Archivi del mese: agosto 2017

Ascesa e caduta di Schulz Martin, l’eterno secondo

Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

– Linea contraddittoria, incertezza sui temi sociali. Il leader Spd sta sbagliando tutto. Consensi ai minimi dopo la perdita della Westfalia. Gli ostacoli? L’asse Merkel-Macron. E lo scandalo Volkswagen che spinge i Verdi verso la Cdu –

Quando scese in campo, nel gennaio scorso, Martin Schulz fu salutato come possibile «salvatore» della Spd, l’unico in grado di interrompere il lungo dominio della Cdu. Nominato segretario con il 100% delle deleghe, l’ex presidente del Parlamento balzò subito in vetta ai sondaggi, ingaggiando un testa a testa conia cancelliera Merkel. Sui social media molti iniziarono a spronarlo con lo slogan provocatorio (e ironico): «Make Europe Great Again» (#MEGA): un chiaro segnale delle speranze riposte nel leader del centrosinistra tedesco per mi futuro europeo meno teutonico e più solidale.

L’effetto Schulz è durato poco. Oggi i consensi per la Spd sono tornati ai livelli del 2016:15 punti sotto il 38% che viene accreditato alla Cdu-Csu. Almeno tre fattori hanno contribuito a questa débàcle: le sconfitte elettorali regionali nei Lander Saar, Schleswig-Holstein e Nord Reno-Westfalia; l’intesa tra Macron-Merkel a livello europeo; infine, la debolezza comunicativa e programmatica dello stesso Schulz.

La perdita del Nord Reno-Westfalia, la regione più popolosa del Paese, è stata particolarmente drammatica. Per intenderci, qui una sconfitta della Spd equivale a quella di una sinistra nostrana in Emilia-Romagna, Umbria e Toscana (tutte e tre insieme). E, da ex-aspirante calciatore, Schulz sa bene che «vincere aiuta a vincere». Senza ombra di dubbio, gli insuccessi regionali hanno rapidamente smorzato gli iniziali entusiasmi della classe dirigente della Spd. n secondo fattore chiave è stata l’intesa Macron-Merkel. Proprio quando Schulz avrebbe avuto più bisogno di una sponda internazionale—l’elezione di Macron ha coinciso con la sconfitta nel Nord-Reno Westfalia — il presidente francese ha optato per cementare il rapporto tra l’Elliseo e Berlino.

Le incertezze

Il leader socialdemocratico ci ha messo però anche del suo. Da gennaio ad oggi, il suo comportamento è sembrato a tratti schizofrenico. In una prima fase, la sua campagna è stata caratterizzata dalla formula «moderatezza dei toni e radicalità dei contenuti». Schulz è entrato nella politica nazionale come se fosse ancora presidente del Parlamento europeo: mai una parola di troppo nelle interviste, ritmo lento e battute sobrie.

Il messaggio era però, «In Germania serve più politica sociale». Tanto che, sulla scia dell’esperienza di governo nata a Berlino a fine 2016, sembrava plausibile un’alleanza a livello federale tra Spd-Die Linke e Verdi.

Ma con le sconfitte regionali la sobrietà è svanita e Schulz è entrato in una fase nuova, quella dell’ «agitazione». Fra la leadership del suo partito è emerso un dubbio: dipingere la Germania come un Paese malato ha veramente senso?

Ed ecco che i temi sociali (le riforme volte a guarire la supposta malattia) sono scivolati in secondo piano, mentre sono aumentati gli attacchi diretti ad Angela Merkel. La cancelliera è però riuscita a far correre a vuoto il suo inseguitore. Tanto che il merito delle questioni e, conseguentemente, «di minare il processo democratico».

Infine, la terza fase: della «confusione» e dell’«anonimità». Molti media hanno sostenuto che il programma elettorale della Spd non si differenzia poi tanto da quello Cdu.

Le migrazioni

A dire il vero, non è così: i socialdemocratici mettono un forte accento sulla solidarietà a livello sia nazionale che europeo. Ma il punto è un altro: Schulz non sta seguendo una linea precisa. Dopo essere stato a Parigi per parlare di economia europea con Macron, è corso in Italia per puntare tutto sulla «crisi migratoria»: secondo il leader della Spd, la Germania sarebbe di fronte a una nuova emergenza arrivi, simile a quella del 2015. Ma sebbene l’ultimo Eurobarometro abbia dimostrato che i tedeschi temono più di ogni altra cosa «l’immigrazione», Schulz appare ormai un politico alla ricerca di appigli e visibilità. Certo, si potrebbe ipotizzare che Schulz abbia deciso di giocarsi la partita dell’elettore mediano: attrarre gli elettori di centro, sottraendoli alla Cdu, confidando che la propria base non fugga. Può essere una strategia vincente? È vero che gli elettorati di Spd e Cdu si somigliano sempre di più, dal punto divista socio-economico e da quello dei temi considerati prioritari per il Paese. C’è però un elemento che può seriamente danneggiare Schulz. La Cdu gode della maggior percentuale di elettori che credono che il proprio partito abbia «politici competenti»: 72 per cento. In confronto, solo il 54% degli elettori della Spd sono della stessa opinione. Se la stima dei propri politici può essere un indicatore del grado di fedeltà partitica, allora Schulz dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di non perdere i propri, di elettori.

A fine luglio il governo regionale della Bassa Sassonia è entrato in crisi: ci saranno elezioni anticipate il 15 ottobre. Il governatore socialdemocratico Weil, che fa parte del consiglio di sorveglianza della Volkswagen, è stato accusato di corresponsabilità per i gravi scandali dell’industria automobilistica tedesca. La crisi della locale maggioranza Spd-Verdi è stata aperta da una deputata dei Verdi. Secondo molti osservatori, potrebbe essere il primo passo verso un rovesciamento di alleanze post-elettorale: fine della grande coalizione e nascita di una maggioranza «Giamaica» (dai colori della bandiera di questo Paese: Cdu, Verdi e liberali in rapida ascesa). Un vero smacco per Schulz, un brutto colpo per tutta la socialdemocrazia europea.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 21 Agosto 2017

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La pazienza di Angela con l’Europa – Cosa fa un leader se l’economia va

Maurizio Ferrera e Furio Stamati

– Merkel corre verso il quarto mandato. Analisi della Cancelliera, tenace e spregiudicata Come quando ha messo all’angolo il suo ministro del Tesoro e ha trattato direttamente con i tecnici di Tsipras –

Angela Merkel è da anni oggetto di un dibattito tanto acceso quanto inconcludente. In campagna elettorale, lei è «Mutti» (la mamma). L’epiteto crea simpatia, ma ai suoi oppositori ne ricorda la mancanza di visione e la retorica pedissequa. Per i critici benevoli, Merkel, ex ricercatrice in chimica quantistica, è uno scienziato prestato alla politica. La sua è osservazione metodica e spassionata e analisi dei risultati. Ne derivano l’ossessione per i sondaggi e improvvisi cambi di rotta. Altri collegano la sua vicenda personale a un’attenzione per le minoranze. L’intiepidimento dei rapporti con Mosca e l’accoglienza concessa a quasi un milione di rifugiati siriani nell’estate del 2015 confermerebbero questa lettura. Sono però in molti a ricordare la donna che tradì Helmut Kohl, la manipolatrice assetata di potere. Ulrich Beck (il noto sociologo e «intellettuale pubblico» tedesco, mancato nel 2015) ha coniato per Merkel un arguto neologismo: Merkiavelli (Merkel+Machiavelli).

Germanizzazione

Artefice di una «germanizzazione» della politica europea, Merkiavelli avrebbe gestito la crisi dell’euro con fuggevolezza e deliberata ambiguità, facendo crescere il suo potere personale all’ombra del successo economico tedesco. La Germania avrebbe così sottoposto l’Unione Europea a un’egemonia riluttante e autoreferenziale, basata sulla promessa – effimera e costantemente disattesa – di fornire la guida e l’aiuto necessari a uscire dalla crisi. Gli sviluppi recenti e più accurate ricostruzioni empiriche hanno sollevato dubbi su tale lettura. Merkel non è l’unica responsabile della ritrosia tedesca. Vincoli istituzionali, dinamiche partitiche e rapporti altalenanti con le altre leadership europee condizionano i tempi e i contenuti della sua azione. A Merkel andrebbero invece riconosciute pazienza, caparbietà e senso di opportunità politica. Restano tuttavia profonde ambiguità. Merkel si concentra sui dettagli della sua azione di governo, ma la giustifica con grandi mozioni di principio che rischiano di apparire poco sincere.

Il suo approccio sperimentale la spinge a considerare, spesso in parallelo, soluzioni contrastanti. La sua capacità di individuare e dominare il «centro» di ogni tema politico, a casa come in Europa, la rende un negoziatore naturale, rafforzandone però l’immagine di fortunata improwisatrice. Merkel si è spesso dimostrata «Machiavellica» nel disciplinare i suoi interlocutori. Tuttavia, ha saputo anteporre il pragmatismo all’ambizione personale 0 al senso di rivalsa. La diplomazia interpersonale è così divenuta una chiave del suo successo. Nella difficile mediazione con Vladimir Putin, ha combinato sapientemente flessibilità e fermezza, nonostante la scarsa simpatia reciproca. Ma è soprattutto durante la crisi greca che la Cancelliera ha saputo esercitare una leadership tanto felpata quanto efficace, instaurando peraltro una inattesa empatia con il premier greco Tsipras. Nell’incontro decisivo del negoziato sul cosiddetto bailout, il salvataggio (giugno 2015), Merkel ha esordito censurando ogni idea di Grexit. Nelle 17 ore successive, grazie alla sua dettagliata conoscenza dei particolari tecnici, è stata in grado di interagire direttamente con gli assistenti di Tsipras. Ha lasciato anzi il falco Schauble fuori dalla porta, scherzandoci sopra con gli altri partecipanti. E, alla fine, ha accettato di ridurre la richiesta tedesca in merito alle garanzie collaterali che la Grecia avrebbe dovuto fornire al nuovo prestito. In quella situazione, il «fattore umano» della Cancelliera ha temperato la sua tendenza a prendere tempo ed ha invece consentito a tutti di uscire dall’impasse, con un pizzico di savoir-faire. Angela Merkel resta nondimeno un leader enigmatico. La sua azione di statista segue strade complesse, ispirate da una personalità altrettanto poliedrica. Sperimentalismo e aspirazioni etiche vi si combinano in modo anche paradossale. Eppure, proprio questo le ha permesso di coniugare stabilità e cambiamento in una stagione di crisi esistenziale dell’Ue. Soprattutto, Merkel ha dimostrato (sinora) di non voler rescindere il destino della Germania da quello dell’Europa.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 07 Agosto 2017

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