimo, esagerata. E allora perché i capi di governo non riescono a mettersi d’accordo?

La risposta va cercata, a mio avviso, in un grave difetto di leadership. Della classe dirigente europea, innanzitutto. Imprenditori, sindacati, libere professioni, alta finanza: nessuno si è seriamente mobilitato per articolare e aggregare una fattiva coalizione di interessi pro euro. Qualche convegno, qualche documento scialbo, nulla di più. Anche i «chierici» hanno latitato: solo nelle ultime settimane sono comparsi i primi appelli di intellettuali, le prime dichiarazioni preoccupate e propositive (come quelle di Schroeder e Fischer, rese a questo giornale). Ferruccio de Bortoli ha bene evidenziato sul Corriere di domenica scorsa i limiti e l’opportunismo dei cosiddetti poteri forti del nostro Paese. Credo che il discorso potrebbe essere esteso anche ad altri Paesi. Il «torpore autodistruttivo» in cui versa l’Ue è in parte legato al piccolo cabotaggio di chi guida le economie, le società, le culture nazionali.

Il secondo difetto di leadership riguarda le classi politiche. Ha ragione Panebianco a lamentare la debolezza progettuale delle attuali élite europeiste e la crescente distanza che le separa dai cittadini, la loro incapacità di entrare in empatia con le aspirazioni, le paure, le incertezze dell’«europeo comune» ( Corriere , 4 giugno). Fino allo scoppio della crisi, l’Ue poteva contare su una legittimità «in uscita»: i cittadini se ne occupavano poco ma l’appoggiavano perché produceva benefici o comunque non creava danni. L’introduzione dell’euro ha però acceso i fari su Bruxelles e la crisi finanziaria ha indotto l’opinione pubblica a chiedersi se la Ue sia ancora una soluzione oppure sia diventata un problema. Molti elettori sembrano essersi già convinti della seconda tesi e hanno iniziato a votare per partiti euroscettici e populisti. Il sondaggio sopra citato (come altri) segnala però che nei Paesi dell’eurozona esiste ancora una maggioranza a favore della tesi «più Europa conviene». Ciò che manca è una guida, capace di cogliere e comunicare l’insieme di interessi e valori in base ai quali l’integrazione resta oggi più che mai la soluzione dei nostri problemi.

Nel vertice del 27 e 28 giugno i leader Ue si siedano in giardino (non è stagione da caminetti), allontanino tecnici e consiglieri e, con responsabilità e determinazione, «scelgano». A favore di un salto di integrazione, come fecero i padri fondatori negli anni Cinquanta; facendo una scommessa sul futuro, come è nella natura di ogni autentica leadership politica.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 15 Giugno 2012

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