Archivi del mese: ottobre 2017

Reddito a tutti, anche ai surfisti

un dialogo con Philippe Van Parijs

MF: La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All, uscito nel 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima, lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo stato? Inizierei questa conversazione rivolgendoti, a trent’anni di distanza,  quella stessa domanda.

PVP: Il reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato ad ogni membro della comunità politica su base individuale,  senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro.

Dopo avere letto Una Teoria della Giustizia di John Rawls,  io pensavo in effetti che  suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato.  Il “principio di differenza”  richiede infatti che vengano massimizzate non solo il reddito ma anche la ricchezza e i “poteri” dei più sfavoriti, assicurando a tutti “le basi sociale del rispetto di sé”.   A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.

MF: Ma Rawls non era d’accordo con te….

PVP: No, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.

MF: Così è il dibattito con Rawls ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del tuo libro…

PVP: Già. Poi però, in scritti successivi, Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivale al salario minimo di un operaio a tempo pieno.  Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai meno sfavoriti.

MF: Partita chiusa, allora?

PVP: No, in una conferenza che feci a Harvard (Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro che hai citato sopra, Real Freedom for All,  ho sostenuto che il punto di vista “liberale” adottato da Rawls  consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma dal capitale e dalle conoscenze complessive “incorporate”, per così dire, nella società, quelle che rendono possibile il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale “rendita” che la società ci mette a disposizione  e che nessuno di noi, individualmente. ha contribuito nel passato ad accumulare.

MF: Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?

PVP: A meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali)  oppure risorse naturali abbondanti e pregiate ,  il reddito di  base deve essere finanziato da una qualche forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Al contrario, porterà i poveri più vicino alla soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali pre-esistenti.  Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei  buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.

MF: Vediamole meglio queste trappole.  Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha effettivamente documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse: Workfare in International Perspective. In molti paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori lavoro che vengono loro offerti con una  specie di pistola alla tempia (come faceva Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio.  E’ anche la storia raccontata da Ken Loach nel  bel film Daniel Blake.  Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione?  Dopo tutto, i paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare “attivo”, insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano.  Il principio non è work first, ma piuttosto learn first. Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone. …

PVP: Io credo che i soggetti più adatti a  giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo – e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri – siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni,  il reddito di base rende più facile  abbandonare o non accettare posti di lavoro poco promettenti,  a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti di lavoro corrispondenti a ciò che le persone realmente desiderano  e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone più che dello stato come  migliori giudici dei loro  interessi.

MF: Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del tuo nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla prospettiva della cosiddetta “stagnazione secolare”. E giustifichi la proposta del redito di base anche come risposta nei confronti di questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano  amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali “di prossimità” (assistenza personale, cura dei bambini, e in generale servizi di “facilitazione della vita quotidiana”) i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere.  E la cosiddetta “internet delle cose” sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine o robot, senza però annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico)  il ruolo, e dunque l’impiego attivo degli umani, appunto. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro ad un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove.  Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Ci sono paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico e pure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei paesi Nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base…

PVP: In realtà non credo in una rarefazione irreversibile di posti di lavoro. Ma ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone restino bloccate all’interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia “lavorista” consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia “emancipatrice” consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà, – come faccio io – verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base.  Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.

MF: Veniamo alla vexata quaestio dei costi.  Innanzitutto, nella tua concezione, quale dovrebbe essere l’importo del reddito di base?  Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese.  All’inizio si pensava che si trattasse di un reddito universale,  molti italiani ancora  credono che sia così. In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di venti miliardi di euro l’anno).  In base a quali criteri dovrebbe essere definito l’importo del reddito di base?

PVP: I promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di CHF 2300, pari al 39% del PIL pro capite della Confederazione.  Il loro argomento era che tale livello fosse necessario per portare  ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra il 12% e il 25% del PIL pro capite (mf: per l’Italia, la forbice si situerebbe fra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

MF: Tu stesso ammetti come auto-evidente il fatto che l’universalità comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?

PVP: Partire dal costo lordo – reddito di base moltiplicato per i  beneficiari – è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si “autofinanziano” da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all’importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.

MF: Fammi capire bene. Poniamo che il reddito di base sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione  minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).

PVP: Esattamente. La seconda fonte sarebbe questa:  tutti i redditi sono tassati dal primo euro all’aliquota  attualmente applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.

MF: Tutti i redditi, dunque anche quelli su patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni o franchigie?  E questo basterebbe per auto-finanziare il reddito di base?

PVP: Le due fonti congiunte assicurerebbero l’auto-finanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni paese ha il suo mix  regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l’ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.

MF: Nel tuo libro sottolinei l’importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tutti i servizi erogati o finanziati dallo stato.  Supponiamo che un immaginario stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?

PVP: Dovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori, ad un livello che può variare con l’età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia.  Va da sé che lo stato continuerebbe a fornire beni pubblici come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una “piacevole immobilità”  negli spazi pubblici.

MF: I paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del PIL.  Come vedresti la transizione verso il reddito di base?  Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti.  Come affrontare il problema di “diritti acquisiti”, che in molti paesi (primo fra tutti l’Italia) vengono considerati inviolabili anche dalle Corti Costituzionali?

PVP: La proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una   tabula rasa.  Al di sopra di importi estremamente modesti,  è chiaro che vi dovrà essere una  ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita o esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale,  non vedo perché essa debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.

MF: Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero per attuare riforme così ambiziose dal punto di vista istituzionale e redistributivo….

PVP: Si, ma fortunatamente il calcolo fra vantaggi e perdite finanziari immediati non è l’unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità di riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della mia vita ad occuparmi di filosofia politica.

MF: In effetti, noi scienziati politici siamo a volte troppo realisti. Ma siamo anche  convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell’esistente, ma anche “visione”, elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro)

PVP: Il reddito di base incondizionato è in qualche modo un’utopia. Ma lo erano,  fino a non moltissimo tempo fa, anche l’abolizione della schiavitù o il suffragio universale. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l’impossibile” Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un’esortazione da condividere in pieno. Avanti!

 

Questo articolo è uscito su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, il 22 Ottobre 2017

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Il senso della scuola-lavoro

Gli studenti sono scesi in piazza in molte città italiane per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro. Un’innovazione (giusta) contenuta nella «Buona scuola». Dietro la legge, tuttavia, non c’era alcun piano di attuazione concreta per renderla davvero efficace, come i giovani meritano nel passaggio dallo studio alla vita professionale.

Nel 2015 la “Buona Scuola” ha reso la alternanza scuola lavoro obbligatoria per tutti.  Ma dietro alla legge  non c’era nessun piano di attuazione. Evidentemente il governo di allora  pensava che presidi e insegnanti  avrebbero saltato  gli ostacoli tirandosi su per i capelli, come il barone Muenchausen.

Alcuni volenterosi ci sono riusciti,  è vero. E quasi miracolosamente diverse promettenti iniziative sono state avviate. Ma sono isole in un mare nel quale la maggioranza delle scuole rischia oggi di affondare. Eppure non ci voleva molto a capire che senza risorse,  preparazione e organizzone l’alternanza non poteva decollare.

Bastava guardare agli  altri paesi europei. I quali per realizzare l’alternanza hanno investito denaro pubblico, formato i docenti per svolgere compiti nuovi, creato nuove figure di “insegnanti-in- impresa” specializzati nella didattica work-based.  Nessuno studente è pagato, ma tutti imparano realmente. Le parti sociali,  gli enti locali,  le associazioni intermedie sono state sensibilizzate e incentivate. Senza provvedimenti del tipo “fiat lux”,  ma con un paziente lavoro politico  (nel senso nobile del termine: l’impegno a risolvere i problemi collettivi).

A chi vuole farsi un’idea della superficialità con cui questa delicatissima riforma è stata gestita consiglio di visitare il sito del Miur alla voce alternanza. Un misto di roboanti paroloni e stucchevole burocratese. Le sezioni più interessanti del sito sono “coming soon”:  aspetta e spera.

La conseguenza più grave (anch’essa facilmente prevedibile) di questo colossale fallimento è l’esasperazione degli studenti e la loro tentazione a considerare l’insuccesso di una politica governativa come la prova che mercato,  imprese, globalizzazione hanno come vero e principale obiettivo lo sfruttamento selvaggio dei più deboli.

Una piccola riforma utile ma  responsabilmente gestita rischia così di causare una spirale non solo di  protesta, ma anche di delegittimazione dell’intero processo di
riforma del sistema educativo. Le sirene massimaliste (quelle che “tanto peggio, tanto meglio”) sono già all’opera.  I  nostri giovani saranno così ulteriormente incoraggiati a rimpiangere il mondo di ieri invece di impegnarsi per costruire quello di domani.

 

Questo editoriale è uscito nel Corriere della Sera del 14 ottobre 2017

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I nostri giovani che sono in trappola

Sul disagio dei giovani e sull’urgente necessità di allargare le loro opportunità si è finalmente creato un largo consenso. Comprensibilmente, la priorità del governo è il lavoro. Nella fascia 25-29 anni in Italia la quota di occupati è  il 53,7%, in Francia il 74,1%, in Germania il 78,3% (dati 2016). Persino la Grecia (56,1%) riesce a fare meglio di noi.  La crisi economica dell’ultimo decennio è solo in parte responsabile di questa situazione. L’enorme divario che ci separa dal resto d’Europa affonda le sue radici nel “modello di gioventù” che caratterizza l’Italia.

Nei paesi nord-europei, la transizione alla vita adulta è rapida. Metà dei ragazzi e delle ragazze escono di casa fra i 18 e i 25 anni. I sostegni alle famiglie con figli sono generosi. Ma si esauriscono al compimento dei vent’anni. In compenso lo stato aiuta direttamente i giovani.  Chi studia ha una borsa di studio.  Tutti possono accedere a sussidi abitativi. Quando escono di casa i ventenni o poco più hanno la possibilità di mantenersi, formare presto nuove unioni e di fare figli (in media entro i trent’anni).  Anche l’inserimento lavorativo è rapido e organizzato dai servizi pubblici. Gli studenti combinano precocemente studio e lavoro, seguono programmi di formazione e orientamento.  E’ stata la Scandinavia ad inventare, già vent’ani fa, quella “garanzia giovani” poi sperimentata, con un limitato successo, anche in Italia, grazie al co-finanziamento europeo. Nel Regno Unito, l’85% degli studenti ha un contratto permanente entro un anno dalla laurea, in Danimarca l’80%.

I paesi continentali come Germania e Francia hanno un modello più imperniato sulla famiglia. I sostegni per i figli a carico possono estendersi fino ai venticinque anni; la vita con i genitori dura un po’ più a lungo, anche se quasi mai oltre i trent’anni.  Il familismo non impedisce però l’inserimento lavorativo. La scuola è congegnata in modo da accompagnare i giovani verso quelle professioni di cui le imprese hanno maggior bisogno. Nei paesi germanici più della metà dei ragazzi segue percorsi di istruzione con una forte componente professionale già nella scuola secondaria, poi entrano nelle imprese come apprendisti. La transizione scuola lavoro è “governata” in modo efficiente ed efficace.

Rispetto a quelli stranieri, il modello di gioventù italiano ha due spiccate anomalie: l’iperfamilismo e l’assenza di percorsi ordinati di inserimento lavorativo. L’ uscita dalla famiglia è  molto tardiva: fra i 25 e i 38 anni metà dei giovani italiani vive ancora in casa, record assoluto in Europa. Il primo figlio arriva in media fra i 34 e i 36 anni.  Per lo stato, i ragazzi che continuano a studiare dopo i 18 anni sono trattati come figli: i genitori mantengono il diritto alle prestazioni e agevolazioni fino a 26 anni. Una volta c’era il famoso “pre-salario” pagato dallo stato agli studenti privi di risorse. Ora sono rimasti solo i prestiti d’onore.  Le famiglie preferiscono tuttavia stringere la cinghia piuttosto che vedere i propri figli indebitati. Le borse di studio pubbliche sono scarse.  Le agevolazioni per gli affitti di chi studia fuori sede (nel complesso alcune decine di milioni l’anno in termini di meno imposte) vanno, di nuovo, ai genitori.

Sul fronte dell’inserimento lavorativo la distanza rispetto agli altri paesi è colossale. Nelle nostre scuole si fa pochissimo orientamento, soprattutto nello snodo cruciale fra medie inferiori e superiori. L’alternanza obbligatoria fra scuola lavoro è stata introdotta nel 2015.  Con una legge, ma senza risorse, senza organizzazione, sperando nell’iniziativa spontanea e volontaria di insegnanti e imprese. I corsi di prima formazione sono pochi e mal gestiti, questa funzione è praticamente delegata alle aziende. Il costo del lavoro per i contratti stabili resta fra i più alti del mondo. E’ anche per questo che la quota di studenti che riescono a trovare un impiego dopo la maturità o la laurea è inferiore al 50%.  E solo a un terzo di questi viene offerto un contrato stabile.

Si è così instaurato un circolo vizioso. I figli non trovano lavoro, la famiglia ammortizza, i giovani-figli si scoraggiano, le famiglie chiedono più ammortizzatori. Invece di adottare un coerente modello di gioventù, l’Italia ha messo la propria gioventù in trappola. Il governo si appresta a ridurre i contributi sociali per le aziende che assumeranno giovani. Una misura utile, per carità, ma del tutto insufficiente. Diventeremo il primo paese al mondo senza vita adulta autonoma: figli sussidiati dai genitori, con poco lavoro, fino alla pensione “di garanzia”, oggi chiesta a gran voce dai sindacati. Una battuta? Si, ma non troppo.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 10 ottobre 2017

 

 

 

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