Archivi del mese: ottobre 2017

Gli alleati «Tedeschi» di Angela – L’asse Vienna-Amsterdam

Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

Il quadro politico dell’Europa postcrisi acquisisce lentamente contorni più chiari. Dopo l’elezione di Emmanuel Macron in Francia e la conferma di Angela Merkel in Germania, nelle ultime due settimane sono stati posati altri due tasselli del nuovo mosaico. Da un lato, il premier olandese, Mark Rutte (Vvd), è riuscito a definire un programma di governo. Dall’altro, il 31enne Sebastian Kurz, a capo dei popolari (Ovp) ha vinto le elezioni polirtene in Austria.

Il programma di governo olandese si intitola «Fiducia nel futuro» ed è stato definito sarcasticamente un collage delle varie richieste provenienti dai 4 partiti di centro-destra (2 liberali, Vvd e D66, e 2 cristiano-democratici, Cda e Cu) coinvolti nelle negoziazioni. Sono serviti 6 mesi per trovare un equilibrio tra le istanze «economiche» di WD e D66, da un lato, e quelle «identitarie» di CDA e CU, dall’altro. I primi hanno ottenuto un sistema tributario più snello e maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. I secondi portano a casa il rafforzamento del welfare per le famiglie e una serie di misure simboliche: ogni i8enne riceverà un libro sulla storia dei Paesi Bassi. Un bilancio in surplus ha permesso poi di aumentare gli investimenti in istruzione, sanità, infrastrutture, sicurezza e difesa.

La politica europea non è certo stata un punto controverso. Il programma di governo inasprisce la posizione olandese. Il focus è tutto sulla «stabilità» dell’Unione monetaria e la «responsabilità» dei singoli Stati membri. «Recenti esperienze hanno danneggiato la credibilità delle regole sul deficit», recitano i partiti. Proposte per il futuro? L’introduzione di un nuovo «meccanismo formale» che possa assistere il Meccanismo di stabilità europeo (Mse) nella «ristrutturazione di debiti sovrani insostenibili», n nuovo governo Rutte si opporrà inoltre a «qualsiasi passo verso forme di mutualizzazione del debito» (Eurobond) o trasferimenti inter-statali (assicurazione di disoccupazione europea). Viene escluso anche lo sviluppo di una «capacità fiscale al livello dell’Urne per attutire gli shock economici». Come se non bastasse, i fondi strutturali e di coesione «dovrebbero essere legati al rispetto del Patto si stabilità e crescita».

Modelli

Mille chilometri in direzione sud est, a Vienna, il rampante Kurz ha predicato negli ultimi due mesi una politica «al servizio dei cittadini», «frugale ma coraggiosa». Secondo il leader conservatore, il cittadino- modello austriaco è «libero», «responsabile» e «sociale». Quello europeo è soprattutto «responsabile»: anche qui nessun passo verso la mutualizzazione del debito o un’Unione sociale. Kurz ha inoltre sottolineato che il principio di sussidiarietà e lo sviluppo del mercato unico devono rimanere le bussole del processo di integrazione.

Piccolo dettaglio degno di nota: i conservatori austriaci spingono per l’elezione diretta del Presidente della Commissione europea: una mossa che, teoricamente, dovrebbe rafforzare la legittimità di Bruxelles nei confronti dei Paesi membri.

Diplomazie

Insomma, L’Aia e Vienna si ritrovano molto vicine sulla governance e sulle priorità dell’Ue. Lo sono sempre state — e continuano a esserlo — sul fronte della politica estera: entrambe escludono l’entrata della Turchia nell’Ue e auspicano regole più stringenti sull’immigrazione.

Guardando il quadro d’insieme, gli sviluppi in Austria e Olanda indicano uno spostamento verso destra dell’Europa. Nel braccio di ferro sui progetti di riforma dell’Ue tra Francia e Germania, Berlino guadagna alleati. L’Olanda si conferma molto tedesca. E Vienna torna ad esserlo dopo un Cancellierato — quello del socialdemocratico Kern — vicino all’Spd e, quindi, alle posizioni di Macron.

C’è da dire che poteva andare peggio. Sia in Austria che in Olanda, la sfida politica era tra l’arco istituzionale e quello radicale di destra dei vari Wilders, Strache e Weidel. Il populismo, per il momento, è stato domato (anche se in Austria molti si attendono un compromesso proprio tra Kurz e l’Fpo). Vienna e l’Aia sono due piccole capitali. Ma con una grande voglia di trasformare la Uè in una fortezza verso l’esterno e in guardiano dei conti verso l’interno.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 23 Ottobre 2017

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Reddito a tutti, anche ai surfisti

un dialogo con Philippe Van Parijs

MF: La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All, uscito nel 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima, lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo stato? Inizierei questa conversazione rivolgendoti, a trent’anni di distanza,  quella stessa domanda.

PVP: Il reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato ad ogni membro della comunità politica su base individuale,  senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro.

Dopo avere letto Una Teoria della Giustizia di John Rawls,  io pensavo in effetti che  suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato.  Il “principio di differenza”  richiede infatti che vengano massimizzate non solo il reddito ma anche la ricchezza e i “poteri” dei più sfavoriti, assicurando a tutti “le basi sociale del rispetto di sé”.   A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.

MF: Ma Rawls non era d’accordo con te….

PVP: No, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.

MF: Così è il dibattito con Rawls ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del tuo libro…

PVP: Già. Poi però, in scritti successivi, Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivale al salario minimo di un operaio a tempo pieno.  Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai meno sfavoriti.

MF: Partita chiusa, allora?

PVP: No, in una conferenza che feci a Harvard (Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro che hai citato sopra, Real Freedom for All,  ho sostenuto che il punto di vista “liberale” adottato da Rawls  consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma dal capitale e dalle conoscenze complessive “incorporate”, per così dire, nella società, quelle che rendono possibile il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale “rendita” che la società ci mette a disposizione  e che nessuno di noi, individualmente. ha contribuito nel passato ad accumulare.

MF: Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?

PVP: A meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali)  oppure risorse naturali abbondanti e pregiate ,  il reddito di  base deve essere finanziato da una qualche forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Al contrario, porterà i poveri più vicino alla soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali pre-esistenti.  Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei  buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.

MF: Vediamole meglio queste trappole.  Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha effettivamente documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse: Workfare in International Perspective. In molti paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori lavoro che vengono loro offerti con una  specie di pistola alla tempia (come faceva Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio.  E’ anche la storia raccontata da Ken Loach nel  bel film Daniel Blake.  Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione?  Dopo tutto, i paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare “attivo”, insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano.  Il principio non è work first, ma piuttosto learn first. Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone. …

PVP: Io credo che i soggetti più adatti a  giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo – e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri – siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni,  il reddito di base rende più facile  abbandonare o non accettare posti di lavoro poco promettenti,  a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti di lavoro corrispondenti a ciò che le persone realmente desiderano  e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone più che dello stato come  migliori giudici dei loro  interessi.

MF: Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del tuo nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla prospettiva della cosiddetta “stagnazione secolare”. E giustifichi la proposta del redito di base anche come risposta nei confronti di questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano  amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali “di prossimità” (assistenza personale, cura dei bambini, e in generale servizi di “facilitazione della vita quotidiana”) i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere.  E la cosiddetta “internet delle cose” sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine o robot, senza però annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico)  il ruolo, e dunque l’impiego attivo degli umani, appunto. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro ad un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove.  Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Ci sono paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico e pure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei paesi Nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base…

PVP: In realtà non credo in una rarefazione irreversibile di posti di lavoro. Ma ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone restino bloccate all’interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia “lavorista” consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia “emancipatrice” consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà, – come faccio io – verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base.  Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.

MF: Veniamo alla vexata quaestio dei costi.  Innanzitutto, nella tua concezione, quale dovrebbe essere l’importo del reddito di base?  Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese.  All’inizio si pensava che si trattasse di un reddito universale,  molti italiani ancora  credono che sia così. In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di venti miliardi di euro l’anno).  In base a quali criteri dovrebbe essere definito l’importo del reddito di base?

PVP: I promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di CHF 2300, pari al 39% del PIL pro capite della Confederazione.  Il loro argomento era che tale livello fosse necessario per portare  ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra il 12% e il 25% del PIL pro capite (mf: per l’Italia, la forbice si situerebbe fra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

MF: Tu stesso ammetti come auto-evidente il fatto che l’universalità comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?

PVP: Partire dal costo lordo – reddito di base moltiplicato per i  beneficiari – è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si “autofinanziano” da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all’importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.

MF: Fammi capire bene. Poniamo che il reddito di base sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione  minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).

PVP: Esattamente. La seconda fonte sarebbe questa:  tutti i redditi sono tassati dal primo euro all’aliquota  attualmente applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.

MF: Tutti i redditi, dunque anche quelli su patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni o franchigie?  E questo basterebbe per auto-finanziare il reddito di base?

PVP: Le due fonti congiunte assicurerebbero l’auto-finanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni paese ha il suo mix  regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l’ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.

MF: Nel tuo libro sottolinei l’importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tutti i servizi erogati o finanziati dallo stato.  Supponiamo che un immaginario stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?

PVP: Dovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori, ad un livello che può variare con l’età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia.  Va da sé che lo stato continuerebbe a fornire beni pubblici come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una “piacevole immobilità”  negli spazi pubblici.

MF: I paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del PIL.  Come vedresti la transizione verso il reddito di base?  Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti.  Come affrontare il problema di “diritti acquisiti”, che in molti paesi (primo fra tutti l’Italia) vengono considerati inviolabili anche dalle Corti Costituzionali?

PVP: La proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una   tabula rasa.  Al di sopra di importi estremamente modesti,  è chiaro che vi dovrà essere una  ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita o esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale,  non vedo perché essa debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.

MF: Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero per attuare riforme così ambiziose dal punto di vista istituzionale e redistributivo….

PVP: Si, ma fortunatamente il calcolo fra vantaggi e perdite finanziari immediati non è l’unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità di riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della mia vita ad occuparmi di filosofia politica.

MF: In effetti, noi scienziati politici siamo a volte troppo realisti. Ma siamo anche  convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell’esistente, ma anche “visione”, elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro)

PVP: Il reddito di base incondizionato è in qualche modo un’utopia. Ma lo erano,  fino a non moltissimo tempo fa, anche l’abolizione della schiavitù o il suffragio universale. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l’impossibile” Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un’esortazione da condividere in pieno. Avanti!

 

Questo articolo è uscito su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, il 22 Ottobre 2017

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La riunificazione mancata

Di MAURIZIO FERRERA e ALEXANDER DAMIANO RICCI

 – Il voto Le elezioni tedesche, con il successo di AfD nei Lander orientali, dimostrano che il divario fra Est e Ovest resta enorme 27 anni dopo la fine della Ddr

I dati Nelle regioni che erano parte della Germania comunista reddito prò capite e produttività sono inferiori del 20 per cento, la disoccupazione è doppia –

«Nostalgia del passato, dei vecchi problemi, non ne ho. Le due Germanie sono tornate a essere una cosa sola. Soltanto io sono ancora lacerato dentro». Le parole sono di Karl Wolf Biermann, cantautore tedesco classe 1936, vissuto tra Germania Est e Ovest. Ma il 3 ottobre scorso, anniversario della riunificazione, sono state scelte dal presidente della Repubblica federale, Frank-Walter Steinmeier, come esordio del suo tradizionale discorso sull’unità del Paese. La scelta di Steinmeier segnala un paradosso. A distanza di 27 anni dal 1990, la riunificazione è un dato di fatto. Ma il tema dell’unità e della coesione interna è improvvisamente tornato a essere una «ferita», 0 almeno una «questione aperta».

Per capire il perché bisogna considerare ciò che è successo lo scorso 24 settembre. I risultati elettorali hanno rivoluzionato la composizione del Bundestag. La stampa internazionale è stata concorde nel definire la Germania post-voto un Paese fondamentalmente «diverso». Con le prospettive di un governo di coalizione «a tre» (non era mai successo) e un nuovo partito nazionalista e xenofobo, Alternativa per la Germania (AfD) come terza forza nel Parlamento, il Paese più importante d’Europa si è ritrovato orfano del suo tratto più distintivo: la stabilità politica. Quel che conta ancora di più (anche per capire le parole di Steinmeier) è il fatto che AfD abbia avuto una straordinaria affermazione nelle regioni della ex Germania orientale (Ddr). E che, durante la campagna elettorale, i nazionalisti abbiano spesso usato lo slogan Wir sind das Volk, «il popolo siamo noi». Dietro alla retorica populista, il nuovo partito avanza richieste molto concrete: chiusura delle frontiere, uscita dall’euro e dalla stessa Uè. Ma il profilo politico e la presenza ingombrante di AfD, soprattutto nell’Est, hanno una valenza più generale e delicata, ben colta da Steinmeier. La domanda «chi siamo, noi tedeschi?» è diventata, di nuovo, legittima. Nella storia europea, i dubbi identitari del Volk hanno spesso provocato seri danni.

Per il resto del mondo, chi siano i tedeschi e cosa sia la Germania è piuttosto chiaro. Culturalmente, si tratta della patria del pensiero filosofico europeo, dall’Illuminismo in avanti. Politicamente, è stata il principale protagonista del «secolo breve»: per aver provocato, prima, guerre sanguinose, e essere diventata, poi, l’emblema di un mondo diviso tra capitalismo e socialismo, il più delicato teatro della guerra fredda. A partire dagli anni Novanta, la Germania è stata il motore dell’integrazione europea. La prima generazione Erasmus è quella che si identifica con le immagini del crollo del Muro di Berlino nel novembre 1989. n 3 ottobre 1990 non nacque soltanto la Germania unita, ma anche una nuova Europa proiettata verso l’unione politica, oltre che monetaria.

Le vecchie ferite non si sono però rimarginate. Al posto della cortina di ferro c’è un lungo e tortuoso tratto verde, ricco di specie rare e protette (ai tempi del filo spinato in quelle zone non c’era nessuno, solo animali). Anche se oggi è fatto d’erba, il confine c’è ancora, quale che sia l’indicatore di riferimento. I cittadini dell’Est vanno in vacanza sul Mar Baltico, quelli dell’Ovest nei Paesi mediterranei. I primi amano la tenda, i secondi il camper. I Wessies (occidentali) si vaccinano molto di più contro l’influenza e posseggono più armi da fuoco. Gli Ossies sono più abituati a mandare i figli all’asilo, le loro fattorie sono gigantesche (il socialismo amava i larghi appezzamenti agricoli) . Persino nei nomi propri e in quelli di fantasia persistono curiose differenze. Fra gli utenti di Facebook le probabilità di entrare in contatto con qualcuno che si chiama «Ronny» sono cinque volte superiore all’Est che all’Ovest.

È tuttavia sul piano economico che il divario è ancora massiccio. Dopo un balzo in avanti nei primi anni l’allineamento fra le due economie ha prima rallentato per poi ristagnare. La differenza fra reddito prò capite e produttività è incollato a «meno 20 per cento» da quasi un ventennio. I tassi di disoccupazione all’Est sono il doppio di quelli dell’Ovest. Mancano lavoratori con alte qualifiche, quelli che si formano all’Est migrano all’Ovest. La struttura produttiva delle due economie rimane molto diversa. I Lander orientali sono ancora largamente mantenuti da quelli occidentali.

La convergenza fra sistemi socio-economici che partono da condizioni molto distanti è difficile e tortuosa, lo sappiamo bene noi italiani. Ma in quel lontano autunno del 1990 erano in molti a scommettere che la Germania sarebbe riuscita a superare la corsa a ostacoli del catching wp (il riallineamento) orientale. Così non è stato, il miracolo non è avvenuto. Come sempre nelle dinamiche storiche, le cause sono molteplici e complesse.

La riunificazione venne effettuata con un big bang, sulla scia dello slogan preferito della Cdu «unificazione subito» (il ministro dell’Interno si chiamava Wolfgang Schàuble). n marco Ddr venne cambiato alla pari con il marco occidentale già nel luglio del 1990, per salvaguardare salari e risparmi e allineare il loro potere d’acquisto agli standard occidentali. Un faticoso compromesso con i sindacati impedì però l’adeguamento dei costi del lavoro alla produttività. L’agenzia statale Treuhandanstalt gestì in maniera frettolosa la privatizzazione delle grandi aziende deU’Est, che in gran parte fallirono. Dopo qualche fuoco di paglia, iniziò uno dei trasferimenti finanziari interterritoriali più massicci della storia. Oltre ai sussidi diretti da parte del governo federale e di altri Lander, all’Est sono arrivati fondi Uè e soprattutto sussidi previdenziali e assistenziali, n volume complessivo delle risorse fluite da Ovest a Est è difficile da calcolare. Ma ancora per il 2on (ultimo anno con i dati completi) le stime parlano di 30 miliardi di euro (in quell’anno). Una cifra enorme, che molto probabilmente non è diminuita né potrà farlo in futuro. La popolazione dell’Est invecchia molto rapidamente, i giovani cervelli migrano a Ovest, depauperando di capitale umano un’economia ancora fragile.

La storia più recente è nota. Dal 2005 in poi la Germania è diventata l’economia modello in Europa, campione di export e occupazione. Ma D successo del Modell Deutschland nasconde i persistenti e massicci differenziali tra Est e Ovest. Le reazioni dei cittadini a questo complessivo fallimento economico e sociale sono ambigue e difficili da interpretare. Secondo i sondaggi, i cittadini dell’Est valutano in maniera relativamente positiva la riunificazione: il 79% ritiene che i vantaggi siano stati maggiori degli svantaggi (a Ovest la pensa così solo il 49%). Si osserva però un paradosso: gli Ossies meno soddisfatti sono i giovani fino ai 29 anni. Quelli che la Ddr non l’hanno mai vista. La gestione rovinosa della crisi dei rifugiati ha sicuramente dato una spinta formidabile ai nuovi nazionalisti di AfD. Allo stesso tempo però, il risultato del 24 settembre scorso ha a che fare proprio con le persistenti disparità sociali ed economiche tra Est e Ovest.

In un altro passaggio centrale del suo discorso, il presidente Steinmeier ha detto che durante la notte delle elezioni è diventato chiaro che esistono «nuovi muri sulla strada di un “noi collettivo”». Muri che separano gli «stili di vita», le «città dalle campagne», l’«online dall’offline», i «ricchi dai poveri», i «giovani dai vecchi». Ma, soprattutto, i Lander orientali da quelli occidentali. Che tipo di Germania vuole l’elettorato dell’Est? Per capirlo, secondo Steinmeier, è necessario mettersi di nuovo all’ascolto. Di cosa? «Delle biografie delle persone (…). È come se le storie dell’Est non fossero mai diventate una parte integrante di quel “noi collettivo” che, fuori dai confini tedeschi, il mondo identifica con la Germania unita». Un’esortazione ragionevole. A patto che da questo ascolto esca una Germania più europea, capace di resistere alle sirene nazionaliste.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 15 Ottobre 2017

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Il senso della scuola-lavoro

Gli studenti sono scesi in piazza in molte città italiane per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro. Un’innovazione (giusta) contenuta nella «Buona scuola». Dietro la legge, tuttavia, non c’era alcun piano di attuazione concreta per renderla davvero efficace, come i giovani meritano nel passaggio dallo studio alla vita professionale.

Nel 2015 la “Buona Scuola” ha reso la alternanza scuola lavoro obbligatoria per tutti.  Ma dietro alla legge  non c’era nessun piano di attuazione. Evidentemente il governo di allora  pensava che presidi e insegnanti  avrebbero saltato  gli ostacoli tirandosi su per i capelli, come il barone Muenchausen.

Alcuni volenterosi ci sono riusciti,  è vero. E quasi miracolosamente diverse promettenti iniziative sono state avviate. Ma sono isole in un mare nel quale la maggioranza delle scuole rischia oggi di affondare. Eppure non ci voleva molto a capire che senza risorse,  preparazione e organizzone l’alternanza non poteva decollare.

Bastava guardare agli  altri paesi europei. I quali per realizzare l’alternanza hanno investito denaro pubblico, formato i docenti per svolgere compiti nuovi, creato nuove figure di “insegnanti-in- impresa” specializzati nella didattica work-based.  Nessuno studente è pagato, ma tutti imparano realmente. Le parti sociali,  gli enti locali,  le associazioni intermedie sono state sensibilizzate e incentivate. Senza provvedimenti del tipo “fiat lux”,  ma con un paziente lavoro politico  (nel senso nobile del termine: l’impegno a risolvere i problemi collettivi).

A chi vuole farsi un’idea della superficialità con cui questa delicatissima riforma è stata gestita consiglio di visitare il sito del Miur alla voce alternanza. Un misto di roboanti paroloni e stucchevole burocratese. Le sezioni più interessanti del sito sono “coming soon”:  aspetta e spera.

La conseguenza più grave (anch’essa facilmente prevedibile) di questo colossale fallimento è l’esasperazione degli studenti e la loro tentazione a considerare l’insuccesso di una politica governativa come la prova che mercato,  imprese, globalizzazione hanno come vero e principale obiettivo lo sfruttamento selvaggio dei più deboli.

Una piccola riforma utile ma  responsabilmente gestita rischia così di causare una spirale non solo di  protesta, ma anche di delegittimazione dell’intero processo di
riforma del sistema educativo. Le sirene massimaliste (quelle che “tanto peggio, tanto meglio”) sono già all’opera.  I  nostri giovani saranno così ulteriormente incoraggiati a rimpiangere il mondo di ieri invece di impegnarsi per costruire quello di domani.

 

Questo editoriale è uscito nel Corriere della Sera del 14 ottobre 2017

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I nostri giovani che sono in trappola

Sul disagio dei giovani e sull’urgente necessità di allargare le loro opportunità si è finalmente creato un largo consenso. Comprensibilmente, la priorità del governo è il lavoro. Nella fascia 25-29 anni in Italia la quota di occupati è  il 53,7%, in Francia il 74,1%, in Germania il 78,3% (dati 2016). Persino la Grecia (56,1%) riesce a fare meglio di noi.  La crisi economica dell’ultimo decennio è solo in parte responsabile di questa situazione. L’enorme divario che ci separa dal resto d’Europa affonda le sue radici nel “modello di gioventù” che caratterizza l’Italia.

Nei paesi nord-europei, la transizione alla vita adulta è rapida. Metà dei ragazzi e delle ragazze escono di casa fra i 18 e i 25 anni. I sostegni alle famiglie con figli sono generosi. Ma si esauriscono al compimento dei vent’anni. In compenso lo stato aiuta direttamente i giovani.  Chi studia ha una borsa di studio.  Tutti possono accedere a sussidi abitativi. Quando escono di casa i ventenni o poco più hanno la possibilità di mantenersi, formare presto nuove unioni e di fare figli (in media entro i trent’anni).  Anche l’inserimento lavorativo è rapido e organizzato dai servizi pubblici. Gli studenti combinano precocemente studio e lavoro, seguono programmi di formazione e orientamento.  E’ stata la Scandinavia ad inventare, già vent’ani fa, quella “garanzia giovani” poi sperimentata, con un limitato successo, anche in Italia, grazie al co-finanziamento europeo. Nel Regno Unito, l’85% degli studenti ha un contratto permanente entro un anno dalla laurea, in Danimarca l’80%.

I paesi continentali come Germania e Francia hanno un modello più imperniato sulla famiglia. I sostegni per i figli a carico possono estendersi fino ai venticinque anni; la vita con i genitori dura un po’ più a lungo, anche se quasi mai oltre i trent’anni.  Il familismo non impedisce però l’inserimento lavorativo. La scuola è congegnata in modo da accompagnare i giovani verso quelle professioni di cui le imprese hanno maggior bisogno. Nei paesi germanici più della metà dei ragazzi segue percorsi di istruzione con una forte componente professionale già nella scuola secondaria, poi entrano nelle imprese come apprendisti. La transizione scuola lavoro è “governata” in modo efficiente ed efficace.

Rispetto a quelli stranieri, il modello di gioventù italiano ha due spiccate anomalie: l’iperfamilismo e l’assenza di percorsi ordinati di inserimento lavorativo. L’ uscita dalla famiglia è  molto tardiva: fra i 25 e i 38 anni metà dei giovani italiani vive ancora in casa, record assoluto in Europa. Il primo figlio arriva in media fra i 34 e i 36 anni.  Per lo stato, i ragazzi che continuano a studiare dopo i 18 anni sono trattati come figli: i genitori mantengono il diritto alle prestazioni e agevolazioni fino a 26 anni. Una volta c’era il famoso “pre-salario” pagato dallo stato agli studenti privi di risorse. Ora sono rimasti solo i prestiti d’onore.  Le famiglie preferiscono tuttavia stringere la cinghia piuttosto che vedere i propri figli indebitati. Le borse di studio pubbliche sono scarse.  Le agevolazioni per gli affitti di chi studia fuori sede (nel complesso alcune decine di milioni l’anno in termini di meno imposte) vanno, di nuovo, ai genitori.

Sul fronte dell’inserimento lavorativo la distanza rispetto agli altri paesi è colossale. Nelle nostre scuole si fa pochissimo orientamento, soprattutto nello snodo cruciale fra medie inferiori e superiori. L’alternanza obbligatoria fra scuola lavoro è stata introdotta nel 2015.  Con una legge, ma senza risorse, senza organizzazione, sperando nell’iniziativa spontanea e volontaria di insegnanti e imprese. I corsi di prima formazione sono pochi e mal gestiti, questa funzione è praticamente delegata alle aziende. Il costo del lavoro per i contratti stabili resta fra i più alti del mondo. E’ anche per questo che la quota di studenti che riescono a trovare un impiego dopo la maturità o la laurea è inferiore al 50%.  E solo a un terzo di questi viene offerto un contrato stabile.

Si è così instaurato un circolo vizioso. I figli non trovano lavoro, la famiglia ammortizza, i giovani-figli si scoraggiano, le famiglie chiedono più ammortizzatori. Invece di adottare un coerente modello di gioventù, l’Italia ha messo la propria gioventù in trappola. Il governo si appresta a ridurre i contributi sociali per le aziende che assumeranno giovani. Una misura utile, per carità, ma del tutto insufficiente. Diventeremo il primo paese al mondo senza vita adulta autonoma: figli sussidiati dai genitori, con poco lavoro, fino alla pensione “di garanzia”, oggi chiesta a gran voce dai sindacati. Una battuta? Si, ma non troppo.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 10 ottobre 2017

 

 

 

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Sindrome Bavarese – Per la nuova Europa

Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

Sarà una Germania «giamaicana» a guidare l’Europa dei prossimi anni? E’ probabile. Non lo dicono solo i numeri del nuovo Bundestag eletto il 24 settembre, ma anche gli ultimi sondaggi. La maggioranza dei tedeschi vede di buon occhio la coalizione nero-giallo-verde composta dall’Unione Democratica e Sociale (Cdu-Csu), i liberali della Fdp e i Verdi. E anche la base di questi partiti, a esclusione della Csu, appoggia l’alleanza. Dopo quattro anni di governo la Grande coalizione («Groko») tra Cdu e i socialdemocratici della Spd si appresta ad essere sostituita. Del resto, già durante la notte elettorale, Schulz era stato netto: «Passeremo all’opposizione». La SPD ha poi provato a dire: potemmo riprovarci, ma senza Angela Merkel alla Cancelleria. Proposta indecente: oggi, il 49 per cento della popolazione voterebbe «Mutti Merkel» se potesse scegliere direttamente il capo dell’Esecutivo, un valore addirittura in risalita dopo le elezioni. Dunque «Giamaica». Ma quali potranno essere le ripercussioni sullo scacchiere europeo e per il destino dell’Ue? Durante la campagna elettorale, il leader dei liberali ha più volte criticato la politica di «solidarietà europea, il bailout greco nonché i piani di Emmanuel Macron. Con la Fdp nel governo dobbiamo aspettarci una Germania e dunque una Uè sempre meno solidale?

Le opinioni

A un campione rappresentativo di elettori in alcuni paesi membri è stato chiesto di esplicitare il loro «immaginario» europeo: a cosa somiglia di più l’Ue? Come si evince dal grafico 1, la maggioranza dei tedeschi si mostra, sorprendentemente, piuttosto «integrazionista»: l’immagine che prevale è quella del «condominio» abitato da diverse nazioni e non dispiace del tutto neppure quella della «casa condivisa». Pochi gli elettori che considerano la Uè come una «nave che affonda». Certo, il confronto con l’Italia indica che i cittadini del Belpaese rimangono più «europeisti». Ma i tedeschi non sembrano del tutto ostili all’aiuto reciproco fra popoli che hanno scelto di abitare nello stesso edificio e dunque di condividere alcuni interessi, a cominciare dalla stabilità della «casa». Il secondo grafico fornisce indicazioni più precise sul posizionamento del futuro governo. La percentuale di elettori che hanno descritto l’Ue come «casa comune» 0 «appartamento» sono stati raggruppati in base alle scelte di voto indicate alcuni mesi prima delle elezioni. Da un lato i potenziali elettori dei partiti che dovrebbero far parte della coalizione giamaica dall’altra quelli di Cdu-Csu e Spd (la Groko). Come si vede, se i partiti seguissero le preferenze del proprio elettorato (come in parte dovranno fare), non ci sarebbe ragione di temere uno spostamento di Berlino su posizioni meno solidali, nemmeno nel caso di una giamaica con i liberali. Parlare soltanto di Fdp significa poi fare i conti senza il terzo oste, i Verdi. Se è vero che i liberali sono «rigoristi», i Verdi non hanno mai nascosto la loro dedizione alla causa europea e alle politiche di solidarietà.

Che dire, in quest’ottica, del partito di Angela Merkel? In realtà il rischio più serio per l’europeismo del prossimo governo viene proprio dalle forti divergenze fra Cdu e Csu. Gli elettori bavaresi di quest’ultimo partito (federato con la Cdu) sono molto tiepidi verso l’Europa: quasi un quarto considera la Uè «una nave che affonda» (nella Cdu praticamente nessuno) e solo una risicata maggioranza (51%) la percepisce come casa comune 0 condominio (nella Cdu l’8o%). Di fronte alla minaccia competitiva di Alternativa per la Germania (Afd, che in Baviera ha fatto il pieno di voti) e al ritorno dei rigoristi liberali, il partito di Seehofer (il vociante leader Csu) darà filo da torcere alla Cancelliera sui temi europei e dell’immigrazione. Insomma: il rischio di una Germania ancor meno solidale di quella di Schàuble non deriva tanto dai liberali, ma dalle posizioni e dal desiderio di rivincita di uno dei due «appartamenti» del condomino democristiano: quello di Monaco di Baviera.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 09 Ottobre 2017

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