Archivi del mese: gennaio 2014

Occupazione e conciliazione, una proposta al governo: «Fate F.A.S.T»

Maurizio Ferrera

– Famiglia, asili, servizi sociali, tempi. Una proposta al governo lanciata ai tempi delle donne –

Come un fiume carsico, l’agenda donne è di nuovo sparita dal dibattito politico. Ai temi dell’occupazione femminile, della conciliazione, degli asili si dedica solo un lip service, come dicono gli inglesi: paroloni a cui non segue nulla, o quasi. Eppure la scarsa valorizzazione delle donne italiane, del loro tempo, del loro talento, del loro lavoro, continua ad essere uno dei principali tappi che ostacolano il cambiamento economico, sociale e in parte anche politico del nostro Paese.

È ora di chiudere, definitivamente, le bocche carsiche e di trasformare l’agenda donne in un fiume in piena. Per questa strategia propongo un nome. Fast, l’agenda «fast» per le donne italiane. In inglese, il termine vuol dire «veloce». Siccome non possiamo più sprecare tempo, i contenuti dell’agenda devono assumere carattere di urgenza, imporsi all’attenzione di governo, Parlamento, parti sociali e tradursi rapidamente in misure concrete. Fast può essere letto anche come un acronimo.

Le sue quattro lettere rimandano ad altrettante direttrici di marcia, a obiettivi da raggiungere:

F come famiglia

A come asili

S come servizi sociali

T come tempi — di lavoro e di vita

Ciascuna di queste direttrici meriterebbe un articolo a sé. Qui mi limito a lanciare quattro ballon d’essai, per rianimare il dibattito.

Famiglia: allungare il congedo obbligatorio di paternità. Con mille difficoltà Elsa Fornero ha concesso un giorno. Non basta, né dal punto di vista simbolico né da quello pratico. Bisogna arrivare almeno a tre, e introdurre incentivi per quelle imprese che spontaneamente arrivano a cinque.

Asili: centomila posti in più in cinque anni. L’aveva promesso l’ultimo governo Prodi, ma è successo ben poco. Occorre rilanciare, anche con l’aiuto dei privati e del terzo settore. Senza un numero adeguato di nidi, un discorso serio sulla conciliazione non può neppure cominciare.

Servizi: la priorità devono essere gli anziani, e in particolare la non autosufficienza. Purtroppo è una sindrome che si sta diffondendo a macchia d’olio, per le dinamiche demografiche. Mogli, figlie, nuore, nipoti sono allo stremo e non possono continuare a fare tutto da sole. L’indennità di accompagnamento non basta. Per alcuni è un’aggiunta superflua, per altri è troppo poco. E comunque ci vogliono i servizi, compresi quelli a domicilio.

Tempi: orari flessibili, telelavoro, i cosiddetti «tempi della città». Ma proviamo anche a trasformare il part time in un quasi-diritto. L’ha già fatto l’Olanda. Qui tutti i dipendenti hanno la facoltà di chiederlo, e sempre più spesso sono gli uomini a farlo, per occuparsi di più della casa e dei figli. L’impresa può rifiutare solo se ha buone e comprovate ragioni.

Sono ben consapevole che tutte queste misure costano care. Ecco perciò la mia proposta finale.

Istituiamo un Portafoglio Fast, presieduto da una figura femminile di spicco (Emma Bonino?), alimentato da una quota fissa del gettito proveniente da: evasione fiscale (comprese le confische alla mafia); i prelievi sulle pensioni e i vari contributi di solidarietà; l’abolizione delle province e altri enti inutili; i risparmi derivanti dall’introduzione dei costi standard in sanità e dall’aumento già previsto dei ticket.

Si può fare? Sì, si può, anzi si deve fare. E in fretta.

Il tempo delle donne è molto elastico, come ben sanno le autrici e lettrici del blog la 27esima Ora di questo giornale. Ma c’è un tempo che ormai si è esaurito: quello delle attese inutili, a causa di promesse non mantenute. Diamoci tutti e tutte una mossa, dunque.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 14 Gennaio 2014

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La Lezione di Londra e Parigi e quello che si può fare subito per i giovani disoccupati

Maurizio Ferrera

– I dubbi Ue sull’Italia La Commissione nutre dei dubbi sulle misure pensate dal governo Letta in particolare sulla loro attuazione nei vari contesti territoriali. Buoni esempi Saggia l’idea francese di realizzare il programma Ue a tappe, con incentivi ai lavori del futuro e l’iniziativa inglese di responsabilizzare i giovani –

 Il primo gennaio ha preso formalmente avvio il programma Ue «garanzia giovani», volto a promuovere l’inserimento occupazionale dei circa 6 milioni di disoccupati europei sotto i 25 anni. Molti governi hanno già presentato alla Commissione i propri Piani di attuazione, indispensabili per accedere al cofinanziamento Ue. Come ha ben spiegato Beppe Severgnini sul «Corriere» di ieri, la sfida del lavoro giovanile (che non c’è) è particolarmente acuta nel nostro Paese. In linea con le direttive Ue, il Piano del governo Letta mira a garantire ai giovani disponibili al lavoro una serie di proposte d’inserimento: se non proprio contratti di assunzione, almeno apprendistati, tirocini, percorsi di formazione, consulenza e fondi per l’avvio d’impresa e così via. Il bacino di potenziali beneficiari è stimato in quasi un milione di giovani, di cui più della metà nelle regioni del Sud.

In un documento informale, la Commissione ha giudicato il Piano italiano «in linea di massima adeguato», ma ha anche rimarcato l’assenza di «impegni e quantificazioni precise», in particolare per quanto riguarda le attività delle regioni. Implementation will be key , conclude il documento: tutto dipenderà dall’attuazione nei vari contesti territoriali. Come (quasi) sempre, la Commissione ha colto il punto. Per le nostre claudicanti amministrazioni regionali e i loro fragili servizi per l’impiego sarà molto difficile mantenere le promesse. Campania e Sicilia dovrebbero «garantire» (espressione molto impegnativa) proposte di inserimento a più di 150.000 giovani entro quattro mesi dalla loro iscrizione al nuovo schema; la Puglia quasi 100.000, la Calabria 50.000. Saggiamente, il Piano cerca di mantenere le redini di tutta l’operazione in capo al ministero del Lavoro, affidando alle regioni il ruolo di gestori delegati. Ma ciò sarà possibile sul piano politico e istituzionale? E, soprattutto, sapranno le amministrazioni regionali svolgere con un minimo di efficienza ed efficacia anche solo le funzioni delegate? Purtroppo, è lecito dubitarne: non per partito preso, ma sulla base dell’esperienza dell’ultimo decennio, che è stata largamente fallimentare proprio laddove il mercato del lavoro funziona peggio.

I dati del primo (sì, primo!) Rapporto di monitoraggio sui servizi per l’impiego, meritoriamente realizzato dal ministro Giovannini, segnalano una situazione di drammatica inettitudine. Nel 2012 la Campania ha «garantito» solo 7.000 giovani disoccupati, la Puglia 8000, la Calabria 4000; solo la Sicilia ha fatto un po’ meglio, con circa 30.000 giovani coinvolti in qualche misura di attivazione lavorativa o professionale. Certo, tali modesti risultati vanno in parte ascritti alla scarsità di personale (negli altri Paesi i dipendenti dei servizi per l’impiego sono molto più numerosi) e, soprattutto, alle condizioni di strutturale debolezza economica del Mezzogiorno. Come però emerge dalle «buone pratiche» (alcune esistono e andrebbero valorizzate) di alcune regioni, qualche margine per migliorare ci sarebbe.

La discrepanza fra le competenze richieste dalle aziende meridionali e quelle possedute dai giovani è fra le più elevate d’Europa: in altre parole, ci sono molte imprese che potrebbero assumere, ma non trovano personale con le qualifiche appropriate. È su questo fronte che andrebbero concentrati i primi sforzi. Le risorse finanziarie disponibili per la garanzia giovani nel 2014 non sono poche (circa un miliardo e mezzo) e qualche passo in avanti potrà essere fatto, anche al Sud. Considerando i nostri punti di partenza, l’attuale versione del Piano appare però troppo generica e ambiziosa: è auspicabile fissare alcune priorità e obiettivi specifici, come del resto ci ha chiesto la Commissione. La Francia ha scelto di realizzare la garanzia giovani per tappe, iniziando da schemi pilota in alcuni dipartimenti per arrivare «a regime» nel 2016. Non sarebbe più prudente seguire questa strada? O quanto meno condizionare l’accesso ai fondi Ue e nazionali in base all’effettiva performance (anche progettuale) delle Regioni?

Si potrebbe inoltre prendere ispirazione da altri elementi della strategia di Parigi, come gli incentivi ai cosiddetti «emplois de l’avenir », i lavori del futuro. Un’altra buona idea è il programma Myplace dell’Inghilterra, che aiuta i giovani ad aiutarsi da soli: fondi, spazi, informazioni e consigli a gruppi di ragazzi e ragazze disposti a cercare e «agganciare», anche tramite attività di servizio civile, chi è totalmente fuori da ogni circuito (gli esclusi fra gli esclusi). Per il governo Letta la garanzia giovani è una scommessa doverosa, ma anche molto rischiosa. Occorre uno sforzo straordinario di progettazione e gestione, evitando al tempo stesso di promettere ciò che è impossibile realizzare. Inoltre è indispensabile responsabilizzare in modo diretto e trasparente tutti i soggetti da cui dipende l’occupazione giovanile. Che non solo i decisori pubblici e i servizi per l’impiego, ma anche le imprese, i sindacati e l’insieme di quei «corpi intermedi» che in Italia criticano continuamente la politica ma spesso le chiedono molto più di quanto danno.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 10 Gennaio 2014

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Insidie e Opportunità

Maurizio Ferrera

Gli ultimi dati Istat segnalano che la disoccupazione italiana (soprattutto quella giovanile) continua a salire, a dispetto dei primi segnali di ripresa. Lo spettro della «crescita senza lavoro», già sperimentata negli anni Novanta, rischia di condannare milioni di italiani all’insicurezza economica e sociale anche nell’anno appena iniziato.

Incolpare il governo Letta per questa situazione sarebbe ingeneroso: nell’ultimo semestre sono state adottate varie misure per salvare l’occupazione esistente ed incentivare le assunzioni. Il ministro Giovannini ha appena presentato a Bruxelles il Piano di attuazione della cosiddetta «garanzia giovani», che si propone di razionalizzare l’orientamento professionale e i servizi per l’impiego. L’approccio del «cacciavite» ha una logica inoppugnabile, ma per scongiurare lo spettro della crescita (o peggio: del ristagno) senza lavoro occorre una strategia più ambiziosa.

Matteo Renzi si è candidato a raccogliere questa sfida e sta ultimando il Jobs Act . A chi gli chiede perché ha scelto un’espressione inglese, il neosegretario risponde che «vuole fare come Obama». Con tutto il rispetto, suggeriamo un’altra risposta. In inglese jobs non significa «lavoro» (che si dice work ), ma «posti di lavoro». Il termine rimanda cioè esplicitamente al problema oggi più urgente per il nostro Paese: dove e come, esattamente, si possono creare nuovi impieghi? Se Renzi vuole dire e fare qualcosa di innovativo è a questa domanda che deve rispondere. Quali sono i settori economici su cui puntare per guadagnare competitività e al tempo stesso espandere la domanda di lavoro, di «buon» lavoro? Perché a questo dobbiamo mirare: far sì che il maggior numero di giovani possa accedere a lavori «di qualità», quelli che valorizzano competenze e talenti nei settori di punta dell’economia. Dal sommario del Jobs Act anticipato ieri sembra che Renzi e la sua squadra si stiano muovendo in questa direzione. Si parla, certo, di strumenti e regole (nuove tipologie contrattuali, semplificazione normativa, ammortizzatori sociali e così via), ma si parte dalla identificazione di quei comparti che promettono una crescita durevole e inclusiva (ricca di jobs , appunto): dal turismo al made in Italy , dalle nuove tecnologie alla riconversione energetica, dalle infrastrutture ai nuovi servizi di welfare.

Se questo è l’approccio prescelto, sarebbe utile avviare subito un confronto con i protagonisti di tali settori. Lo si è detto già tante volte, ma è bene ripeterlo: sono le imprese e non le leggi che creano posti di lavoro. Restano ovviamente fondamentali anche il dialogo con i sindacati e i diritti, purché ragionevoli. In Europa ci sono molti esempi di lavori nuovi in settori nuovi, capaci di conciliare qualità, produttività e sicurezza sociale. È una partita che possiamo vincere anche noi, con il giusto mix di lungimiranza e pragmatismo.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 09 Gennaio 2014

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