Archivi del mese: aprile 2018

A Bruxelles avranno sentito la campana?

La reazione negativa dei “perdenti”  all’apertura economica e ai flussi migratori era una tempesta annunciata. Anzi, quasi perfetta. Gli esperti dicevano che ci sarebbero stati benefici per tutti, che la globalizzazione sarebbe stata un gioco a somma positiva. Si sbagliavano? No, ma solo se si ragiona in termini aggregati. Nessuna ricerca empirica ha dimostrato che il commercio internazionale e i flussi migratori abbiano prodotto danni a questo o quel paese, considerato nel suo complesso. Il fatto è, però, che costi e benefici si distribuiscono in maniera diversa fra categorie occupazionali e aree geografiche. Se dal livello macro passiamo a quello micro, i dati segnalano che, in effetti, ci sono stati vincenti e perdenti. L’integrazione europea ha “aperto”, ma ha lasciato ai sistemi nazionali di welfare l’onere di assorbire gli choc. Nei paesi ad alto debito/deficit, i margini di manovra fiscale sono stati pesantemente ristretti, aggravando il problema. Durante la crisi, Bruxelles ha agito come “scaricabarile”. La libertà di movimento ha creato sacche di svantaggio, la disciplina fiscale ha chiuso i rubinetti della spesa, i perdenti hanno diretto la loro frustrazione e il loro rancore  verso la UE, dando il voto ai partiti euro-scettici. Non era difficile prevederlo e forse si poteva anche prevenirlo. Ma così non è stato. L’Europa “matrigna” è diventata il capro espiatorio contro cui scagliarsi.

Si può spezzare questo circolo vizioso?  Si, ma solo a patto che la UE si faccia carico dei problemi da essa stessa creati.  Esistono già un Fondo per l’adeguamento alla globalizzazione, un Fondo di aiuto alle persone bisognose, un Fondo sociale per sostenere i territori. Ma sono noccioline. L’Italia ha proposto di istituire un Fondo europeo contro la disoccupazione ciclica, ha chiesto di fare i primi passi verso la mutualizzazione di qualche rischio comune. Voci inascoltate. Nel suo discorso alla Sorbona dello scorso autunno, Macron ha auspicato una Unione europea “che protegga”. Deve iniziare a protegger subito, sennò cesserà ben presto di essere una Unione.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 9 aprile 2018

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Il non voto delle donne e degli elettori smarriti

Dalle elezioni del cinque marzo è emerso un non-partito di cui nessuno parla:  il popolo degli astenuti. I voti non espressi sono stati quasi undici milioni e mezzo, un quarto del totale. Si tratta di una percentuale non insolita nelle democrazie contemporanee, che conferma una tendenza in atto da tempo anche in Italia. Il fenomeno resta tuttavia in sé preoccupante.

Chi non vota (o vota scheda bianca) può essere deluso, arrabbiato, disinteressato, semplicemente indeciso. Forse la definizione più ampia per caratterizzare questo gruppo eterogeneo è  quella di elettori “smarriti”: disorientati e (auto)-esclusi dai circuiti della partecipazione.  Per i partiti e i loro leader, il silenzio degli   “smarriti” dovrebbe essere un segale assordante, sintomo della loro incapacità di ascoltare, proporre,  rispondere. E soprattutto uno stimolo a riflettere e a capire.

Chi  sono gli smarriti?  E’ possibile tratteggiarne il profilo? Provo a farlo utilizzando i dati di un’inchiesta che ha sondato un campione di elettori poche settimane prima del voto (Pastel208), intercettando chi era indeciso e/o intendeva non votare.  Il fatto più singolare è che due terzi degli smarriti sono donne: più che nelle elezioni passate e più che negli altri paesi UE.  Come possiamo spiegarlo?

A pensarci bene  il fenomeno è meno sorprendente di quanto appaia.  La crisi ha colpito duro la società italiana, che sta insieme grazie alla famiglia e in particolare a madri, mogli, nuore, figlie.  Su questo fronte,  a dispetto della retorica si è fatto davvero poco. Per usare un eufemismo, diciamo che la  dimensione di genere non è stata proprio al centro delle preoccupazioni di chi ha gestito il risanamento e le riforme strutturali negli ultimi dieci anni.

Più della metà delle elettrici smarrite sono occupate. Svolgono prevalentemente attività impiegatizie. Nel privato, lavorano perlopiù in piccole o micro-imprese, con contratti precari. Sono dunque insicure e vulnerabili. Nel pubblico, sono soprattutto insegnanti.  In questo caso, lo smarrimento è probabilmente  dovuto alla cosiddetta “Buona Scuola”: una riforma bene intenzionatai, però comunicata male e attuata ancora peggio.

Un gruppo consistente di smarrite è costituito da casalinghe. Se avessero votato compatte, il loro “partito” avrebbe superato la soglia del 3%.  Sappiamo che all’interno di questa grande platea vi sono molte donne che vorrebbero lavorare, ma non possono o non riescono. Nell’area di residenza (pensiamo al Sud) non ci sono opportunità di impego,  oppure il carico di cura all’interno della famiglia rende il lavoro impossibile in assenza di servizi pubblici. Fra le madri,  la percentuale di smarrite è quasi doppia rispetto ai padri. Scoraggiamento, delusione, frustrazione – e anche rabbia – sono atteggiamenti comprensibili: se non cambia nulla, a che pro votare?

La situazione di svantaggio di questi sette milioni di donne si riflette chiaramente nelle preoccupazioni che esse esprimono. Molti dei temi che hanno dominato la campagna elettorale (tasse, debito, euro, immigrazione) hanno bassissima salienza per queste elettrici. Nella misura in cui la percepiscono, l’Unione europea è vista con favore. I problemi che angustiano le smarrite sono soprattutto la disoccupazione (e in questo sono uguali agli smarriti maschi) e il welfare: sanità, pensioni, lotta alla povertà. Il loro timore è che si indeboliscono o spariscano le (poche) ancore di sicurezza economica e sociale. Un dato significativo riguarda la corruzione, denunciata molto più dalle donne che dagli uomini.

Per definizione non è facile capire qual è l’orientamento politico delle donne smarrite. Quasi la metà di loro rifiuta di collocarsi sull’asse destra-sinistra. Fra chi accetta di farlo,  la maggioranza relativa opta tuttavia per il centro (35%), seguito dalla sinistra (30%) e dalla destra (21%).  Non sappiamo quanti degli smarriti rilevati dal sondaggio (il 30% circa del campione) si siano poi effettivamente astenuti il cinque di marzo.  Probabilmente una parte di loro ha votato, visto che i voti non espressi sono stati “solo” il 25%.  Con questi ordini di grandezza, il profilo che ho appena tratteggiato rimane più che plausibile nelle sue grandi linee.

I ragionamento contro-fattuali sono sempre scivolosi. Ma è naturale chiedersi se le cose avrebbero potuto andare diversamente. Io credo di sì, se solo i governi di centro-sinistra non avessero trascurato quella agenda donne che si era faticosamente fatta strada, anche grazie a questo giornale, prima della crisi.  Le elettrici smarrite non si sono lasciate sedurre dalle sirene anti-sistema. Non sono fuggite nei famosi “boschi” della sinistra dura e pura. Sono rimaste a casa loro, ad accudire figli e anziani, a conciliare il desiderio e l’esigenza di reddito con  la dura realtà della disoccupazione, dei contratti precari, dell’assenza di servizi. Avrebbero forse appoggiato proposte direttamente collegate ai loro problemi quotidiani. Un programma concreto di miglioramento del welfare, europeista, moderato, credibile sotto il profilo della lotta alla corruzione e della criminalità. I leader facciano un esame di coscienza: nessuno di loro ha fatto abbastanza.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 6 aprile 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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