Archivi del mese: marzo 2019

Consigli (veri) da chi studia il lavoro

Maurizio Ferrera

Pensavo che quella dei millennials sarebbe stata l’ultima generazione di giovani a cui avrei insegnato e dato consigli. Ora apprendo che alcuni dei ventenni che si rivolgono a me sono “genzeri”. Appartengono cioè alla Generazion Z, il nome affibbiato ai nati dopo il 1997 dal sempre fantasioso dibattito americano. Ormai il ritmo del cambiamento tecno-culturale è così intenso che occorre cambiare etichetta più o meno ogni dieci anni. Per me – nella mia veste di consigliere (pardon, advisor)- non cambia molto. Quando m’imbatto in un giovane motivato, con una mente brillante, gli propongo una bussola orientativa vecchia di due secoli, ma sempre attuale: quella di John Stuart Mill, un grande pensatore liberale del XIX secolo. Come in tutte le bussole, anche quella di Mill ha quattro punti cardinali, che ciascun giovane (e non solo) dovrebbe considerare e calibrare fra al fine di realizzare al meglio il proprio progetto di lavoro e di vita.

Osservare

Primo punto: imparare ad osservare. Sembra ovvio e banale, ma non lo è. I giovani guardano e si guardano continuamente. Soprattutto su internet e sui social. Ma “osservare” è un’altra cosa. Richiede metodo, strumenti appropriati, curiosità e attenzione. E, soprattutto, comporta il con-servare le cose rilevanti che si sono viste. Quando si finisce la scuola e soprattutto l’università, bisogna fare gli “osservatori”, drizzare le antenne per intercettare le opportunità e prima ancora le fonti di informazione. Molti miei studenti hanno seguito dei corsi sull’integrazione europea. Ma pochi di loro con-servano il suggerimento di consultare regolarmente il portale europeo EURES, la piattaforma più ampia di informazioni e servizi per trovare lavoro nei paesi UE.

Ragionare

Secondo punto: ragionare e fare previsioni. In Toscana il primo termine è ancora oggi sinonimo di parlare, conversare (come in Dante). Nella bussola di Mill, vuol dire invece saper condurre un discorso secondo logica, trattare e discutere di un tema in modo razionale, n primo passo che compio quando dò consigli agli studenti è proprio “farli ragionare” su di sé: sui propri obiettivi, le proprie competenze e gusti. Qualche tempo fa, dopo mezz’ora di colloquio “ragionante”, uno studente che cercava lavoro nella consulenza ha finalmente riconosciuto che la sua grande passione era l’enogastronomia. A quel punto abbiamo iniziato a “osservare” su internet i possibili percorsi di formazione post-laurea. Lo studente ha scoperto l’esistenza di un nuovo Master della RCS Academy in “food and beverages”, a Milano, la città in cui vuole restare per motivi personali. Ragionamento + previsione = l’inizio del percorso di vita più in linea con aspirazioni lavorative e personali.

L’obiettivo

Terzo punto: attivarsi per raggiungere l’obiettivo. Dunque: mettersi all’opera, darsi da fare. In maniera non dispersiva ma finalizzata. Millennials e genzeri hanno a disposizione una risorsa che poi nella vita diventa sempre più scarsa: il tempo. Come dice il proverbio? Chi ha tempo non aspetti tempo. Io capisco subito se un giovane è intraprendente. Glielo leggo negli occhi quando – osservando e ragionando – individua un’opportunità. Si mette in gioco, non sta più nella pelle. Se l’opportunità è immediata, sa coglierla. Se nonio è (magari bisogna aspettare l’apertura di una selezione), programma una serie di passi che prevedibilmente lo aiuteranno ad arrivare la meta. Soprattutto cerca “esperienze”. Quando gli studenti di Harvard lavorano alle casse dei supermercati non racimolano solo qualche dollaro, ma acquisiscono anche competenze pratiche.

La fermezza

Il quarto punto cardinale è la fermezza, unita alla capacità di discriminazione. Una volta presa una decisione (essendone convinti, è ovvio), bisogna tener saldo il timone. Il dubbio è una potentissima arma filosofica, ma nella pratica può diventare paralizzante. Hai accettato uno stage? Un contratto in prova? Dacci dentro e tieni duro. Le prime impressioni non sono mai una buona guida quando si è alla prima esperienza. n mondo del lavoro non è come la scuola né come l’università. Non ci si può aspettare dai colleghi o dalla superiore la stessa comprensione ed empatia che trovi negli amici o nella mamma. Osserva, ragiona, attivati e aspetta almeno un po’ prima di “discriminare”. Ossia separare le cose positive e quelle negative, per decidere se si è fatta la scelta giusta. Millennials e genzeri sono i giovani più istruiti di tutta la storia umana. Sono anche i più interconnessi e «virtualizzati», cosmopoliti e «globalizzati». C’è però il rischio della fuga in avanti: diventare un mago di videogiochi o di app, senza aver prima consolidato competenze linguistiche e di calcolo basilari (si veda la tabella). Prima ancora del saper “ragionare” occorre infatti saper parlare e scrivere in modo chiaro e appropriato. Negli Stati Uniti d’America, per accedere ad alcune posizioni lavorative bisogna dimostrare di saper fare un riassunto, consultare bene gli orari ferroviari a stampa degli anni Sessanta, eseguire a mano una divisione aritmetica. In genere, la metà dei candidati non riesce a superare la prova e dunque non viene neppure ammesso al colloquio.

Questo articolo è comparso anche su Corriere TrovoLavoro del 25 Marzo 2019

 

 

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L’Europa «amica» esiste Va rafforzata

Maurizio Ferrera

Il Fondo Sociale Europeo è una componente “originaria” della costruzione europea: la sua creazione risale infatti al Trattato di Roma. Fino agli Settanta, esso rimborsa va agli Stati membri la metà del costo delle politiche di formazione professionale e di reinserimento dei lavoratori vittime dei processi di ristrutturazione economica. Questo obiettivo distinse sin dall’inizio la Comunità europea da ogni altra organizzazione internazionale, ponendo le basi per forme (limitate) di “federalismo sociale”, ossia di condivisione di alcuni rischi fra tutti i paesi partecipanti.La logica del federalismo sociale si rafforzò progressivamente tramite l’introduzione di fondi aggiuntivi per favorire la coesione economica e la convergenza. Tale logica si è però indebolita nell’ultimo decennio, come dimostra il tentativo in corso da parte del Consiglio di tagliare le risorse a disposizione.Giustamente il Parlamento ha reagito con una controproposta. Sarebbe auspicabile che chi si candida a diventare euro-parlamentare(ed in particolare i “candidati di punta” dei principali partiti europei)prendesse una posizione chiara su tale questione: un gesto concreto a sostegno di quella Europa più amichevole (e protettiva) verso i propri cittadini di cui si parla troppo nei convegni e troppo poco nelle istituzioni decisionali.C’è però un altro fronte su cui lavorare: quello della visibilità. I beneficiari delle iniziative che il FSE co-finanzia sono ben poco consapevoli del ruolo svolto dal Fondo.I cittadini UE toccano con mano (monete, banconote) l’Unione monetaria. Ma non incontrano mai direttamente e tangibilmente l’”Europa sociale”.La quale invece già esiste–per quanto in forme limitate-e va ulteriormente sviluppata. Anche per cambiare l’immagine negativa che molti elettori oggi hanno del processo di integrazione.

Questo articolo è il quarto di una serie a puntate iniziata su queste colonne l’11 febbraio. Per ulteriori approfondimenti su questi temi, si veda http://www.euvisions.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 25 Marzo 2019

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La Terza Via serve ancora Senza Europa non c’è sinistra

Maurizio Ferrera

Uno spettro si aggira per l’Europa: quello della «sinistra perduta». Parafrasando la celebre apertura del Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels, Sheri Berman (nota studiosa del socialismo europeo, docente alla Columbia University di New York) così riassumeva già nel 2016 la novità politica più saliente di questo nuovo secolo. Nell’ultimo biennio la débâcle dei partiti di sinistra ha raggiunto il suo culmine. In Francia i socialisti sono scesi dal 30 al 7%, in Olanda dal 25 al 6%, nella Repubblica Ceca dal 20 al 7%. Le perdite sono state molto significative anche in Italia (dal 25 al 18%) e in Germania (dal 25 al 20%). Solo il Partito laburista britannico sembra per ora riuscito ad arrestare il declino.

La contrazione di consensi ha in parte alimentato le formazioni di sinistra massimalista (come Die Linke in Germania) o «nuova» (come Podemos o Syriza in Spagna e Grecia). I veri vincitori dell’ultimo decennio sono stati però i partiti di ispirazione nazional-populista (come il Front national in Francia, la Lega in Italia, Alternative für Deutschland in Germania, Fidesz in Ungheria). Alcuni di questi minacciano esplicitamente i cardini della liberaldemocrazia e persino l’esistenza dell’Unione Europea. Sappiamo che i partiti di centrosinistra hanno giocato un ruolo fondamentale nel modellare l’ordine politico e sociale della seconda metà del Novecento. Indipendentemente dalle proprie preferenze ideologiche, chi ha a cuore i cardini di quell’ordine (l’economia sociale di mercato, la democrazia liberale, l’integrazione europea) deve guardare con preoccupazione al vuoto di idee e consenso che il declino del socialismo riformista sta creando.

Lo spettro della sinistra perduta riflette un insieme di tendenze. Con la frantumazione delle tradizionali classi sociali (quella operaia in particolare), l’aggregazione del consenso e la formazione di coalizioni politiche sono diventate molto più difficili. La competizione elettorale si svolge sempre più su nuove dimensioni: l’opposizione fra popolo ed élite e quella fra chiusura e apertura, collegata alle dinamiche di globalizzazione e integrazione. La dimensione destra-sinistra ha perso centralità e salienza. In realtà i sondaggi d’opinione confermano che gli elettori continuano a usare lo schema destra-sinistra per orientarsi. Ma fanno fatica a dare un significato univoco a ciascuno dei due poli.

Nel Novecento destra e sinistra avevano principalmente a che fare con l’opposizione Stato-mercato. La destra sosteneva il mercato come generatore di crescita e di opzioni, la sinistra lo Stato come garante di sicurezza e inclusione sociale. Il comune punto di riferimento era l’insieme di problemi e opportunità legato alla società industriale, all’interno dello Stato nazionale.

l quadro è però rapidamente mutato. La transizione post-industriale, la globalizzazione, la quarta rivoluzione tecnologica sono diventate i motori di una seconda Grande trasformazione delle economie e società europee, peraltro amplificata dal rapido cambiamento socio-demografico. È gradualmente emerso un nuovo vettore di stratificazione, che genera rischi e opportunità in direzioni in larga parte trasversali rispetto alla classe sociale di appartenenza o appartenenza (ad esempio in base all’età, al genere, al territorio di residenza, al settore produttivo). I partiti di centrosinistra faticano a riposizionarsi sul nuovo vettore e tendono a rimanere appiattiti su quello vecchio: pensiamo alla difesa dello status quo pensionistico o del «posto fisso». In questo modo, tali partiti non riescono né a rispondere con efficacia alla nuova (sottolineo nuova) domanda di protezione né a sfruttare appieno il potenziale che i cambiamenti offrono in termini di ampliamento delle opportunità.

È proprio l’incapacità di dissociare la polarità destra-sinistra dal binomio «stantio» Stato-mercato (come lo ha definito Anthony Giddens) ad aver generato lo spettro della sinistra perduta. Questo smarrimento è stato abilmente sfruttato dai vari populismi , che guadagnano consensi nel momento in cui attivano le due nuove dimensioni «apertura-chiusura» (no all’immigrazione, no alla Ue) e popolo-élite (no all’establishment che ci ha condotto dove siamo). Queste due dimensioni non sono prive di radici oggettive. Ma dal punto di vista sostantivo non sono in grado di delineare un perimetro di valori e contenuti che sia in linea con il nuovo vettore di stratificazione. Denunciare l’apertura e l’establishment e, corrispettivamente, provare a fermare la prima con misure protezionistiche e a rimpiazzare il secondo con dei sedicenti «portavoce del popolo» possono rassicurare e sedurre temporaneamente gli elettori spaventati, ma in quanto tali sono scelte del tutto inefficaci a risolvere i problemi generati dalla nuova Grande Trasformazione.

Se il centrosinistra vuole ritrovare identità, ruolo e consensi, deve al più presto riallineare i propri valori e programmi alla nuova struttura di rischi e opportunità. I grandi schemi novecenteschi di assicurazione sociale indirizzano ancora (soprattutto in Italia) la maggior parte delle proprie risorse verso rischi che non creano più bisogni, a gruppi sociali che già si trovano al riparo dalle dinamiche di cambiamento socio-economico, mentre lasciano indifese figure sociali colpite in pieno da queste dinamiche. Il socialismo riformista saprà riprendersi dal declino se raccoglierà questa delicata sfida di «ricalibratura» dell ‘intervento pubblico. Impegnandosi innanzitutto sul fronte progettuale (nuovi schemi, nuovi servizi: nel dibattito intellettuale non mancano idee e proposte) e poi avviando un paziente ma ambizioso lavoro politico di organizzazione del consenso, al fine di lanciare dei ponti verso i gruppi sociali più interessati sia alla mitigazione dei nuovi rischi sia all’ampliamento delle opportunità.

L’entasi sulle opportunità è fondamentale. Solo se l’ampliamento è visto come credibile e concretamente realizzabile, l’apertura e più in generale le trasformazioni in atto possono perdere il proprio alone negativo e suscitare speranza anziché paura. Il centrosinistra è diventato fiscalmente responsabile, ha accettato la logica e l’agenda delle riforme strutturali. Ma è stato debole e fiacco (anche in termini di idee) sul versante delle nuove protezioni (giovani, donne, famiglie) e delle nuove opportunità — soprattutto nei settori cruciali dell’istruzione e della formazione. La «Terza Via» è stata archiviata nello spazio di un mattino, mentre, opportunamente emendata, poteva essere il trampolino di una nuova promettente stagione di riforme.

Qualche segnale importante in queste direzioni dovrebbe essere lanciato già nella imminente campagna per le elezioni europee. Il socialismo d’ispirazione liberaldemocratica non può che presentarsi come forza autenticamente europea, in un duplice senso. Deve sostenere l’integrazione, facendo in modo che la nuova Grande Trasformazione non sia solo «distruzione creatrice», ma anche ricostruzione su nuove basi del modello sociale europeo. E deve introdurre in questo modello nuovi elementi di solidarietà transnazionale. Nata internazionalista, la sinistra deve oggi farsi paladina del «sovranazionalismo», anche in campo sociale. Da questa scelta e dalla capacità di concretizzarla dipende il futuro del riformismo nel XXI secolo.

Questo articolo è comparso anche su Corriere laLettura del 24 Marzo 2019

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Un passo verso un’Unione più equa

Maurizio Ferrera

Il Pilastro europeo dei diritti sociali potrebbe diventare l’architrave di una vera e propria Unione sociale europea. I suoi venti principi danno una formulazione precisa agli obiettivi sociali della Ue contenuti nel Trattato di Lisbona In larga misura, in ciascun ambito coperto dal Pilastro già esistono diritti di livello nazionale. Il Pilastro amplia tuttavia i margini di azione della Ue, consentendole di agire in tre direzioni. Innanzitutto, la fissazione di standard comuni che debbono essere rispettati da tutti gli stati membri, eventualmente adeguando la legislazione nazionale: sarà questo 0 caso della direttiva sulla conciliazione famiglia-lavoro attualmente in discussione, hi secondo luogo, il monitoraggio e la valutazione costante di ciò che fanno gli stati per fornire orientamenti e raccomandazioni.

A questo proposto, la Commissione ha già predisposto un sistema di rilevazione di dati quantitativi e qualitativi. In terzo luogo, il Pilastro stimolerà la Ue a rafforzare la dimensione sociale del processo di integrazione. L’istituenda Autorità europea del lavoro non si sostituirà certo agli istituti o agenzie nazionali che operano in questo settore. Ma si occuperà di vigilare sulla mobilità transfrontaliera dei lavoratori e potrà sostenerla e facilitarla con servizi ad hoc. hi questo modo la Ue seguirebbe l’esempio delle unioni federali, dove il welfare federale nacque per integrare e riempire i buchi del welfare locale a fronte, di pari passo con l’unificazione dei mercato e della politica monetaria.

Questo articolo è il terzo di una serie a puntate iniziata su queste colonne l’u febbraio. Per ulteriori approfondimenti su questi temi, si veda http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 11 Marzo 2019

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La Bussola Perduta

Maurizio Ferrera

Una sequenza incessante di «botti» sulle questioni più varie: questa è l’immagine che da mesi caratterizza la politica italiana. L’attenzione del governo, e dunque dei media, rimbalza da un problema a un altro (la Tav, un vincolo Ue da rispettare, un’autorizzazione da votare, l’arrivo di migranti, un ponte da ricostruire e così via). Ogni problema diventa un nodo su cui Lega e Cinque Stelle si dividono.

Dopo un litigioso tira e molla, il nodo viene poi spinto attraverso il «pettine» del contratto di governo grazie a qualche pasticciato compromesso (è probabile che finisca così anche il litigio sulla Tav). Superato l’ostacolo, il gioco ricomincia da capo.

C’è un filo rosso che ispira la selezione dei problemi e le contrapposizioni tra i due contendenti? Difficile individuarlo, n contratto di governo è una lista disparata di punti, senza un ordine di priorità. Gli impegni più ambiziosi (come lo stop all’immigrazione, la revisione della legge Fornero, il reddito di cittadinanza, la lotta alla corruzione, la democrazia diretta) riflettono le posizioni di bandiera dei due partner di coalizione, ma non sono inseriti in una cornice strategica che li renda compatibili, in base a un più generale progetto di sviluppo. I botti quotidiani sono perlopiù legati a eventi o scadenze contingenti. Così la politica italiana si avvita su se stessa, si rinchiude in una sorta di bolla che dà spettacolo ma resta sospesa a mezz’aria. Scollegata o quasi rispetto alle grandi dinamiche del mondo e dell’Europa, che ci riguardano da vicino ma ci passano sopra la testa.

Sia la Lega sia (soprattutto) i Cinque Stelle ripetono spesso che destra e sinistra sono nozioni obsolete. La prima insiste sulla polarità fra sovranità nazionale, da un lato, e subordinazione alla Uè o alla globalizzazione, dall’altro. Per i secondi, la dimensione che conta è invece quella che oppone cittadini ed élite. Il fatto è però che sovranismo e populismo non possono orientare da soli le scelte concrete su molte delle questioni rilevanti. Per caratterizzarsi come «governo del cambiamento», non basta bloccare o disfare ciò che c’è, bisogna realizzare un programma dotato di «senso», imperniato su solidi principi ispiratori. Che cos’ha di specifico da dire il principio del sovranismo sulle infrastrutture transfrontaliere cofinanziate dalla Uè, per fare solo un esempio? E cosa collega il mantra populista dei Cinque Stelle (noi difendiamo gli interessi del popolo di cittadini) su questioni complesse come la partecipazione al progetto cinese sulla «Via della seta», che rischia di isolare l’Italia dal fronte atlantico ed europeo? Un leghista o un pentastellato potrebbero rispondere: il nesso c’è. Ma se ci fosse, i leader di questi due partiti dovrebbero spiegarlo bene a tutti gli elettori: così funziona la democrazia liberale.

In casa delle opposizioni le cose non vanno molto meglio: voci fievoli, contenuti scontati. Forza Italia non vuole rompere con la Lega, e questo riduce ovviamente i margini di manovra. La bussola del partito resta poi quella dei primi anni Novanta. Principi e obiettivi generici (meno tasse, meno burocrazia, meno Stato, più persona, più impresa, più famiglia), i quali peraltro hanno perso credibilità dopo le ripetute esperienze di governo. Berlusconi ha annunciato l’avvio di un «cantiere per le idee e il programma elettorale», basato sull’ «unità inclusiva di tutti i partiti moderati». Fra i punti qualificanti, «un’importante riduzione della spesa pubblica». Difficile non sorridere, visto che la Lega ha appena provocato con quota 100 un forte incremento di spesa.

La fiacchezza del Pd nasce invece dalle divisioni interne e dalla concorrenza per la leadership, appena conclusa. Nella campagna per le primarie hanno prevalso i discorsi sulle formule e sull’organizzazione del partito. Chi si è preso la briga di leggere il programma di Zingaretti forse ha colto il tentativo di cercare una bussola nuova, in termini sia di principi sia di contenuti. Negli ultimi anni il Pd si è però distinto per lo scollamento fra elaborazione progettuale e pratica politica. Il fatto che Zingaretti abbia scelto di cavalcare il tema Tav recandosi a Torino il giorno dopo la sua vittoria non depone molto bene. Se il problema di questa fase politica è la «bolla», un’opposizione seria dovrebbe stame fuori e denunciarla. La Tav (e più in generale l’intero sistema di connessione — non solo ferroviaria — fra l’Italia e la Uè) può essere difeso e sostenuto senza partecipare al gioco dei botti.

Con buona pace di Di Maio e Salvini, la dimensione destra-sinistra non è affatto diventata irrilevante. A essere obsoleti sono i contenuti novecenteschi di queste due parole, che vanno incisivamente ripensati (in particolare la stantia opposizione fra Stato e mercato). La dimensione destra-sinistra continua però, in quanto tale, a fornire molti vantaggi. È facilmente comprensibile dagli elettori, stimola leader a confrontarsi sui temi cruciali della prosperità e dello sviluppo, a elaborare strategie diverse, ma a tutto campo per ampliare le opportunità dei cittadini e mitigare i loro rischi sociali. La fase politica della bolla e dei botti non può durare a lungo. Prima o poi anche Lega e Cinque Stelle dovranno scegliere da che parte stare. Oppure convergere su un progetto credibile di sviluppo, che ora non si vede. Un progetto che non potrà essere né sovranista, né populista, se davvero rivolto a scongiurare con misure serie una nuova e forse lunga recessione.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 09 Marzo 2019

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