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Perché non ci conviene uscire dalla moneta unica

Un’eventuale Italexit non ci darebbe alcun vantaggio Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’eurozona più congeniale alle nostre sfide

 

Intervistato ieri da Federico Fubini su questo giornale, un autorevole economista tedesco, Michael Fuest, ha evocato senza mezzi termini la possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro. Lo scenario è ormai apertamente discusso in Germania, e non solo nei circoli accademici.

L’ipotesi di una “Italexit” viene presentata in due varianti. La prima è “benevola”: dovete uscire perché vi conviene. Con una svalutazione esterna la vostra economia si aggiusterebbe rapidamente e non dovreste più fare i sacrifici legati alle riforme strutturali. La seconda variante è invece più “malevola”. Dovete uscire perché conviene a noi, cioé alla Germania. Il vostro debito pubblico è un rischio sistemico per tutta la zona euro, potremmo essere chiamati a prestarvi dei soldi per evitare la bancarotta. Siete un paese “unwilling to reform” (come ha scritto l’Economist): indisponibile alle riforme. E per giunta vi ritrovate con forze politiche anti-europee e inaffidabili come i Cinque Stelle e la Lega Nord.

Di fronte a valutazioni e raccomandazioni come queste non possiamo più fare finta di niente. E’ meglio discuterle apertamente, a ragion veduta e non a fini di opportunismo elettorale. Dunque: una  eventuale Italexit ci converrebbe oppure no? Per rispondere occorre considerare almeno tre aspetti.

Il primo riguarda il declino economico italiano dell’ultimo quindicennio e le sue cause. I vincoli dell’Unione economica e monetaria hanno ristretto i margini di manovra del governo, di imprese e sindacati: questo è innegabile. Il ristagno della produttività, gli alti costi del lavoro, i bassi investimenti esteri, l’inefficienza della pubblica amministrazione e di molti servizi privati, la criminalità organizzata: tutte queste debolezze del modello italiano (e si tratta solo di esempi, la lista è lunga) hanno radici profonde. L’euro ha amplificato i problemi, certo non li ha creati. Se tornassimo alla lira ce li ritroveremmo tali e quali. Una grande svalutazione potrebbe ridarci fiato per un po’. Ma come accadeva negli anni Settanta e Ottanta, l’affanno poi tornerebbe e a soffrirne sarebbero soprattutto i lavoratori.

Il secondo aspetto ha a che fare con la UE e in particolare con governance dell’Eurozona. Durante la crisi finanziaria, il Patto di Stabilità e Crescita è stato reso molto più rigido, introducendo una disciplina fiscale chiaramente “punitiva”. Sarebbe esagerato dire che la riforma sia stata fatta da e per la Germania. Ma le nuove regole non tengono conto delle asimmetrie fra paesi, amplificano la visibilità dei danni (reali o eventuali) che i paesi del Sud possono procurare ai paesi del Nord, mentre offuscano i danni che i secondi procurano ai primi. E sicuramente non facilitano il recupero di crescita e occupazione delle economie periferiche. Quando ci consigliano di abbandonare la moneta comune, gli amici tedeschi assumono che l’euro continui a funzionare con le regole attuali. E che il nostro paese non riesca, non possa, non debba sforzarsi di cambiarle. O si fa come vuole Schäuble, oppure si fa come vuole Schäuble: secundum non datur.

Il terzo aspetto è il più preoccupante. Chi ipotizza l’Italexit pensa a un percorso negoziato e ordinato. Ma si tratta di uno scenario plausibile? Come reagirebbero i mercati al solo accenno di un negoziato? Altro che ordine. La finanza internazionale si butterebbe a capofitto nella mischia per speculare e razziare. E’ difficile fare stime, ma non si tratterebbe certo di una passeggiata. Di quanto saremmo costretti a svalutare, quanto salirebbe l’inflazione, come farebbero i debitori italiani (compresi i privati) a onorare i loro debiti in euro? Le crisi valutarie e le ristrutturazioni dei debiti hanno effetti imprevedibili, quasi sempre più disastrosi di quelli immaginati. E soprattutto danno origine a forti redistribuzioni di reddito a svantaggio dei più deboli.

In sintesi, uscire dalla moneta unica non ci conviene affatto. Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, più poveri, più soli, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’Eurozona più congeniale alle nostre sfide. E soprattutto continuiamo a rinnovarci, dimostrando a Cassandre e Soloni che siamo “willing to reform”. Senza bisogno di umilianti (e spesso interessati) richiami da parte di Bruxelles o della Germania.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 16 dicembre 2016

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