Archivi del mese: maggio 2013

Una generazione da no perdere

Maurizio Ferrera

Anche se «fondata sul lavoro», la nostra Repubblica ha sempre fatto molta fatica ad offrire opportunità di occupazione ai propri cittadini. Quando fu approvato l’articolo 1 della Costituzione, gli italiani attivi erano solo cinquanta su cento, uno dei valori più bassi d’Europa. Persino durante il miracolo economico i posti di lavoro totali crebbero di poco: si espanse l’industria, ma si contrasse l’agricoltura. Da allora l’occupazione è aumentata, ma non abbiamo raggiunto i livelli degli altri Paesi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile.

La grande crisi ha fatto esplodere il fenomeno della disoccupazione giovanile. Nell‘intervista rilasciata a Clemente Mimun, direttore del Tg5, il presidente Napolitano ha ricordato che non si tratta di una piaga solo italiana. Ma nel nostro Paese i giovani restano disoccupati più a lungo, hanno difficoltà a ottenere contratti stabili, sono vittime di «cicatrici» destinate a pesare nei loro percorsi di vita: un tratto davvero allarmante, come ha rilevato ieri l’Ocse. Inoltre, il 20% dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni (il triplo rispetto alla Germania e quasi il doppio rispetto alla Francia) non «fa nulla»: non risulta iscritto a scuola o a corsi di formazione, non ha un lavoro e non lo sta cercando. Alcuni si arrangiano nel sommerso, ma il problema resta grave. Secondo stime della Ue (2011), la mancata formazione e occupazione di questi giovani è uno spreco economico enorme, quantificabile in 500 milioni di euro a settimana in termini di mancata crescita.

Sulle politiche pubbliche che servirebbero per affrontare la questione giovanile sì sono già detti e scritti fiumi di parole. Il nuovo governo ripone molte speranze nella cosiddetta «garanzia giovani» raccomandata dalla Ue: fare in modo che ogni ragazzo riceva una qualche offerta concreta di lavoro o formazione entro quattro mesi dalla fine della scuola o dall’inizio della disoccupazione. Insieme a Hollande e Rajoy, il premier Letta ha chiesto all’Europa di mettere più risorse a disposizione dei Paesi membri, anche scorporando le spese necessarie (come quelle relative ai servizi per l’impiego o agli incentivi all’apprendistato) dal deficit pubblico.

Gli schemi di «garanzia giovani» funzionano da tempo, e con successo, nei Paesi nordici. Ma il mercato del lavoro italiano è lontano anni luce dai suoi omologhi del Nord. Come primo passo, forse potremmo sperimentare uno strumento meno ambizioso, recentemente introdotto in Finlandia. Si chiama Chance Card (carta opportunità), viene data ai giovani che si trovano in maggiore difficoltà occupazionale, assicura priorità d’accesso ai servizi per l’impiego e di formazione e dà titolo a un bonus contributivo alle imprese che li assumono. La via maestra per aiutare i giovani resta tuttavia l‘apprendistato. È su questo fronte che occorre investire (in soldi e in organizzazione), coinvolgendo scuole e imprese, perfezionando le regole introdotte dalla riforma Fornero e prevedendo nuove forme di stabilizzazione contrattuale flessibile per i neoassunti.

Il presidente Napolitano ha giustamente osservato che l’articolo 1 della Costituzione va considerato come un «principio regolatore» a cui dovrebbero uniformarsi tutti gli attori politici e sociali. E un’esortazione da prendere sul serio e che concretamente potrebbe assumere due forme. Sul piano delle decisioni politiche, governo e Parlamento dovrebbero impegnarsi a stimare e illustrare gli effetti occupazionali di ogni provvedimento di politica economica e sociale. Sul piano delle relazioni industriali, sindacati e datori di lavoro dovrebbero a loro volta inaugurare una nuova stagione di concertazione «creativa», capace di elaborare progetti innovativi su sviluppo e competitività, il cui principale metro di valutazione sia, appunto, la creazione di nuovo impiego.

Abbiamo un pesante handicap storico da superare. Per riuscirci dobbiamo trasformarlo in una sfida nazionale, come fu l’ingresso nella moneta unica. Allora ce la facemmo. Con un nuovo colpo di reni e molto impegno, possiamo farcela anche oggi. A patto di provarci seriamente.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 31 Maggio 2013

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Fare sistema per dare lavoro ai giovani – Leggi e incentivi da soli non bastano

Maurizio Ferrera

Flessibilità, incentivi, sgravi fiscali, decontribuzioni, contratti di formazione. Per contrastare la disoccupazione giovanile negli ultimi 15 anni abbia- mo sperimentato un ventaglio amplissimo di misure, con ben scarsi risultati.

Questo fallimento è in parte collegato al modo in cui sono stati disegnati e attuati i vari strumenti, con improvvisazioni e approssimazioni, senza seri esercizi di previsione e soprattutto di valutazione ex post. Ma il nodo di fondo è un altro: a dispetto delle mille leggi e leggine che lo imbrigliano nel suo quotidiano funzionamento, il nostro mercato occupazionale non è «governato», in particolare su quei fronti che sono cruciali per l’occupazione giovanile. Manca infatti una strategia capace di anticipare e stimolare la domanda di nuovi lavori da parte del sistema produttivo, di incentivare la formazione delle corrispondenti competenze da parte del sistema educativo e di gestire in modo efficace la transizione scuola-lavoro.

Nel prossimo decennio in Europa la nuova occupazione riguarderà essenzialmente i lavori «bianchi» (servizi sanitari e sociali, istruzione e formazione), quelli «verdi» (energie rinnovabili, ambiente) e quelli digitali (produzione e utilizzo di tecnologie della comunicazione e dell’informazione). In Italia dovrebbero continuare a crescere anche alcune tipologie di lavoro manifatturiero e neo-artigianale, mentre potrebbero espandersi in misura significativa le filiere in cui abbiamo un naturale vantaggio competitivo: cultura e turismo. Stimolare lo sviluppo e la modernizzazione di questi settori è il miglior modo per assicurare una job-rich growth e durevoli prospettive occupazionali ai giovani. Come già avviene da tempo in altri Paesi, tutte le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi su questo obiettivo, a livello sia nazionale sia locale. Sotto il governo Monti si è cercato di istituire qualche collegamento fra interventi per lo sviluppo economico e la coesione territoriale, da un lato, e politiche per l’occupazione giovanile dall’altro (pensiamo agli incentivi per le cosiddette start-up ). È fondamentale proseguire su questa strada, evitando di regredire verso le tradizionali misure «a pioggia», non selettive e non monitorate.

La creazione di nuovi posti e tipi di lavoro richiede uno sforzo massiccio sui fronti della formazione e più in generale dell’istruzione. Nei Paesi germanici, scandinavi e anglosassoni i raccordi scuola-impresa sono strettissimi e spesso formalizzati dalla costituzione di partnership locali o settoriali. Nell’ultimo decennio sono state effettuate interessanti sperimentazioni anche in Italia, ma senza la capacità di fare sistema. La riforma Fornero ha puntato molto sull’apprendistato. Ma non illudiamoci che per farlo decollare bastino incentivi fiscali o normativi. Occorre un faticoso lavoro politico-organizzativo ad ogni livello e servono investimenti da parte di moltissimi attori (enti pubblici, imprese, fondazioni, camere di commercio e così via). Negli anni duemila, per rilanciare l’apprendistato, il governo tedesco ha siglato tre grandi «Patti nazionali per la formazione» con vari attori del mondo produttivo; l’economia tedesca impiega ogni anno 23 miliardi di euro in questo settore. Se il governo riesce a trovare nuove risorse, sarebbe meglio investirle su questo fronte piuttosto che sulla staffetta generazionale (misura di efficacia incerta, anche sulla base delle esperienze di altri Paesi). Infine, occorre considerare i servizi per l’impiego, ossia l’insieme di strutture pubbliche e private che devono aiutare i giovani (anche se non solo loro) a inserirsi nel mercato del lavoro. Questa è la nota più dolente della situazione italiana. Su cento giovani in cerca di occupazione, solo venti in Italia si rivolgono ai servizi per l’impiego, di contro a cinquanta circa in Gran Bretagna e 77 in Germania. Fra i laureati, la percentuale italiana scende sotto il 10. La ragione è presto detta: la maggioranza di queste strutture funzionano malissimo. I funzionari sono pochi, spesso poco motivati, incapaci di fornire consulenza efficace. In giro per l’Europa vi sono diversi modelli di organizzazione dei servizi per l’impiego (l’Olanda ha recentemente deciso la loro completa privatizzazione). Ma nessun Paese può fare a meno di questi servizi, che peraltro assorbono quote di Pil (Prodotto interno lordo) tre o quattro volte superiori a quelle italiane.

Il ministro Giovannini ha annunciato ieri un pacchetto di misure contro la disoccupazione giovanile: modifiche della riforma Fornero, staffetta generazionale e passi verso quella Youth Guarantee esplicitamente raccomandata dalla Ue, ossia l’impegno a garantire a ogni giovane un’offerta di lavoro, apprendistato, tirocinio o proseguimento degli studi entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dalla scuola.

L’unica misura di respiro strategico mi sembra la «garanzia giovani».

È chiaro che si tratta di un impegno troppo ambizioso per il breve periodo. Ma se esso diventasse uno degli obiettivi centrali della politica del governo (con un progetto da realizzare gradualmente) disporremmo finalmente di un perno attorno al quale riorganizzare la triade «impresa-scuola-lavoro» in modo da avere più crescita, più occupazione e nuovi profili professionali da offrire ai nostri giovani.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 21 Maggio 2013

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Donne e giovani, i rischi del nuovo welfare

Maurizio Ferrera

– Perché donne e bambini vengono sempre prima –

Un programma per la crescita, vista non come fine a se stessa, ma come strumento di progresso sociale e di allargamento delle opportunità. Soprattutto per i giovani, le donne, gli «esclusi»: coloro ai quali l’Italia di oggi nega prospettive di avanzamento sociale, diritti, a volte persino la cittadinanza. Per molti aspetti, il discorso di Enrico Letta alla Camera ha toccato corde nuove rispetto al passato, mettendo inclusione e lavoro al centro dell’agenda. Troppa ambizione, poco realismo? Il rischio c’è.

Ma vi sono diverse buone idee, che meritano senz’altro un’apertura di credito. Per creare lavoro il governo agirà soprattutto sul lato dell’offerta: riduzione del cuneo fiscale, revisione della riforma Fornero per recuperare flessibilità in entrata (in particolare per quanto riguarda i contratti a termine), ulteriori incentivi all’apprendistato, semplificazione burocratica, incisivo ripensamento di tutti quei regimi di autorizzazione preventiva che ingabbiano le imprese e scoraggiano gli investimenti esteri.

Il faro che guiderà le decisioni del governo saranno, come si è detto, le opportunità per giovani e donne. Su questo fronte Letta può vantare una elevata credibilità: è stato infatti uno dei primi e dei pochi politici ad aver promosso e difeso con coerenza (anche nel centrosinistra) il principio «blairiano» women and children first (prima le donne e i bambini). Oltre a incentivi mirati di natura fiscale, per attuare questo principio il governo effettuerà un piano di investimenti nella scuola, nei servizi sociali, nelle politiche di conciliazione. Non solo lavoro, in altre parole, ma lavoro di qualità, accompagnato da (pari) opportunità di carriera e di mobilità verso l’alto, anche per gli immigrati.

Vista la considerevole «quota rosa» con cui nasce il governo, c’è da sperare che questa volta si faccia sul serio. Sul welfare Letta ha parlato di universalismo attivo: allargamento dei diritti agli esclusi, a condizione però che i beneficiari s’impegnino a recuperare autonomia economica (elemento essenziale soprattutto nel settore degli ammortizzatori sociali). In questo quadro è stata fatta una promessa importante: il governo considererà l’introduzione del reddito minimo d’inserimento, dando priorità alle giovani famiglie povere con figli minori. Interessante è anche l’impegno a introdurre politiche di invecchiamento attivo, ossia di forme graduali (e part time) di pensionamento, incentivando forme di staffetta e tutorato intergenerazionale.

Chi conosce Enrico Letta non può dubitare né della serietà tecnica con cui si sforzerà di realizzare il programma, né del suo impegno ideale e politico. Vi sono però tre rischi che non vanno sottovalutati. Il primo è quello dei tempi. La recessione non è per nulla finita, il disagio sociale è sempre più acuto, la fiducia di imprese e consumatori è ai minimi. Per uscire dal gorgo ci vuole uno scatto. Durante la campagna per le elezioni del 2006, poi vinte dall’Unione, Enrico Letta si era schierato a favore di un Big Bang, di un pacchetto di misure incisive da varare subito, anche per cambiare il clima psicologico.

Arrivarono, è vero, le lenzuolate di Bersani sul fronte delle liberalizzazioni. Ma lo slancio del nuovo governo (Letta era sottosegretario alla presidenza del Consiglio) si affievolì subito: un’esperienza da non ripetere. Il secondo rischio è quello delle risorse. Letta ha già di fatto assunto onerosi impegni di spesa, come il rifinanziamento della Cig in deroga e la «soluzione» del problema esodati. Al tempo stesso ha promesso di abolire due significative fonti di gettito: la rata Imu di giugno e l’aumento dell’Iva. Come far quadrare i conti? E, soprattutto, come reperire i fondi necessari (non sono pochi: diversi miliardi di euro) per finanziare il nuovo welfare per giovani e donne? Infine, l’Unione Europea.

È inutile negarlo: senza una revisione dei parametri di Bruxelles, uscire dalla crisi è quasi impossibile. Il programma illustrato ieri è pieno di «europeismi» nel lessico, nel tono, negli obiettivi. Ma Letta ha usato il linguaggio della strategia «Europa 2020», mentre oggi l’Ue decide con le regole del Fiscal compact, imperniato sul dogma dell’austerità. Il nuovo premier ha annunciato che si recherà prestissimo a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ottima idea: è in quelle tre capitali che oggi si giocano le partite più importanti, anche per il nostro Paese.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 20 Maggio 2013

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