Archivi del mese: dicembre 2016

Olanda, il boomerang identitario

Maurizio Ferrera

Non è fotogenico come Marine Le Pen, ma la sua folta chioma ossigenata lo rende altrettanto riconoscibile. Si tratta di Geert Wilders, la nuova star della politica olandese e presto, forse, europea, n suo Partito della Libertà è infatti in cima ai sondaggi per le elezioni che si terranno il 15 marzo. L’Olanda può diventare il primo Paese con un leader dichiaratamente euroscettico e xenofobo. Nel programma di Wilders figurano un referendum sulla Nexit (l’uscita dei Paesi Bassi, Netherlands, dall’Ue), l’espulsione dei clandestini, la chiusura di tutte le moschee e i circoli islamici. Sarebbe un vero terremoto politico.

Per la verità, Wilders era già entrato nell’area di governo dopo il successo elettorale del 2012. Appoggiò la coalizione fra i liberali e il premier democristiano Mark Rutte. Un anno dopo si rifiutò di firmare un accordo sulle riforme economiche, costringendo il Paese alle elezioni anticipate. Da allora, Wilders ha molto accentuato i tratti xenofobi. Nel 2014 chiese pubblicamente a un gruppo di sostenitori se volessero «meno Europa» e soprattutto «meno marocchini». La folla esultò e Wilders rispose: «Ce ne stiamo già occupando». Per quella frase è stato poi condannato per odio razziale e incitamento alla discriminazione. Non è però escluso che la vicenda finisca per avvantaggiarlo in termini di consenso.

Come è potuto succedere tutto questo in una nazione aperta e civile come l’Olanda, culla del liberalismo europeo? Nel Rinascimento, Erasmo da Rotterdam fu tra i primi a predicare la tolleranza religiosa, a esortare al rispetto della dignità umana, a raccomandare la concordia e la pace attraverso l’uso sapiente della ragione. Nella sua polemica con Lutero, difese strenuamente il libero arbitrio. Quando le «Sette Province» olandesi si ribellarono alla corona spagnola, nel 1566, la loro Costituzione fu la prima a ispirarsi all’idea di un contratto fra sudditi e autorità politica, per evitare la tirannia. L’Olanda divenne un faro per tutti i perseguitati, uno spazio di libertà che attrasse anabattisti, sociniani, ugonotti, ebrei, scienziati e studiosi in odore di eresia. Fra i rifugiati di maggior spicco vi fu Baruch Spinoza, che propugnava la libertà di pensiero e sfidò la comunità ebraica di Amsterdam con un attacco scettico all’autorità delle Scritture e della gerarchia religiosa.

Sul piano più strettamente politico, la cultura liberale olandese ha elaborato dottrine straordinarie sulla conciliazione fra pluralismo, libertà e democrazia, su come «accomodare» interessi e visioni diverse del mondo in modo pacifico. Nella seconda metà del secolo scorso, i Paesi Bassi divennero un modello virtuoso di «consociativismo». Ossia un insieme di pratiche e istituzioni basate sul reciproco riconoscimento e sull’autonomia fra i diversi «pilastri» (zuilerì) della società olandese: cattolici, protestanti (calvinisti e luterani), laici e socialisti. Sulla scia della crescente immigrazione, questo modello si è poi evoluto in un multiculturalismo «politicamente corretto». Dagli anni Ottanta in avanti, il liberalismo olandese ha dato vita a una nuova generazione di diritti civili: aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, liberalizzazione controllata di hashish e marijuana.

Poi, al volgere del secolo e quasi improvvisamente, la svolta: intolleranza crescente, xenofobia, nazionalismo identitario. Si sono affermate alcune formazioni di estrema destra, come quella di Pym Fortuyn, assassinato nel 2002. E sono rapidamente cresciute le tensioni etnico-religiose. Da un lato è montata la critica all’islam, dall’altro il risentimento della minoranza musulmana. Nel 2004 uscì un documentario sull’oppressione delle donne nei Paesi islamici. La sceneggiatura era di Ayaan Hirsi Ali, politica e scrittrice somala naturalizzata olandese; la regia era del noto regista Theo van Gogh. Quest’ultimo venne ucciso per strada da un marocchino, nel nome di Allah. Hirsi Ali è stata costretta a fuggire negli Stati Uniti per ragioni di sicurezza. Le tensioni e i conflitti, anche violenti, hanno infettato le periferie di Amsterdam e Rotterdam, pervadendo gradualmente l’intera società olandese. Nel 2007 vi fu un attentato al corteo reale (7 morti) durante il «giorno della regina», festività nazionale di alta valenza simbolica. Poi, nel 2014, l’abbattimento del volo AmsterdamKuala Lumpur nei cieli ucraini. Si è trattato di un «11 settembre» olandese, con quasi 300 morti.

Una serie di eventi tragici, dunque. Ma anche, e soprattutto, il fallimento di un modello politico. Quello che lo storico Mark Lilla ha recentemente definito «liberalismo identitario», ossia l’idea che tutte le diversità vadano difese, protette, persino «celebrate» come forme di arricchimento collettivo. Un nobile principio di tolleranza, incondizionata e irenica. Ma una pessima ricetta per la democrazia del mondo reale, intrisa di passioni e quasi sempre refrattaria alla pedagogia morale da parte degli intellettuali cosmopoliti. L’Olanda non è l’America (dove il liberalismo identitario è andato ben oltre i livelli europei), ha un sistema istituzionale ancora orientato in direzione consensuale piuttosto che maggioritaria. E Wilders non è Trump: non è ricco, viene dalla gavetta burocraticoparlamentare. Tuttavia, se dovesse vincere, l’Olanda cambierebbe profondamente. E invece di limitarsi a far girare i mulini, il suo vento potrebbe scuotere le istituzioni di Bruxelles e provocare danni in tutta l’Unione Europea. Uno scenario preoccupante, una vera e propria aggressione al delicato legame fra principi liberali e pratica della democrazia.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 24 Dicembre 2016

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Reazionario o protestatario – Il populismo ha due facce

conversazione tra Maurizio Ferrera e Luis Moreno

Dialoghi: Il politologo spagnolo Luis Moreno parla del suo Paese e della crisi europea, Ora il governo Rajoy è abbastanza stabile ma i socialisti rischiano di pagare cara la scelta dell’astensione. Podemos assomiglia al M5S, però non si schiera contro l’Unione. Se a Madrid non abbiamo una destra nazionalista e xenofoba è perché siamo stati vaccinati dalla lunga dittatura di Franco –

MAURIZIO FERRERA — La Spagna si è da poco ripresa da una lunga crisi politica. Ci sono volute due elezioni e lunghissimi negoziati per arrivare, lo scorso luglio, a un nuovo governo guidato dai popolari, con l’appoggio esterno dei socialisti del Psoe. L’instabilità è davvero finita?

LUIS MORENO — Oggi il governo di Mariano Rajoy è relativamente stabile, anche se non ha la maggioranza alla Camera. La sua formazione è stata possibile grazie all’astensione dei socialisti. Per il Psoe si è trattato di una scelta difficile: 12 deputati hanno votato contro Rajoy. La ripresa dell’economia e l’evoluzione politica nella Uè saranno due fattori fondamentali per mantenere la stabilità del governo. La pietra angolare sarà però la capacità da parte del Partido popular di orchestrare il consenso in Parlamento almeno tra il Pp, Ciudadanos (la nuova formazione di tendenza moderata, ndr) e il Psoe.

MAURIZIO FERRERA — Ma perché è stato così difficile arrivare a una sorta di grande coalizione? Dopo tutto le grandi coalizioni fra centrosinistra e centrodestra stanno diventando sempre più frequenti in Europa.

LUIS MORENO — L’intesa fra Pp e Psoe è stata difficoltosa per vari motivi. Il Pp ha perso molti voti a causa dei «tagli» e dell’austerità, n Psoe temeva che Podemos rimanesse l’unico partito di opposizione a sinistra. Podemos (la nuova formazione di estrema sinistra, ndr) non è stato disponibile a formare una coalizione con il Psoe e Ciudadanos, come aveva proposto il leader socialista Pedro Sànchez. Gran parte della base del Psoe considerava un eventuale governo di coalizione con il Pp come un inaccettabile tradimento storico. Nei prossimi mesi ci sarà un congresso e il Psoe dovrà chiarire la propria strategia futura.

MAURIZIO FERRERA — Veniamo a Podemos, che costituisce su scala europea forse la maggiore novità del panorama politico spagnolo. Che cosa spiega il suo successo?

LUIS MORENO — L’irruzione sulla scena di Podemos è stata la più grande novità politica spagnola dai tempi della transizione democratica. Questo gruppo si è formato sulla scia dei movimenti di protesta contro la corruzione dei partiti tradizionali. Il movimento degli Indignados ha fornito la spinta per la costituzione di Podemos nel 2014. Il crollo finanziario e bancario ha avuto conseguenze particolarmente dure per la classe media e lavoratrice spagnola. Podemos è stato molto abile nel catturare lo scontento verso i due principali partiti (Pp e Psoe). Adesso i sondaggi danno Podemos al 23% e il Psoe al 18%.

MAURIZIO FERRERA — Che differenze vedi fra Podemos, Cinque Stelle in Italia e Syriza in Grada?

LUIS MORENO — La grande differenza tra Podemos e il M5S riguarda senza dubbio l’integrazione europea. Anche Podemos vuole «un’altra Uè», ma il partito non è antieuropeo, come si pensava anche di Syriza quando arrivò al governo (ora Tsipras ha aggiustato la rotta).

MAURIZIO FERRERA — Possiamo inquadrare la nascita e il rafforzamento di Podemos nel più ampio fenomeno del neopopulismo?

LUIS MORENO — Direi di sì. Mi preme però sottolineare il fatto che bisogna definire e «qualificare» D populismo. Mettere tutte le sue manifestazioni nello stesso sacco genera solo confusione. Per me D populismo è una pratica politica che cerca consenso sotto la guida di un leader carismatico, formulando proposte in linea con ciò che i cittadini vogliono sentirsi dire, ma che sono prevalentemente irrealizzabili o non desiderabili. È chiaro che Donald Trump è un populista: ma bisogna aggiungere l’aggettivo «reazionario», per motivi di chiarezza. Il suo slogan elettorale è stato «Make America Great Again». Reazionarie sono le proposte politiche volte a re-instaurare uno stato di cose anteriore a quello presente. Di contro, il populismo dei Cinque Stelle, di Syriza o di Podemos è «protestatario», mira a cambiare lo status quo. La sfida per queste formazioni è però quella di perseguire il cambiamento tramite proposte che siano credibili ed efficaci.

MAURIZIO FERRERA — Il populismo «di sinistra» ha una lunga tradizione nei Paesi latinoamericani.

LUIS MORENO — Sicuramente, pensiamo all’esperienza argentina e alla retorica anticapitalista di Evita Perón. Ma soprattutto pensiamo alla nuova ondata di movimenti «di liberazione» come quello di Chàvez in Venezuela, di Correa in Ecuador o di Morales in Bolivia: acerrimi nemici non solo delle oligarchie locali ma anche del cosiddetto Washington Consensus e delle politiche neoliberiste. Questi movimenti restano populisti in quanto imperniati su leader forti e carismatici, che cercano il contatto diretto con le «masse».

MAURIZIO FERRERA — Un’altra anomalia spagnola è l’assenza di formazioni di destra di matrice «sovranista» e xenofoba, come il Front national in Francia oppure la Lega Nord.

LUIS MORENO — Questo è probabilmente e paradossalmente un effetto positivo di quasi quarantanni di dittatura franchista. Il Pp raccoglie i voti di tutta la destra. Il suo spettro ideologico si spinge fino a includere posizioni che in altri Paesi europei sarebbero etichettate come populismo xenofobo o parafascista. Così non resta niente da «raccogliere», sul piano elettorale, per eventuali formazioni di matrice nazionalista o neofranchista. Gli spagnoli non vogliono ricreare situazioni che possano anche solo pallidamente ricordare il periodo Ì939-75- In questo senso, negli ultimi decenni il «merito» dei dirigenti del Pp è stato quello di incorporare alla vita politica «normale» la destra antidemocratica, erede del franchismo.

MAURIZIO FERRERA — Parliamo ora di regionalismo e federalismo. A che punto è la questione, soprattutto in Catalogna?

LUIS MORENO — Stiamo assistendo a una «rotta di collisione» (per riprendere il titolo del tuo ultimo libro sulla Uè) tra il nazionalismo secessionista catalano e il nazionalismo centralista spagnolo. Il governo catalano ora propone un referendum sull’indipendenza per settembre 2017. In base alla nostra Costituzione, iniziative di questo genere non possono aver luogo in modo unilaterale e senza un accordo preventivo, come è successo nel caso della Scozia. La grande maggioranza degli spagnoli non vuole che la Catalogna si separi dal resto del Paese. In Catalogna i sondaggi dicono che l’elettorato è spaccato in due, con una lievissima maggioranza di elettori che vogliono restare in Spagna.

MAURIZIO FERRERA — E quali implicazioni ha il regionalismo, il risveglio delle «subnazioni» sul piano della solidarietà?

LUIS MORENO — Il nazionalismo sub-statale mette al primo posto i propri interessi territoriali. Le Comunidades Autonómas più ricche hanno sempre protestato contro l’eccessivo carico fiscale. Ma è falso dire «la Spagna ci deruba», come hanno ripetuto demagogicamente i secessionisti catalani. La regione di Madrid, ad esempio, è quella che contribuisce di più alla solidarietà e alla redistribuzione.

MAURIZIO FERRERA — In prospettiva spagnola, come vedi le sfide che oggi fronteggia l’Unione Europea sul piano della coesione e della solidarietà fra Paesi?

LUIS MORENO — In Europa è impensabile che non ci siano trasferimenti di reddito tra i Paesi più forti e quelli più deboli. Oltre ai necessari strumenti istituzionali e ad appropriati stabilizzatori economici e sociali, occorre valorizzare la base assiologica comune tra gli europei. Alle fine sono i valori di libertà, uguaglianza e fraternità quelli che cementano le nostre aspirazioni di fronte a sistemi alternativi, come quello basato sulla «mercificazione» individualistica del mondo anglosassone 0 quello che potremmo chiamare il «neoschiavismo emergente» asiatico.

MAURIZIO FERRERA — La Spagna è uscita dalla Grande Recessione? Uno dei paradossi delle lunga crisi politica è che non sembra aver avuto ripercussioni sull’economia: alti tassi di crescita, fiducia dei mercati e così via. Che cosa spiega secondo te questo paradosso?

LUIS MORENO — In realtà non siamo ancora usciti dalla recessione. Buona parte degli indicatori economici hanno recuperato i livelli di dieci anni fa ed è vero che fra i grandi Paesi Uè la Spagna è quello che cresce di più. Ma la disoccupazione rimane altissima, intorno al 19%, con il 44% di giovani senza lavoro. Dunque è un panorama di chiaroscuri. Il sostegno che la Uè ha fornito in termini di stabilità economica generale è stato importante, e malgrado l’assenza di un governo il Paese ha funzionato «normalmente». Le interdipendenze tra i Paesi Uè circoscrivono considerevolmente la «sovranità» degli Stati membri nel fare le cose — bene o male — al proprio intemo. I mercati ormai lo sanno e non sono stati condizionati dall’incertezza politica.

MAURIZIO FERRERA — Tu sei spagnolo, ma hai sposato un’italiana, e con la tua famiglia passi lunghi periodi a Roma e Benevento. Hai anche studiato e scritto molto sull’Italia e in generale sul modello sud-europeo. Come vedi la situazione italiana?

LUIS MORENO — Mi ha molto colpito l’acrimonia tra i sostenitori del Sì e del No al referendum costituzionale. Renzi è stato etichettato non solo come un populista, ma persino come un nuovo Mussolini tri pectore, cosa ridicola se si pensa che le sue proposte sono state sottoposte democraticamente al giudizio della cittadinanza. Purtroppo non si è saputo distinguere fra un progetto lungimirante di riforma e modernizzazione e le reazioni di corto termine alle politiche di Renzi, le spinte a conservare abitudini e modi di fare del passato. Ora si tornerà ai vecchi giochi di palazzo. Per me la vera sfida per l’Italia è quella di mettere in movimento le sue straordinarie risorse sociali. La Spagna dovrebbe imparare della forza creativa della società civile italiana e non tanto dai suoi ripiegamenti nostalgici e paralizzanti.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 18 Dicembre 2016

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Perché non ci conviene uscire dalla moneta unica

Un’eventuale Italexit non ci darebbe alcun vantaggio Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’eurozona più congeniale alle nostre sfide

 

Intervistato ieri da Federico Fubini su questo giornale, un autorevole economista tedesco, Michael Fuest, ha evocato senza mezzi termini la possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro. Lo scenario è ormai apertamente discusso in Germania, e non solo nei circoli accademici.

L’ipotesi di una “Italexit” viene presentata in due varianti. La prima è “benevola”: dovete uscire perché vi conviene. Con una svalutazione esterna la vostra economia si aggiusterebbe rapidamente e non dovreste più fare i sacrifici legati alle riforme strutturali. La seconda variante è invece più “malevola”. Dovete uscire perché conviene a noi, cioé alla Germania. Il vostro debito pubblico è un rischio sistemico per tutta la zona euro, potremmo essere chiamati a prestarvi dei soldi per evitare la bancarotta. Siete un paese “unwilling to reform” (come ha scritto l’Economist): indisponibile alle riforme. E per giunta vi ritrovate con forze politiche anti-europee e inaffidabili come i Cinque Stelle e la Lega Nord.

Di fronte a valutazioni e raccomandazioni come queste non possiamo più fare finta di niente. E’ meglio discuterle apertamente, a ragion veduta e non a fini di opportunismo elettorale. Dunque: una  eventuale Italexit ci converrebbe oppure no? Per rispondere occorre considerare almeno tre aspetti.

Il primo riguarda il declino economico italiano dell’ultimo quindicennio e le sue cause. I vincoli dell’Unione economica e monetaria hanno ristretto i margini di manovra del governo, di imprese e sindacati: questo è innegabile. Il ristagno della produttività, gli alti costi del lavoro, i bassi investimenti esteri, l’inefficienza della pubblica amministrazione e di molti servizi privati, la criminalità organizzata: tutte queste debolezze del modello italiano (e si tratta solo di esempi, la lista è lunga) hanno radici profonde. L’euro ha amplificato i problemi, certo non li ha creati. Se tornassimo alla lira ce li ritroveremmo tali e quali. Una grande svalutazione potrebbe ridarci fiato per un po’. Ma come accadeva negli anni Settanta e Ottanta, l’affanno poi tornerebbe e a soffrirne sarebbero soprattutto i lavoratori.

Il secondo aspetto ha a che fare con la UE e in particolare con governance dell’Eurozona. Durante la crisi finanziaria, il Patto di Stabilità e Crescita è stato reso molto più rigido, introducendo una disciplina fiscale chiaramente “punitiva”. Sarebbe esagerato dire che la riforma sia stata fatta da e per la Germania. Ma le nuove regole non tengono conto delle asimmetrie fra paesi, amplificano la visibilità dei danni (reali o eventuali) che i paesi del Sud possono procurare ai paesi del Nord, mentre offuscano i danni che i secondi procurano ai primi. E sicuramente non facilitano il recupero di crescita e occupazione delle economie periferiche. Quando ci consigliano di abbandonare la moneta comune, gli amici tedeschi assumono che l’euro continui a funzionare con le regole attuali. E che il nostro paese non riesca, non possa, non debba sforzarsi di cambiarle. O si fa come vuole Schäuble, oppure si fa come vuole Schäuble: secundum non datur.

Il terzo aspetto è il più preoccupante. Chi ipotizza l’Italexit pensa a un percorso negoziato e ordinato. Ma si tratta di uno scenario plausibile? Come reagirebbero i mercati al solo accenno di un negoziato? Altro che ordine. La finanza internazionale si butterebbe a capofitto nella mischia per speculare e razziare. E’ difficile fare stime, ma non si tratterebbe certo di una passeggiata. Di quanto saremmo costretti a svalutare, quanto salirebbe l’inflazione, come farebbero i debitori italiani (compresi i privati) a onorare i loro debiti in euro? Le crisi valutarie e le ristrutturazioni dei debiti hanno effetti imprevedibili, quasi sempre più disastrosi di quelli immaginati. E soprattutto danno origine a forti redistribuzioni di reddito a svantaggio dei più deboli.

In sintesi, uscire dalla moneta unica non ci conviene affatto. Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, più poveri, più soli, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’Eurozona più congeniale alle nostre sfide. E soprattutto continuiamo a rinnovarci, dimostrando a Cassandre e Soloni che siamo “willing to reform”. Senza bisogno di umilianti (e spesso interessati) richiami da parte di Bruxelles o della Germania.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 16 dicembre 2016

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