Archivi del mese: gennaio 2017

L’internazionale del sovranismo prospera sugli errori della Ue

Dopo la Brexit il sovranismo è ormai un treno in corsa. Vuole difendere lo stato nazionale da ogni interferenza esterna e recuperare l’auto-determinazione dei veri sovrani democratici, ossia i popoli nazionali. Sono i francesi ad aver inventato il termine, che tocca molte corde della storia transalpina: De Gaulle, la Republique, i giacobini,la marsigliese. Da qualche anno, Marine Le Pen ha fatto del souverainisme una bandiera, che immancabilmente brandisce quando parla di Europa, di mondializzazione, di immigrazione.

Fuori dei confini francesi, la nozione di sovranismo è una new entry. Ma sta rapidamente affermandosi ai due estremi dello spettro politico. A destra, ispira quasi tutte le formazioni di protesta contro le politiche di apertura promosse da Bruxelles, compresa la moneta unica. A sinistra, suscita interesse crescente  all’interno dell’area no global e anti-capitalista. Il nuovo movimento di Yanis Varoufakis(Diem25) chiede ad esempio una Europa democratica in cui “tutta l’autorità politica parta dai popoli sovrani”. Nel corso delle varie campagne elettorali di questo 2017  sentiremo spesso slogan come questi, anche in Italia.

Il sovranismo va preso sul serio? Certamente si. Innanzitutto, perché promette di trasformarsi in un collante ideologico molto efficace e capace di durare nel tempo. Ma soprattutto perché dietro il suo fumo c’è un po’ del proverbiale arrosto: ossia questioni rilevanti per l’organizzazione politica dell’Europa, a cui occorre fornire delle risposte.

Le radici radici culturali del sovranismo risalgono agli anni settanta del secolo scorso, quando la destra francese elaborò un nucleo di valori ispirati al tradizionalismo cattolico (Lefebvre), al culto della nazione (De Gaulle e la France eternelle), al cosiddetto “etno-differenzialismo” identitario e anti-mondialista (allora propugnato da Alain Benoist). In questa cornice normativa (promossa pubblicamente da circoli culturali come GRECE o il Club de l’Horloge), il sovranismo si è fatto strada come leitmotif, come un bene supremo da perseguire perché discende da fatti quasi naturali: l’esistenza di popoli nazionali omogenei, titolari di sovranità. I Lepen – e soprattutto Marine- sono stati molto abili nel trasformare i valori sovranisti in strumenti di aggregazione del consenso. La cornice ideale è stata trasformata in una “verità”, dalla quale scaturiscono inconfutabili imperativi di cambiamento, soprattutto riguardo alla UE. Le crescenti paure sociali di fronte alle dinamiche di integrazione ha offerto al Front National (e ai suoi omologhi in altri paesi) vaste praterie elettorali. Il sovranismo oggi attrae come un faro i perdenti della globalizzazione, fornendo loro un “nemico”: le multinazionali, i mercati internazionali, gli immigrati. E soprattutto le elite di governo e i loro suggeritori (les intellos, gli intellettuali mondialisti). La loro colpa è duplice: anno aperto i confini e trasferito sovranità, prima; non proteggono i perdenti, adesso. E così il sovranismo accentua i toni populisti, in un circolo comunicativo che si auto-alimenta e cementa la variegata platea dei perdenti in un nuovo blocco sociale, guidato da una leader carismatica.

Il Front National è stato finora il padre nobile del sovranismo europeo. Il maggior successo sul piano pratico è però stato conseguito dal movimento indipendentista di Farage, promotore della Brexit. Non tutti i sistemi politici offrono le condizioni propizie per replicare il percorso francese o quello inglese. Ma eventuali deficit nei punti di partenza possono essere compensati da effetti eco (il discorso di Marine Le Pen raggiunge ormai direttamente le opinioni pubbliche europee) e da una rete sempre più stretta di raccordi organizzativi fra paesi. La conversione della Lega al sovranismo nazionale (e non più padano) e le recenti iniziative di Alemanno e Storace possono essere viste come “lepenismo d’importazione”. I grillini hanno esordito come “faragisti”, ma la loro piattaforma sull’Europa e la loro stessa  collocazione ideologica è sempre più ambigua.

Il sovranismo non è dunque un fenomeno effimero. Diventerà un tratto caratterizzante del panorama politico europeo. E anche se le sue prospettive di conquistare ruoli di governo non sono alte, per il momento, la sola presenza di formazioni lepeniste (nonché di elementi sovranisti nella sinistra radicale) è destinata a pesare sulle scelte e i programmi degli altri partiti e dei governi.

La sfida sovranista va presa sul serio anche perché solleva questioni oggettivamente importanti. La globalizzazione ha tanti meriti ed è destinata a procedere per conto suo (Trump vuole arginarla: vedremo). Prima o poi si ricreerà un equilibrio politico tra vantaggi e svantaggi dell’apertura su scala mondiale. Ma la transizione sarà lunga e i paesi avanzati non sono attrezzati per ammortizzare qui ed ora i contraccolpi sociali. Prima della crisi, l’Unione europea sembrava aver trovato una via “alta”: riforme strutturali per la competitività, modernizzazione del welfare per far fronte ai nuovi rischi. Forse l’impostazione era irrealistica e mal disegnata sin dall’inizio. Con la crisi scoppiata nel 2008, il sogno di una transizione morbida, inclusiva e ben governata verso un nuovo modello di crescita sembra essersi improvvisamente infranto. La UE è spesso accusata di colpe non sue. Ma le politiche di Bruxelles sono diventate sempre meno efficaci e, quel che è peggio, sempre più divisive. E’ su questi due fronti che incontriamo la questione della sovranità.

A chi appartiene oggi in Europa il potere “ultimo” di decidere? Non c’è una risposta univoca. La sovranità monetaria appartiene interamente alla UE, quella fiscale in gran parte, quella sulle politiche macro-economiche metà e metà, quella sulle politiche sociali resta prevalentemente nazionale e così via, con una infinità di gradazioni. Alla confusione trasversale nell’attribuzione dei poteri si aggiunge poi l’estrema opacità dei limiti di ciascun potere. La mancata chiarezza su questo aspetto è rischiosissima perché consente ad alcune istituzioni di varcare il confine tra democrazia liberale e autoritarismo. Molti studiosi (non sovranisti) sostengono ad esempio che la Troika (Commissione, Banca centrale e Fondo monetario) ha spesso agito ultra vires.

Ma c’è di più. Il regime di governo macro-economico messo in piedi durante la crisi ha rotto il delicato equilibrio politico fra i paesi membri: piccoli e grandi, creditori e debitori, vecchi e nuovi. La storia dell’integrazione può essere letta come lento e tortuoso viaggio per fare emergere una “ragion politica comune” garantendo parità di status fra tutti gli stati partecipanti. Non è stato facile, nel tempo ci sono stati momenti di alta tensione. Ma il principio fondante della eguaglianza politica (i filosofi lo chiamano criterio di non-dominazione fra popoli) è stato nel suo complesso rispettato. Oggi questo non è più vero, la Germania è diventata il paese dominante. E si tratta di un “dominio” tanto più evidente quanto più incapace di produrre beni collettivi per tutti. In una associazione basata sull’eguaglianza politica, chi è “più uguale degli altri” ha onori e vantaggi, ma anche obblighi e oneri di responsabilità verso l’associazione in quanto tale. Una responsabilità che la Germania non sembra in grado di esercitare e forse neppure di accettare.

Il progetto di un ritorno alla piena sovranità di ciascuna patria nazionale è rischioso e probabilmente auto-lesionista. Come verrebbero gestite le interdipendenze ormai strettissime e benefiche tra paesi? Come si affronterebbero i rischi comuni (dalla sicurezza all’immigrazione)? L’evoluzione della Brexit ci illuminerà su questi temi. E’ certo però che lo status quo istituzionale e politico della UE non è però più sostenibile. Chi ancora crede nel sogno europeo deve riavvicinarlo alle esigenze e ai sentimenti dei cittadini. Per questo ci vogliono ambizione, inventiva e iniziativa. E, se possibile, nuove  parole d’ordine, capaci di sfidare il sovranismo come simbolo politico. A me piace l’idea di una UE come social-demoicrazia (aggiungerei “liberale”, ma di questi tempi l’aggettivo non tira). Serve però un dibattito allargato per approfondire, articolare, fornire altri suggerimenti. Nella speranza che qualche leader voglia prima o poi raccogliere il testimone e impegnarsi attivamente,  sul piano intellettuale e soprattutto politico.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 22 gennaio 2017.

 

 

 

 

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L’ambiguità dei 5 stelle rischia di diventare cronica

In politica l’ambiguità è un’arma a doppio taglio. Non dire troppo su cosa si vuole fare (principi, programmi) può attrarre elettori insoddisfatti, disorientati, delusi. Ma non aiuta quando un movimento deve fare alleanze, men che meno quando si trova a governare.

Il discorso protestatario di Grillo, imperniato sulla continua denigrazione dello status quo, su richiami a valori prevalentemente procedurali (democrazia diretta) o comportamentali (onestà, trasparenza) ha in effetti conquistato quote crescenti di elettori alienati dalla politica, soprattutto giovani. Ma alla prime prove importanti di governo (Roma) e di coalizione con altri partiti(Parlamento europeo) è subito cascato l’asino. L’ambiguità ideologica e l’improvvisazione programmatica si sono rivelate un grande handicap.

Nel Parlamento europeo i gruppi sono prevalentemente ordinati un base alla tradizionale dimensione destra-sinistra, quella che consente di catturare subito la collocazione ideologica e programmatica di un partito. Ci sono i Socialisti e i Popolari (da sempre in coalizione), seguiti dai liberali. Sulla destra stanno le formazioni euroscettiche (ostili all’euro, all’immigrazione, all’apertura commerciale). Al polo opposto si collocano invece i gruppi di sinistra radicale. Nel 2014, Grillo ha scelto di apparentarsi con Farage, l’uomo della Brexit, sulla base di un vago programma anti-europeista e pro-referendario. Questo improvvido legame non ha oggi più senso. I Cinque Stelle hanno accostato altri gruppi, ma hanno trovato udienza solo da parte dei liberali. I quali però, alla stretta finale, hanno preso atto di non avere alcuna affinità ideale e programmatica con Grillo.

La verità è che il profilo dei Cinque Stelle è quasi del tutto indecifrabile nel panorama politico europeo, anche in raffronto ai tanti nuovi partiti di protesta nati qui e la nell’ultimo decennio, i quali non hanno mai smarrito l’ancoramento alla dimensione destra-sinistra. Per limitarci al Sud Europa, Podemos e Syriza s’ispirano alla sinistra radicale, Ciudadanos è una formazione moderata di centro, La Lega è di destra, Alba Dorata o Anel in Grecia sono di destra estrema. I Cinque Stelle rifiutano invece per principio ogni caratterizzazione in questa chiave. Sostengono che destra e sinistra sono categorie superate, ormai irrilevanti. Peccato che pressoché tutte le grandi sfide politiche di oggi presuppongono ancora oggi scelte di valore imperniate sulle classiche opposizioni libertà-uguaglianza, apertura-chiusura, mercato-stato, Occidente-Russia. In assenza di un quadro simbolico generale (per crederci basta una breve lettura del programma sul sito di Grillo),l’azione politica si riduce a uno spezzatino di piccole misure, magari anche ragionevoli, ma isolate, incapaci di fornire un senso generale di marcia, una meta. Restano gli slogan sull’onestà e la democrazia diretta: contenitori vuoti, che vanno riempiti di contenuti.

Quanto potrà durare questa ambiguità? Può una formazione che rappresenta fra il 20 e il 30 percento dell’elettorato limitarsi a criticare l’esistente senza spiegare bene dove vuole andare e limitandosi a piccole proposte? Il cosiddetto  reddito di cittadinanza avrebbe potuto costituire  la base per costruire una visione articolata e coerente del modello sociale italiano o persino europeo. Per ora così non è stato. Anzi, l’espressione stessa è fortemente ambigua rispetto al dibattito internazionale e molti pentastellati la usano a sproposito, anche rispetto alla proposta di legge da loro stessi depositata.

Senza un chiarimento, i Cinque Stelle rischiano di dissipare un significativo capitale politico, di restare isolati e inconcludenti. E di costringere la politica italiana a una nuova, lunga stagione di stallo, dovuto alla presenza ingombrante di una  formazione che non ha il coraggio di schierarsi e di pensare in grande. E dunque condannata a non maturare mai la competenza e la responsabilità indispensabili per governare.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera dell’11 dicembre 2017.

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Morto Zygmunt Bauman La fede nei giovani e nella «terza via»

Zygmunt Bauman era uno degli ultimi eredi della “teoria critica” novecentesca. Traendo spunti da diverse scienze sociali, lo studioso ebreo-polacco (poi diventato cittadino britannico) ha esplorato alcuni passaggi cruciali dello sviluppo europeo, disvelandone con acutezza le logiche sottostanti.

Il suo nome è legato alla metafora della “modernità liquida”, la fase storica in cui oggi ci troviamo. Dal Seicento in poi, in Europa ha prevalso una logica di controllo pervasivo della natura e della società. Il mondo della vita individuale era stato compresso in schemi sempre più ordinati e “solidi”. Guadagnando in sicurezza e prevedibilità, ma perdendo in autonomia e libertà.

Nell’ultimo sessantennio il ciclo si è invertito. Benessere e consumi hanno destabilizzato il vecchio ordine e creato nuove libertà, ma anche alimentato una mentalità “eudemonistica”, basata sulla rincorsa di piaceri effimeri. Se, durante la modernità solida, la sicurezza senza libertà stava conducendo a una nuova schiavitù, la libertà senza certezze della modernità “liquida” può invece portare a un indecifrabile caos.

La globalizzazione ha accentuato questo rischio. Al quale molti gruppi sociali possono rispondere con richieste di nuove protezioni e chiusure. C’è una terza strada da seguire? Lo studioso polacco non era pessimista. Ma ha sempre ripetuto che per raggiungere un nuovo equilibrio ci vorrà molto tempo. I giovani di oggi saranno i protagonisti di questa transizione. Ma dovrebbero prendere di petto la sfida dell’incertezza e rinunciare all’illusione che la vita possa essere una sequenza continua di “piaceri e regali”. Con garbo e umanità, Baumann ha ispirato il suo personale viaggio come uomo all’insegna del famoso motto di Goethe: la felicità consiste nel superare, giorno dopo giorno, l’infelicità.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 gennaio 2017

 

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EUtopia può vincere. Ce lo insegna Weber

Secondo la nota definizione di Otto von Bismarck, la politica è l’”arte del possibile”: un’attività che si svolge lungo le frontiere della realtà, fra i vincoli del presente e le opportunità del futuro. Ma come si fa a identificare lo spazio del politicamente possibile? Le strategie sono essenzialmente due. La prima è realista: si può fare solo ciò che è permesso dal contesto esistente, risolvendo i problemi con i mezzi disponibili componendo i conflitti all’interno delle istituzioni vigenti. La seconda strategia è idealista: la realtà può essere trasformata, anche radicalmente, in base a grandi progetti e a visioni utopiche, capaci di guardare oltre l’orizzonte del qui e ora.

Il Novecento ha prevalentemente seguito, nel bene e nel male, la via idealista. Ha costruito utopie palingenetiche come il comunismo o il nazi-fascismo e in alcuni contesti le ha imposte con la forza, aprendo inediti orizzonti di sopraffazione. Ma ha anche elaborato ideologie imperniate su consenso e diritti, come la liberaldemocrazia, il socialismo democratico, il cristianesimo popolare. Temperando le ambizioni ideali con il pragmatismo e soprattutto con il rifiuto della violenza, queste “utopie gentili” hanno ispirato trasformazioni politiche straordinarie, dal suffragio universale al welfare state.

Il nuovo secolo si è aperto all’insegna di un ripiegamento iper-realista. La globalizzazione ha enormemente complicato i problemi, che ormai travalicano i confini nazionali. Vittime del loro successo, le ideologie del Novecento hanno perso capacità di orientamento e motivazione. La politica ha così smarrito le tensioni ideali, riducendosi a governo dell’esistente, alla gestione degli “imperativi sistemici” connessi al funzionamento dei mercati e della moneta. Dalle utopie palingenetiche e assolutiste di un secolo fa, si è passati all’estremo opposto: programmi di governo il cui unico scopo è realizzare “che è necessario”, secondo i dettami di istituzioni tecnocratiche.

Stabilità dei mercati e crescita sono importanti beni politici, ma non certo gli unici. Sulla scia delle eredità novecentesche, contano anche l’equità distributiva, la solidarietà, i diritti di libertà e di partecipazione democratica. Se la politica non riesce a conciliare tutti questi valori, il prezzo da pagare è molto alto. Lo vediamo con l’ascesa del populismo, il quale raccoglie e aizza il malcontento della “gente” contro le “élite”, sottrae legittimità allo status quo ma è incapace di elaborare proposte coerenti e costruttive.

Come recuperare la dimensione ideale in questo contesto? Parafrasando Weber, come neutralizzare lo “specialismo senza spirito” della politica tecnocratica e al tempo stesso il “particolarismo senza cuore” dei populismi neo-nazionalisti (spesso xenofobi)?

La sfida riguarda con particolare urgenza il nostro continente. E la soluzione non può che passare dal rilancio di un’altra utopia gentile del secolo scorso: l’integrazione europea. Questo progetto è caduto nella palude dell’iperrealismo. Va invece rilanciato come grande disegno volto a ricombinare gli ideali novecenteschi (tutti)su scala post-nazionale, facendo appello sia ai cittadini come tali sia ai popoli. Potremmo chiamare questo disegno “EUtopia demoicratica”. Un sogno ingenuo e irrealizzabile? Forse. Ma, di nuovo, ricordiamo le parole di Max Weber: il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si tentasse sempre l’impossibile.

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura de Il Corriere della Sera dell’8 gennaio 2017.

 

 

 

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I 5 stelle vogliono governare il paese come i turisti giapponesi

Gli abitanti di Cartagena regolavano gli orologi in base ai colpi di cannone sparati a mezzogiorno. Un giorno, un turista giapponese nota che il cannone è in anticipo di cinque minuti rispetto al suo cronometro. Gli dicono che non è possibile, il segnale arriva dall’orologiaio del paese, il più famoso del mondo. Il giapponese allora va dall’orologiaio e gli chiede: ma lei in base a cosa regola i suoi orologi?  Risposta: in base ai colpi di cannone.

L’aneddoto è dello psicologo austro-americano Paul Watzlavick, noto per aver messo nudo i circoli viziosi che possono innescarsi nelle comunità sociali. Nel suo contro-discorso di Capodanno, Beppe Grillo ha usato la storiella come metafora della politica italiana: un sistema assurdamente autoreferenziale fino all’arrivo dei Cinque Stelle. I quali, nel ruolo di turisti giapponesi, “hanno rotto tutta questa roba circolare” che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi decenni. L’immagine di Grillo è suggestiva, la rottura in effetti c’è stata. Ciò che non si vede (Roma docet) è però la “roba” nuova che dovrebbe sostituire quella vecchia.

Il turista giapponese di Cartagena riesce a spezzare il circolo vizioso perché possiede un cronometro di precisione. Il suo non è un punto di vista fra tanti (uno vale uno), ma un giudizio di fatto, basato su criteri condivisi di misurazione. Qual è l’orologio dei Cinque Stelle? I leader pentastellati spesso si stupiscono perché le loro proposte non vengano accolte “dagli altri”. Ma perché dovrebbero, esattamente? Quale standard garantisce la superiorità di queste proposte – dal reddito di cittadinanza all’istruzione? Fare i turisti giapponesi non basta per governare un grande paese (o anche solo la sua capitale). Ci vogliono i cronometri di precisione. Sennò le cose non cambiano, anzi possono addirittura peggiorare.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 gennaio 2017

 

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