Creiamo la cittadinanza europea nell’epoca della Brexit

Una scelta di questo genere consentirebbe di offrire ai britannici l’opzione di mantenere il passaporto Ue e dunque i diritti di movimento ad esso collegati.

Quando si parla di Brexit, è opportuno ricordare che solo il 37% circa degli aventi diritto al voto si è espresso per il Leave. Su più di 44 milioni di elettori, 12 non sono andati alle urne e altri 15 circa hanno votato per il Remain. Con l’uscita dalla UE, questi 27 milioni di elettori saranno privati della cittadinanza europea. Corrispettivamente, più di tre milioni di cittadini UE che risiedono nel Regno Unito rischiano di perdere i diritti connessi al loro passaporto color porpora: accesso al mercato del lavoro, al welfare, all’esercizio di commercio e professioni e così via.

Si tratta di una “sottrazione di diritti” di proporzioni storicamente inedite. A livello nazionale, nessun regime democratico consente a una minoranza di revocare la nazionalità alla maggioranza. L’Unione Europea non è una nazione né uno stato federale. Ma ha pur sempre istituzioni sovranazionali che possono produrre leggi vincolanti e le sentenze della sua Corte di Giustizia prevalgono sugli ordinamenti nazionali. Annullare il pacchetto di diritti incorporati nel passaporto UE non è cosa da poco.

Dal punto di vista strettamente legale, il “vulnus” che la Brexit rischia di provocare è connesso al fatto che la cittadinanza europea è, come si dice, di secondo ordine: si aggiunge alle cittadinanze nazionali. Ai tempi del Trattato di Maastricht (che introdusse queste regole, nel 1992), nessuno avrebbe mai immaginato che uno dei paesi firmatari, il Regno Unito appunto, decidesse di uscire: questa opzione non era neppure contemplata. L’ha introdotta il Trattato di Lisbona, senza però occuparsi delle implicazioni sul piano della cittadinanza. Un errore che ora rischiamo di pagare caro, anche in termini di standard liberaldemocratici.

C’è modo di rimediare? A trattati vigenti no, purtroppo. Ma vale almeno la pena di riflettere. Nelle Unioni federali, come Svizzera o Stati Uniti, il fondamento della cittadinanza è stato molto dibattuto: stati/cantoni o la federazione in quanto tale? Per lungo tempo, la cittadinanza federale è stata mediata da quella delle “parti costituenti”, come nella UE. In Svizzera ancora oggi si appartiene innanzitutto a un cantone e solo in secondo ordine alla confederazione. Negli Stati Uniti, invece, la cittadinanza federale è stata gradualmente scorporata da quella degli stati e ora la sequenza è capovolta. In quanto US citizens si è automaticamente cittadini anche dello stato in cui si risiede. Non si potrebbe seguire la traiettoria americana anche in Europa?

Una originale proposta in tal senso è stata formulata da un acuto studioso dell’integrazione europea, il politologo Glyn Morgan. In un saggio appena pubblicato sulla rivista Biblioteca della Libertà (www.centroeinaudi.it), Morgan suggerisce di svincolare la cittadinanza UE dalle cittadinanze nazionali. Ciò consentirebbe di offrire ai cittadini britannici l’opzione di mantenere il passaporto europeo e dunque i diritti di movimento e non discriminazione ad esso collegati. Si neutralizzerebbe in questo modo il vulnus di una illiberale sottrazione di diritti a chi non ha votato per la Brexit. Il governo di Londra dovrebbe però offrire immediata naturalizzazione a quei residenti UE che vogliono conservare i propri diritti sul suolo britannico.

Una possibile obiezione è che altri Paesi Membri, tiepidi verso la UE, chiedano di ricevere lo stesso trattamento. Per neutralizzare questo scenario (di fatto una secessione morbida), si potrebbe far pagare un contributo (Morgan propone 10 mila euro) ai britannici che vogliono mantenere il passaporto UE. A chi non può permetterselo si dovrebbe chiedere un po’ di lavoro volontario.

Si tratta naturalmente di un ballon d’essai. Ma intorno alla Brexit oggi ne circolano davvero tanti. Uno dei più fantasiosi è quello di creare un nuovo stato, chiamato INIS, dalle iniziali di Ireland, Northern Ireland e Scotland. Siccome questi territori fanno già parte della UE, per costituire l’INIS si potrebbe seguire una variante della procedura a suo tempo seguita per incorporare i territori della Germania Est.

Per uscire dal vicolo cieco, l’Unione ha bisogno di liberarsi dagli schemi tradizionali e dall’eccesso di regole che la imbrigliano. E soprattutto ha bisogno di leader che sappiano esercitare un po’ di creatività. Non si esce dall’impasse stando fermi o facendo un po’ di merkeln (neologismo tedesco che significa tentennare). E’ tempo di nuovi orizzonti e anche un po’ di fantasia. Per dirla con Sheldon Wolin, un grande filosofo politico americano, politics is vision. Ed è precisamente di questa politica che abbiamo bisogno oggi in Europa.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 23 settembre 2016.

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