Archivi del mese: ottobre 2013

Troppi allarmi sul «turismo sociale» minacciano la cittadinanza europea

Maurizio Ferrera

Vent’anni fa un coraggioso giudice della Corte europea di giustizia, Francis Jacobs, affermò in una sentenza che la cittadinanza dell’Ue conferisce diritti inviolabili di non discriminazione. Quando valica una frontiera nazionale, chiunque possegga il passaporto color porpora può dire civis europeus sum e invocare il rispetto di questi diritti. La sentenza uscì appena dopo il Trattato di Maastricht (che istituiva, appunto, la cittadinanza Ue). Da allora nell’Unione sono entrati 16 nuovi Paesi e si sono firmati tre nuovi Trattati: Amsterdam, Nizza e Lisbona. Quest’ultimo ribadisce a chiare lettere i diritti di libera circolazione e non discriminazione. Ma la formula civis europeus sum sta rapidamente perdendo la propria efficacia. A essere sotto attacco è soprattutto l’accesso al welfare da parte dei non nazionali provenienti da altri Paesi membri. I governi di Berlino, Londra, Vienna e l’Aia hanno chiesto formalmente a Bruxelles di cambiare le norme vigenti per combattere il cosiddetto «turismo sociale»: gli spostamenti da un Paese all’altro in cerca dei sussidi più generosi. Dietro la richiesta si nasconde un malumore profondo, che riguarda il processo di integrazione in quanto tale. E che spinge a ristabilire i tradizionali confini, a «proteggere i diritti e gli interessi legittimi dei nativi»—come candidamente recita la lettera dei quattro governi. In tempi di crisi, malumori e paure in seno all’opinione pubblica sono comprensibili. Ma se i governi le cavalcano, cosa resterà dell’Europa? Se va bene, solo le fredde regole di «mutua sorveglianza» fiscale, neanche fossimo in una prigione. Se va male, potrebbe non restar nulla, i sogni e gli sforzi di tre generazioni andrebbero irrimediabilmente perduti.

Tutti i dati e le ricerche disponibili indicano che non c’è nessun turismo sociale di massa. Vi è, certo, un discreto numero di cittadini Ue che risiedono in Paesi membri diversi dal proprio: la loro quota è di circa il 2%, con punte sopra il 3% in Irlanda, Belgio, Gran Bretagna, Austria e Germania. La crisi ha accresciuto un po’ i flussi da Sud a Nord e da Est a Ovest. Si tratta però di persone attratte da opportunità di lavoro, anche manuale. Se prendiamo come riferimento la popolazione residente con più di 15 anni, scopriamo che sette migranti Ue su dieci hanno un’occupazione, di contro a 5 o 6 nazionali. Se perde il lavoro, il migrante riceve il sussidio pubblico solo se ha pagato tasse e contributi, esattamente come i nazionali. I governi firmatari della lettera sostengono che l’obiettivo dei cosiddetti «turisti sociali» sono soprattutto le prestazioni di assistenza finanziate dal gettito fiscale, come il reddito minimo. La Commissione europea ha però calcolato che i migranti Ue sono meno del 5% del totale di beneficiari di queste prestazioni. In alcuni casi (quelli che fanno più notizia) ci sono frodi o abusi. Ma si tratta di fenomeni che si possono contrastare con piccoli accorgimenti legislativi e controlli più efficaci. Non vi è sicuramente bisogno di mettere sotto accusa i principi di parità di trattamento e di libera circolazione—i quali peraltro, sempre secondo lo studio della Commissione, fanno bene anche al Pil.

Che dire degli immigrati che provengono dai Paesi extra Ue? I barconi di Lampedusa hanno di nuovo acceso i riflettori su di loro. Dopo il cordoglio e la compassione, sono ricominciate a circolare accuse di «opportunismo sociale» ancor più pesanti rispetto a quelle rivolte ai migranti Ue. Anche nel caso degli extracomunitari e del loro accesso al welfare valgono però le stesse considerazioni relative ai migranti Ue. Un recente studio Ocse stima che nella maggioranza dei Paesi europei (Italia compresa) il saldo fra ciò che gli extracomunitari versano allo Stato e ciò che ricevono in termini di prestazioni e servizi è meno favorevole rispetto a quello dei nazionali. Il contributo dell’immigrazione al Prodotto interno lordo (Pil) è inoltre positivo: nessun «pasto gratis», dunque.

Comprendere questa realtà può essere controintuitivo.E capire non significa dover accettare tutti gli effetti che l’immigrazione da Paesi lontani e diversi produce sul piano sociale, culturale e dei costumi. Teniamo però presente che le dinamiche di globalizzazione riservano a noi europei un futuro di «mixité»: una di mescolanza fra popoli e culture che potremo temperare e regolare ma non evitare. Per questo è fondamentale che l’Ue resista oggi ai ripiegamenti nazionalistici che avvengono al proprio interno. La civiltà che ha inventato l’idea di cittadinanza non può fallire nel trasferirla ora dal livello nazionale a quello sovranazionale.

Sull’edificio che ospita il Consiglio dei ministri Ue, a Bruxelles, spicca la scritta latina Consilium. Aggiungere la formula civis europeus sum potrebbe finalmente dare un’anima e una missione simbolica a questa istituzione, che oggi parla solo con i governi e ha smarrito la capacità di comunicare con i sui più importanti interlocutori. I cittadini d’Europa, appunto.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 28 Ottobre 2013

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La legge Biagi è rimasta a metà Così il mercato del lavoro non funziona

Maurizio Ferrera

La cosiddetta legge Biagi, approvata dal Parlamento esattamente dieci anni fa, ha segnato un punto di svolta decisivo per il mercato del lavoro italiano. Sulla scia di quella legge, è fortemente aumentata la flessibilità «in entrata», quella che riguarda le neo assunzioni. L’introduzione di nuove forme contrattuali (lavoro interinale, a progetto, a tempo parziale, nuovo apprendistato, contratto d’inserimento e altre ancora) ha aperto le porte delle imprese a un’intera generazione di giovani, che assai difficilmente avrebbero trovato un posto fisso. Fra il 2003 e il 2007 (l’ultimo anno prima della crisi) la disoccupazione giovanile scese di sei punti dal 26,3% al 20,3%. Molti dei neo assunti sono tuttavia finiti nella trappola delle «porte girevoli»: rapide entrate e altrettanto rapide uscite. Invece di diventare più dinamico e omogeneo, il mercato del lavoro italiano si è «dualizzato », a tutto svantaggio delle fasce economicamente più vulnerabili.

La legge Biagi non può tuttavia essere additata come causa prima del precariato all’italiana. Quest’ultimo è figlio di molti padri, fra cui proprio la mancata realizzazione di alcuni pezzi fondamentali di quella legge. Marco Biagi aveva una formazione europea, il suo progetto era quello di avvicinare l’Italia al modello della flexicurity e dell’inclusione attiva tipico dei Paesi nordici. Le nuove forme contrattuali avrebbero dovuto essere accompagnate da un potenziamento dei servizi per l’impiego, da moderni ammortizzatori sociali di natura universale, da politiche volte ad accrescere la qualità del lavoro. E la flessibilità avrebbe dovuto riguardare tutti, intaccando rigidità e privilegi che esistevano solo in Italia. Se il mercato del lavoro italiano ha deragliato dai binari tracciati nel 2003, la colpa è delle riforme non fatte. Nelle sue raccomandazioni annuali del 2013, l’Unione Europea ha riproposto all’Italia un’agenda di cambiamenti che aggiorna, ma non rinnega il disegno delineato da Biagi già nel 2001. Che cosa è andato storto?

Possiamo cercare la risposta nel paragone con la Germania. Anche lì agli inizi degli anni duemila il mercato del lavoro funzionava male. E anche in quel Paese furono introdotte riforme di «rottura», imperniate sui principi della flexicurity. Proprio le cosiddette riforme Hartz hanno consentito alla Germania di accrescere il tasso di occupazione, di ristrutturare il sistema produttivo e attraversare quasi indenne la crisi finanziaria. Certo, come in Italia i giovani tedeschi (e non solo loro) si devono rassegnare a una fase più o meno lunga di occupazione «a-tipica», mal retribuita. Ma gli ammortizzatori sociali proteggono bene e soprattutto esistono programmi che facilitano il ricollocamento quando si perde il lavoro. L’assicurazione contro la disoccupazione e i servizi per l’impiego sono stati riformati in contemporanea ai provvedimenti sulla flessibilità, realizzando tutti i tasselli previsti dalla Commissione Hartz.

Artefice del rinnovamento tedesco è stato il governo di coalizione rosso-verde guidato da Helmut Schroeder. E con ciò arriviamo alle vera risposta sui fallimenti italiani. La Germania ha un sistema politico stabile e bene attrezzato dal punto di vista degli strumenti istituzionali; una cultura di governo al tempo stesso pragmatica e capace di elaborazione strategica; una sinistra che si è precocemente convertita al neo riformismo sui temi economico-sociali, abbandonando al proprio destino nostalgici e radicali. Certo, anche Angela Merkel ci ha messo del suo nel perfezionare il quadro a riforme fatte. E ha contato molto anche la disponibilità e la responsabilità delle parti sociali. Ma senza la leadership del modernizzatore Schroeder forse la Germania sarebbe ancora il malato d’Europa, come si diceva quindici anni fa.

La riforma Fornero del 2012 ha cercato di rimediarealle lacune di realizzazione e ad alcuni specifici errori di disegno dell’impalcatura Biagi. Il suo principale merito è di aver finalmente avviato una riforma in senso europeo degli ammortizzatori sociali con la cosiddetta Aspi. Sul fronte delle tipologie contrattuali, alcune delle innovazioni introdotte da Elsa Fornero si sono però rivelate inefficaci se non dannose. Sui servizi per l’impiego il ritardo italiano è poi ancora enorme.

Ora che la crisi di governo è stata scongiurata, il governo Letta deve riavviare il cantiere delle riforme.Per usare una metafora cara al Presidente del Consiglio, alcune cose si potranno fare con il cacciavite (e con sperimentazioni volontarie, come da tempo propone Pietro Ichino). Ma per realizzare una «società attiva», basata su un «lavoro di qualità» (i sottotitoli del Libro Bianco di Biagi) serve una cassetta degli attrezzi ben fornita. E soprattutto servono concentrazione su problemi seri, scelte coraggiose e leadership politica.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 10 Ottobre 2013

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