Archivi del mese: aprile 2018

Macron spinge (Roma tace)

Maurizio Ferrera

Nel suo bel discorso al Parlamento europeo, Emmanuel Macron ha cercato di sparigliare il dibattito sulla sovranità, oggi monopolizzato dalle destre populiste. Il presidente ha riconosciuto che la sovranità è condizione necessaria per conciliare sicurezza e progresso. Ma ha precisato che l’unica forma di sovranità possibile è oggi quella condivisa fra i popoli europei. Macron è andato al di là dell’immagine di una Uè come casa comune. Ha proposto quella di un «tesoro»: costruito assieme, fatto di cultura e istituzioni, rispetto per la libertà e attenzione alla solidarietà. Se questo tesoro è oggi in pericolo, non è colpa dei cittadini, ma di quei leader che coltivano l’«illusione mortifera» di un ripiegamento nazionalistico vero il passato. Macron ha anche delineato l’agenda dei temi su cui è indispensabile lavorare nell’ultimo anno che ci separa dal rinnovo del Parlamento europeo. Immigrazione, risorse proprie e bilancio dell’Unione, riforma dell’Eurozona, sicurezza e difesa comune.

Macron ha lanciato due guanti di sfida: alla «coalizione dei creditori del Nord», guidata dall’Olanda, ostile a qualsiasi passo in avanti. E agli egoisti dell’Est, soprattutto Polonia e Ungheria. Ad ascoltarlo c’era l’elefante della Germania. Che ha applaudito in alcuni passaggi (quelli più generali e di principio), ma ha mantenuto un silenzio assordante quando Macron ha parlato di euro, solidarietà, unione bancaria, bilancio Uè per la stabilizzazione anti-ciclica. E l’Italia? A cinquanta giorni dal voto non solo manca un governo (ma questo è successo anche in altri paesi), ma nessuno ha idea di che cosa vogliano in (e dall’) Europa la Lega e i Cinque Stelle. Peggio: l’impressione è che non ci sia nessuna idea, che Di Maio e Salvini aspettino di sedersi in poltrona prima di aprire i dossier menzionati da Macron, di cui ora non sanno pressoché nulla. Da Monti in poi, avevamo dato l’impressione di essere diventati una democrazia (in qualche modo) governante. Dal cinque marzo, siamo invece miseramente tornati ad essere una democrazia impotente.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 23 Aprile 2018

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La presunzione degli economisti

Maurizio Ferrera

Per l’opinione pubblica i fatti che contano sono quelli che accadono nel proprio mondo quotidiano, l’unico di cui si ha esperienza immediata. Le scienze sociali non hanno rilevanza diretta sulle persone, come accade ad esempio per la medicina. I dati statistici sono come i polli di Trilussa: riassumono tendenze, ma non rappresentano nessuno in particolare. Ai cittadini comuni le teorie degli esperti suonano come semplici opinioni. Chi naviga in internet e usa i social media trova tutto e il contrario di tutto. Perché le cose dovrebbero stare come dicono «loro»: economisti, politologi, statistici, sociologi?

A livello di élite, distanze e sospetti tendono ad attenuarsi. Nell’era della globalizzazione, dei social media e della politica spettacolo, tuttavia, chi governa è stretto fra due fuochi. I problemi da affrontare diventano sempre più difficili, gli elettori sempre più ondivaghi e diffidenti. Per chi sta all’opposizione e cerca facili consensi, attaccare il governo è un gioco da ragazzi: basta selezionare o manipolare le informazioni e screditare in poche frasi questa o quella «riforma». Poiché in democrazia il potere di decidere spetta a chi ha più voti, anche i partiti e i leader più responsabili finiscono per rispondere con la stessa moneta (pensiamo al dibattito sulla Brexit).

La perdita di credito e reputazione riguarda in particolare l’economia. Si tratta della disciplina più sviluppata e rigorosa; si occupa di problemi scottanti come il lavoro, la crescita, le tasse, le pensioni. Gli economisti si presentano come cultori di una scienza quasi esatta, basata su modelli matematici, capace di formulare previsioni e prescrizioni. Grazie a questi e altri fattori, l’economia è la scienza sociale oggi più ascoltata dai decisori politici. La visibilità e la prossimità al potere sono però armi a doppio taglio. Consentono di influire, di «fare la differenza»; al tempo stesso attraggono il biasimo quando le cose non vanno per il verso giusto.

Nell’ultimo decennio, la crisi finanziaria e la grande recessione hanno spinto la scienza economica sul banco degli imputati, n principale capo d’accusa è stato candidamente formulato dalla regina Elisabetta n in visita alla London School of Economics nel novembre 2008: professori, perché non avete previsto la crisi? Ne è nato un acceso dibattito, che ha scosso l’intera economia nella sua dimensione accademica e professionale.

Le critiche principali sono tre. La prima è rivolta contro il cosiddetto «pensiero unico», la fede nel mercato e nelle sue capacità di autoregolazione. Secondo i suoi detrattori, il paradigma neoclassico ha sacrificato il realismo (la comprensione approfondita dei fenomeni) sull’altare della «stilizzazione»-analitica e del ragionamento formalizzato. I suoi modelli avrebbero fallito nel prevedere la crisi e nel suggerire come gestirla. A metà degli anni Duemila, il premio Nobel Robert Lucas dichiarava che «la questione centrale di come prevenire le depressioni economiche è stata risolta». Ancora nel 2008 un altro Nobel, Thomas Sargent, sosteneva che investitori e consumatori stavano sovrastimando la probabilità di una depressione, mentre Olivier Blanchard (capo economista del Fondo monetario internazionale) assicurava, in base a modelli matematici, che le condizioni dell’economia erano solide. La sua organizzazione sposò inizialmente la teoria dell’«austerità espansiva», salvo poi riconoscere pochi anni dopo che i tagli di spesa e gli aumenti delle tasse avevano procurato molti più danni di quanto gli economisti avessero immaginato. In Europa, la teoria dell’ordoliberalismo tedesco (pensiamo a Hans Werner Sinn) ha modellato sino ai dettagli le riforme della governance monetaria e macro-economica dell’Eurozona, provocando danni oggi ampiamente riconosciuti anche dagli economisti più ortodossi.

La seconda critica è invece rivolta all’eccesso di potere (diretto e indiretto) conquistato dagli economisti di professione. Le democrazie contemporanee starebbero diventando vere «econocrazie»: sistemi in cui la prospettiva e le raccomandazioni degli economisti hanno assunto una rilevanza sproporzionata rispettò all’effettivo stato delle loro conoscenze, con implicazioni potenzialmente negative sulle condizioni di vita dei cittadini e sul funzionamento della stessa democrazia.

La terza critica riguarda i valori. La scienza economica si considera una disciplina tecnica, neutrale sul piano etico. In realtà — questa è la critica — non è così. Gli assunti di ogni scienza sociale sono carichi di normatività, conducono indirettamente a certi esiti distributivi rispetto ad altri. Può darsi che, come sostenuto da Lucas, «occuparsi di questioni distributive sia una delle tentazioni più dannose e velenose per chi vuol fare buona analisi economica». L’unico modo per resistere a questa tentazione è però nascondere il problema sotto il tappeto. Nel mondo reale le questioni distributive (dunque il tema delle diseguaglianze) sono ineludibili e sollevano delicate tensioni fra diverse opzioni di valore.

Le critiche degli «econoscettici» hanno dato origine a varie iniziative contro l’economia mainstream (si veda la scheda). Quesf ultima è presto passata al contrattacco, n libro di Pierre Cahuc e André Zylberberg Contro il negazionismo (Università Bocconi Editore) risponde in modo efficace ai tre capi d’accusa, n supposto «pensiero unico» neoliberista è una caricatura: nella disciplina esiste una pluralità di visioni ed approcci. Peraltro nella scienza economica è in atto una rivoluzione sperimentale, che promette di rafforzare sia il «realismo» rispetto ai fatti sia le capacità predittive. È vero che gli economisti sono spesso chiamati in causa dai politici per orientare le loro scelte. Ma le loro raccomandazioni sono sempre probabilistiche e contingenti: se fai A e il contesto è B, allora probabilmente succede C. Come bene osserva Guido Tabellini nella sua introduzione al libro, per i cittadini è difficile cogliere queste (pur fondamentali) sfumature, mentre politici e interessi organizzati spesso le sfruttano a fini di parte.

Quanto all’avalutatività, Cahuc e Zylberberg rispondono con il richiamo a Max Weber. Chi fa ricerca scientifica deve rispettare il principio della neutralità rispetto ai valori e limitarsi a comprendere e spiegare i fatti. Al di fuori della sfera scientifica, ciascuno è libero di impegnarsi nel confronto politico. Ma non può farlo delegittimando l’oggettività scientifica in quanto tale. Molti esponenti della cosiddetta economia eterodossa, specie quella a indirizzo militante, utilizzano invece proprio questa strategia «negazionista». E costruiscono il fantoccio polemico di un paradigma mainstream ammantato di scientismo, ma in realtà asservito alla finanza.

Avendo in mente il contesto francese, forse Cahuc e Zylberberg esagerano un po’ sia sulla minaccia del negazionismo da parte degli eterodossi sia sul pluralismo interno alla comunità degli ortodossi. E va riconosciuto che alcuni di questi ultimi a volte cedono davvero alla tentazione di «far valere il principio di autorità scientifica anche quando non vi sono conoscenze consolidate» (per citare, di nuovo, Tabellini). Non sono da sottovalutare poi le derive econocratiche di alcune istituzioni sovranazionali (come la stessa Commissione europea). Qui la colpa non è dell’economia come disciplina, ma di quelli che Weber chiamava i «sacerdoti della scienza»: i puntigliosi custodi di saperi codificati, eretti a verità metafisiche, da applicare senza se e senza ma. Ogni scienza ha i propri sacerdoti. Ma se in una data istituzione (come il Fmi o la Commissione europea) i funzionari con formazione mainstream sono i due terzi di tutti i dipendenti, è ovvio però che il problema sia percepito, appunto, in termini di econocrazia.

Andrew Haldane, capo economista della Bank of England e considerato da «Time» fra gli economisti più influenti, ha pronunciato parole molto sagge su questo. Se la conoscenza degli esperti viene disconosciuta, sarà l’intera società a soffrirne. Per evitarlo, occorre però più umiltà da parte degli esperti di economia e una loro maggiore disponibilità ad ascoltare i cittadini e i loro rappresentanti nonché a parlare con loro in modo accessibile. Più in generale, gli economisti dovrebbero essere più aperti verso altre discipline sociali, comprese quelle che si occupano (con metodi oggettivi) di valori. Le scienze «dello spirito», diceva Weber, non devono prescrivere, ma possono chiarire i significati e la relazione (a volte contraddittoria) fra diversi valori: eguaglianza e libertà, democrazia e competenza tecnica, e così via.

Nella denuncia di Cahuc e Zylberberg vi è un punto allarmante, che riguarda tutti. Il negazionismo scientifico sta travalicando i confini della sfera intellettuale per entrare a testa bassa in politica. Nel dibattito pubblico attecchisce l’idea che i giudizi di fatto siano irrilevanti, che «tutto vada bene»: uno vale uno, esistono solo opinioni. La politica degenera così in un mero gioco fra poteri, in cui vince chi grida di più, chi sa parlare meglio, chi controlla l’informazione, chi cavalca le emozioni. Nessuna democrazia è immune da questi rischi: lo vediamo nell’America di Trump. Ma, considerando le propensioni ideologiche della cultura italiana, la sua refrattarietà a quello che Giovanni Sartori chiamava «pacato sapere empirico», il nostro Paese è particolarmente vulnerabile. Sappiamo che quando smarrisce la bussola della verità e dell’etica delle conseguenze, la politica diventa irresponsabile. Prima o poi lo scontro con la realtà sarà inevitabile. Nel frattempo, però, chi detiene il potere o lotta per conquistarlo può fare danni incalcolabili.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 22 Aprile 2018

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A Bruxelles avranno sentito la campana?

La reazione negativa dei “perdenti”  all’apertura economica e ai flussi migratori era una tempesta annunciata. Anzi, quasi perfetta. Gli esperti dicevano che ci sarebbero stati benefici per tutti, che la globalizzazione sarebbe stata un gioco a somma positiva. Si sbagliavano? No, ma solo se si ragiona in termini aggregati. Nessuna ricerca empirica ha dimostrato che il commercio internazionale e i flussi migratori abbiano prodotto danni a questo o quel paese, considerato nel suo complesso. Il fatto è, però, che costi e benefici si distribuiscono in maniera diversa fra categorie occupazionali e aree geografiche. Se dal livello macro passiamo a quello micro, i dati segnalano che, in effetti, ci sono stati vincenti e perdenti. L’integrazione europea ha “aperto”, ma ha lasciato ai sistemi nazionali di welfare l’onere di assorbire gli choc. Nei paesi ad alto debito/deficit, i margini di manovra fiscale sono stati pesantemente ristretti, aggravando il problema. Durante la crisi, Bruxelles ha agito come “scaricabarile”. La libertà di movimento ha creato sacche di svantaggio, la disciplina fiscale ha chiuso i rubinetti della spesa, i perdenti hanno diretto la loro frustrazione e il loro rancore  verso la UE, dando il voto ai partiti euro-scettici. Non era difficile prevederlo e forse si poteva anche prevenirlo. Ma così non è stato. L’Europa “matrigna” è diventata il capro espiatorio contro cui scagliarsi.

Si può spezzare questo circolo vizioso?  Si, ma solo a patto che la UE si faccia carico dei problemi da essa stessa creati.  Esistono già un Fondo per l’adeguamento alla globalizzazione, un Fondo di aiuto alle persone bisognose, un Fondo sociale per sostenere i territori. Ma sono noccioline. L’Italia ha proposto di istituire un Fondo europeo contro la disoccupazione ciclica, ha chiesto di fare i primi passi verso la mutualizzazione di qualche rischio comune. Voci inascoltate. Nel suo discorso alla Sorbona dello scorso autunno, Macron ha auspicato una Unione europea “che protegga”. Deve iniziare a protegger subito, sennò cesserà ben presto di essere una Unione.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 9 aprile 2018

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Il non voto delle donne e degli elettori smarriti

Dalle elezioni del cinque marzo è emerso un non-partito di cui nessuno parla:  il popolo degli astenuti. I voti non espressi sono stati quasi undici milioni e mezzo, un quarto del totale. Si tratta di una percentuale non insolita nelle democrazie contemporanee, che conferma una tendenza in atto da tempo anche in Italia. Il fenomeno resta tuttavia in sé preoccupante.

Chi non vota (o vota scheda bianca) può essere deluso, arrabbiato, disinteressato, semplicemente indeciso. Forse la definizione più ampia per caratterizzare questo gruppo eterogeneo è  quella di elettori “smarriti”: disorientati e (auto)-esclusi dai circuiti della partecipazione.  Per i partiti e i loro leader, il silenzio degli   “smarriti” dovrebbe essere un segale assordante, sintomo della loro incapacità di ascoltare, proporre,  rispondere. E soprattutto uno stimolo a riflettere e a capire.

Chi  sono gli smarriti?  E’ possibile tratteggiarne il profilo? Provo a farlo utilizzando i dati di un’inchiesta che ha sondato un campione di elettori poche settimane prima del voto (Pastel208), intercettando chi era indeciso e/o intendeva non votare.  Il fatto più singolare è che due terzi degli smarriti sono donne: più che nelle elezioni passate e più che negli altri paesi UE.  Come possiamo spiegarlo?

A pensarci bene  il fenomeno è meno sorprendente di quanto appaia.  La crisi ha colpito duro la società italiana, che sta insieme grazie alla famiglia e in particolare a madri, mogli, nuore, figlie.  Su questo fronte,  a dispetto della retorica si è fatto davvero poco. Per usare un eufemismo, diciamo che la  dimensione di genere non è stata proprio al centro delle preoccupazioni di chi ha gestito il risanamento e le riforme strutturali negli ultimi dieci anni.

Più della metà delle elettrici smarrite sono occupate. Svolgono prevalentemente attività impiegatizie. Nel privato, lavorano perlopiù in piccole o micro-imprese, con contratti precari. Sono dunque insicure e vulnerabili. Nel pubblico, sono soprattutto insegnanti.  In questo caso, lo smarrimento è probabilmente  dovuto alla cosiddetta “Buona Scuola”: una riforma bene intenzionatai, però comunicata male e attuata ancora peggio.

Un gruppo consistente di smarrite è costituito da casalinghe. Se avessero votato compatte, il loro “partito” avrebbe superato la soglia del 3%.  Sappiamo che all’interno di questa grande platea vi sono molte donne che vorrebbero lavorare, ma non possono o non riescono. Nell’area di residenza (pensiamo al Sud) non ci sono opportunità di impego,  oppure il carico di cura all’interno della famiglia rende il lavoro impossibile in assenza di servizi pubblici. Fra le madri,  la percentuale di smarrite è quasi doppia rispetto ai padri. Scoraggiamento, delusione, frustrazione – e anche rabbia – sono atteggiamenti comprensibili: se non cambia nulla, a che pro votare?

La situazione di svantaggio di questi sette milioni di donne si riflette chiaramente nelle preoccupazioni che esse esprimono. Molti dei temi che hanno dominato la campagna elettorale (tasse, debito, euro, immigrazione) hanno bassissima salienza per queste elettrici. Nella misura in cui la percepiscono, l’Unione europea è vista con favore. I problemi che angustiano le smarrite sono soprattutto la disoccupazione (e in questo sono uguali agli smarriti maschi) e il welfare: sanità, pensioni, lotta alla povertà. Il loro timore è che si indeboliscono o spariscano le (poche) ancore di sicurezza economica e sociale. Un dato significativo riguarda la corruzione, denunciata molto più dalle donne che dagli uomini.

Per definizione non è facile capire qual è l’orientamento politico delle donne smarrite. Quasi la metà di loro rifiuta di collocarsi sull’asse destra-sinistra. Fra chi accetta di farlo,  la maggioranza relativa opta tuttavia per il centro (35%), seguito dalla sinistra (30%) e dalla destra (21%).  Non sappiamo quanti degli smarriti rilevati dal sondaggio (il 30% circa del campione) si siano poi effettivamente astenuti il cinque di marzo.  Probabilmente una parte di loro ha votato, visto che i voti non espressi sono stati “solo” il 25%.  Con questi ordini di grandezza, il profilo che ho appena tratteggiato rimane più che plausibile nelle sue grandi linee.

I ragionamento contro-fattuali sono sempre scivolosi. Ma è naturale chiedersi se le cose avrebbero potuto andare diversamente. Io credo di sì, se solo i governi di centro-sinistra non avessero trascurato quella agenda donne che si era faticosamente fatta strada, anche grazie a questo giornale, prima della crisi.  Le elettrici smarrite non si sono lasciate sedurre dalle sirene anti-sistema. Non sono fuggite nei famosi “boschi” della sinistra dura e pura. Sono rimaste a casa loro, ad accudire figli e anziani, a conciliare il desiderio e l’esigenza di reddito con  la dura realtà della disoccupazione, dei contratti precari, dell’assenza di servizi. Avrebbero forse appoggiato proposte direttamente collegate ai loro problemi quotidiani. Un programma concreto di miglioramento del welfare, europeista, moderato, credibile sotto il profilo della lotta alla corruzione e della criminalità. I leader facciano un esame di coscienza: nessuno di loro ha fatto abbastanza.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 6 aprile 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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