L’equità cheMerkel chiede vale anche per la Germania

Nella sua recente visita a Roma Angela Merkel ha parlato di immigrazione, governo dell’eurozona e politica estera. Sui contenuti è rimasta sulle generali, ma ha toccato alcune questioni di metodo fondamentali per il futuro dell’Unione.

Innanzitutto ha proposto di collegare i tre temi e di cercare un “grande compromesso” basato sul mutuo vantaggio. Nella sua ormai lunga storia, l’Europa è riuscita a superare molte crisi tramite ciò che gli esperti chiamano package deals, ossia accordi basati su ampi “pacchetti” di misure, in modo che ciascun paese membro possa guadagnare qualcosa. L’idea della Cancelliera non è quindi originale. Anzi,il Presidente della Commissione Juncker aveva già proposto qualcosa di simile nel Consiglio europeo dello scorso febbraio. Il suo piano era però clamorosamente fallito per la strenua opposizione dei paesi centro-orientali sul fronte dell’immigrazione. L’importante novità emersa dall’incontro romano è la disponibilità della Cancelliera ad esporsi in prima persona per definire il “pacchetto”.

La seconda questione di metodo riguarda il processo di integrazione in generale. Angela Merkel ha rilanciato l’ipotesi di creare un nucleo centrale di paesi (Italia inclusa) interessati a condividere la sovranità in aree cruciali come sicurezza e  controllo delle frontiere, fisco, politica estera. La cosiddetta integrazione differenziata è già un fatto in molti ambiti: dall’Unione monetaria a Schengen, dal controllo del crimine al diritto di famiglia. Ma con la Brexit rischia di trasformarsi in una gara al ribasso. Anche se prevalesse –come ci auguriamo- l’opzione remain (restare nell’Unione), il referendum inglese aprirà un lungo negoziato su deroghe e uscite selettive dalle regole vigenti e molti altri paesi si accoderanno. Il progetto di una Unione politica ristretta darebbe un segnale importante in direzione opposta: differenziazione al rialzo.

Sempre sul metodo, Merkel ha detto poi una terza cosa, passata un po’ inosservata. Per far avanzare l’Europa, “abbiamo bisogno di equità” nelle relazioni fra paesi. La Cancelliera ha fatto l’esempio dell’immigrazione: i paesi del Nord (a cominciare dall’Austria) non possono scaricare su quelli del Sud responsabilità e costi per controllare i flussi dal Nord Africa.  Si tratta infatti di un problema comune, che richiede criteri distributivi condivisi. Ben detto: ma l’equità deve valere anche per la gestione dell’Unione economica e monetaria. La recente offensiva della Bundesbank contro il debito italiano, la rigidità di Schäuble sul risanamento greco non vanno in questa direzione: attribuiscono meriti e colpe in base a parametri che privilegiano platealmente l’interesso tedesco. A Roma Merkel ha riconosciuto che anche la Germania ha il suo carico di “compiti a casa” da fare. Dovrebbe ripeterlo a Francoforte e Berlino. Mettendo in cima alle priorità la riduzione del surplus commerciale tedesco, che tarpa le ali all’intera economia dell’Eurozona.

Certo, una conferenza stampa a Roma può lasciare il tempo che trova. La Cancelliera è nota per una tattica politica che gli esperti chiamano “de-mobilitazione selettiva”: fingere di essere d’accordo con gli interlocutori per dar loro un contentino, senza però entrare nel merito dei temi controversi, in modo da tenersi le mani libere. In un articolo apparso qualche giorno fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il politologo Wolfgang Streeck ha attaccato senza mezzi termini il “sistema Merkel”, basato su machiavellici opportunismi e sul disegno di imporre una stretta egemonia tedesca sulla UE e i suoi destini. Streeck spesso esagera, ma non è una voce isolata ed è ben possibile che nella sua diagnosi ci sia un grano di verità.

Le tre questioni di metodo sollevate a Roma dalla Cancelliera sono condivisibili, promettenti e in linea con gli interessi italiani. Il nostro governo farà bene però a non abbassare la guardia e a prepararsi in modo accurato sui contenuti, continuando a fare proposte. Il richiamo all’equità non va lasciato cadere. Purché si tratti di autentica “equità europea”, che vincoli la Germania a comportamenti responsabili verso tutta la UE e a condividere i rischi a fronte di tutte le sfide comuni.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 maggio 2016.

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