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Welfare, le famiglie (e i giovani) invisibili

Sulle questioni di principio (come il matrimonio o le scelte riproduttive) il tema della famiglia suscita scontri ideologici da cappa e spada. Sul piano pratico è invece un non-tema, l’invisibile Cenerentola del welfare. L’Unione Europea colloca il modello d’intervento dell’Italia nel cosiddetto Gruppo 4 (su quattro: il più arretrato), insieme a Bulgaria, Estonia, Croazia, Grecia e Spagna. Nel Gruppo 1 sta la Scandinavia, con il Belgio e il Regno Unito. Questi paesi sono caratterizzati da una politica familiare “capacitante”, che aiuta i giovani a formare unioni autonome e stabili, a fare figli, a partecipare al mercato del lavoro e ad avere un reddito adeguato. Nel Gruppo 4 tutte queste cose sono difficili, per molte fasce sociali enormemente difficili. La UE definisce la politica familiare di questo insieme di paesi “limitata”. Sarebbe più appropriato chiamarla limitante. Le sue debolezze pesano infatti come un macigno sulle opportunità dei giovani, dei genitori e in particolare delle madri italiane.

Sul ritardo anagrafico con cui si comincia un’autonoma vita di coppia e sul tasso di fertilità stendiamo un velo pietoso. Una anomalia meno dibattuta riguarda il lavoro. Il 42% delle famiglie con figli è monoreddito: ad essere occupato è solo il padre. Nel Gruppo 1 la percentuale è sotto il 30%, la norma è il doppio reddito, con o senza part-time. Siccome anche in Italia sta crescendo il numero di working poor (occupati che pur lavorando restano in condizioni di indigenza) non possiamo certo stupirci se abbiamo il tasso di povertà minorile più alto della UE.

Nel modello “capacitante” lo stato assicura che la presenza dei figli non generi impoverimento. Gli assegni familiari sono universali e il fisco agevola, soprattutto se la madre lavora (in Italia il 25% delle madri lascia o perde il lavoro dopo la gravidanza). Per i redditi più bassi sono previsti crediti d’imposta: denaro che si aggiunge alla retribuzione. Le capacità non dipendono però solo dai soldi, ma anche dalla disponibilità di servizi, a cominciare dai nidi. Su questo fronte l’Italia ha fatto recentemente qualche progresso, ma unicamente al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno siamo addirittura fuori dal perimetro del Gruppo 4.

La conciliazione resta un dramma: lo confermano le lettere e i dibattiti pubblicati sul sito La 27ma ora. L’organizzazione del lavoro è troppo rigida, mancano i servizi (o costano troppo), i carichi domestici gravano ancora principalmente sulle donne: il 63% delle occupate dichiara di non ricevere nessun aiuto dal partner.

Per uscire dal modello limitante dobbiamo metterci a correre. Dopo un inizio promettente, il governo Renzi è tornato alla cattiva abitudine dei provvedimenti frammentati e temporanei: bonus, sconti, micro-agevolazioni, detrazioni. Senza una logica riconoscibile che non sia quella del consenso (con benefici, peraltro, tutti da verificare). Alle politiche capacitanti non si arriva improvvisando, mettendo e togliendo. Servono interventi coordinati sul fronte dei trasferimenti, del fisco, dei servizi, dei congedi parentali, dell’abitazione, dell’accesso al credito. E naturalmente occorrono risorse. Per la famiglia il nostro paese spende meno di 310 euro pro capite all’anno, la metà della media UE, un terzo rispetto a Francia e Germania (dati 2012). Per le pensioni di vecchiaia spendiamo invece più di 3700 euro, il valore più alto di tutta la UE, paesi scandinavi inclusi.

Il governo si è impegnato (anche con Bruxelles) a redigere un Piano nazionale contro la povertà. Il piatto forte dovrebbe essere l’introduzione di una misura nazionale di garanzia del reddito, pilastro fondamentale del modello capacitante. Sarebbe stato auspicabile concentrare su questo fronte le risorse “sociali” della Legge di Stabilità. Invece si è scelto di dare la priorità alle pensioni. Di nuovo un’occasione sprecata, l’ultima di una interminabile serie.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 ottobre 2016.

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Bonus di 500 euro per la cultura (ma serve davvero ai diciottenni?)

Un miliardo alla sicurezza ed uno alla cultura. Questo l’impegno finanziario annunciato da Renzi per “rispondere al terrore”. Che ci sia un nesso fra orgoglio nazionale e fermezza contro le minacce esterne, fra maturità civile e contrasto alla violenza è innegabile. Perché questo nesso produca risultati concreti occorre però scegliere gli strumenti giusti. Il Presidente del Consiglio ha parlato di riqualificazione delle periferie, di borse di studio per giovani meritevoli, di contributi alle associazioni culturali: e fin qui ci siamo. La quarta misura lascia invece perplessi.

Trecento milioni verranno destinati a un bonus di 500 euro per tutti i diciottenni, da spendere in attività culturali. Uno strumento sensato? Perché no, si potrebbe rispondere. L’interesse dei giovani italiani per musei, teatro, iniziative artistiche e sportive è in linea con gli standard europei. Ma un incentivo a migliorare è sempre utile, soprattutto se esiste davvero un legame fra cultura e sicurezza.

Il problema però che in Italia i dati medi nascondono sempre enormi disparità territoriali e sociali e ciò vale anche per le attività culturali. Dare 500 euro a tutti significa trattare in modo uguale giovani che si trovano in condizioni di partenza molto diseguali, violando il principio dell’eguaglianza di opportunità.

Nel Sud quasi un quarto dei minori non possono permettersi attività ricreative di tipo intellettuale o sportivo, di contro al 13% del Nord e al 9% del Centro. Le scuole non aiutano: nel nostro paese solo il 30% dei quindicenni frequenta istituti con programmi extra-curriculari. Sempre nel Mezzogiorno, il 16% dei minori vive in famiglie che hanno da zero a dieci libri: la metà di questi ragazzi ha scarsissime probabilità di raggiungere livelli minimi di competenze in matematica e in lettura, percentuale quasi doppia rispetto a chi vive in case con più di 25 libri (dati tratti da Save the Children). In Campania e Calabria un quindicenne su due fa regolarmente giochi d’azzardo, più del triplo rispetto al Veneto o al Trentino. Che dire poi dei 50 mila minori arrivati con i barconi negli ultimi quattro anni, più della metà non accompagnati? Se non investiamo su di loro, non solo sperperiamo i loro talenti, ma rischiamo di gettarli nelle braccia del fondamentalismo.

Il nostro Presidente del Consiglio sembra avere una predilezione per le misure “universali”: 80 euro a tutti, niente IMU per tutti, ora il bonus cultura a tutti i diciottenni. Sarà un approccio facile ed elettoralmente premiante, ma non è quello corretto rispetto agli scopi che si vogliono raggiungere. La consapevolezza della identità e del patrimonio italiano così come la maturità civile vanno infatti promosse innanzitutto fra coloro che hanno meno opportunità oggettive di formazione. La Legge di Stabilità prevede uno stanziamento di 130 milioni per il contrasto alla povertà educativa, con il contributo delle Fondazioni. Non sarebbe meglio incrementare queste risorse invece di disperderle a pioggia?

Se poi il governo vuole dare una risposta concreta, sul piano educativo, alle minacce terroristiche, esistono strategie più mirate, peraltro discusse pochi giorni a Bruxelles fa dai Ministri della pubblica istruzione. Si tratta di misure volte a rafforzare la capacità delle scuole, degli insegnanti, delle associazioni e degli operatori culturali in genere al fine di prevenire la radicalizzazione dei giovani, la diffusione di comportamenti e mentalità troppo indulgenti nei confronti della violenza. L’Unione europea ha istituito una rete per la “sensibilizzazione contro l’estremismo” (RAN), che illustra le moltissime iniziative già in corso nei vari paesi per promuovere i valori della tolleranza. I dati del RAN segnalano che il nostro paese sta facendo ben poco in questa direzione. Eppure anche questa è politica culturale contro “il terrore”. Forse, anzi, è quella da cui converrebbe partire, con un po’ di inventiva e molta lungimiranza.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 26 novembre 2015

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