L’accoglienza prudente

Volevamo lavoratori, sono arrivate delle persone. Pronunciata negli anni Sessanta, questa frase lapidaria dello scrittore Max Frisch ben riassume la questione migratoria che scoppiò all’epoca in Svizzera e Germania. A corto di manodopera, questi paesi avevano attirato moltissimi Gastarbeiter (lavoratori ospiti) dal Sud Europa e dalla Turchia. Ma dietro a ciascuna “unità di lavoro” c’erano appunto delle “persone”: con i loro costumi, idiomi, identità. E soprattutto con i propri bisogni, legami sociali e aspirazioni, a cominciare dai ricongiungimenti familiari. I paesi riceventi si trovarono così di fronte a problemi non previsti. I benefici aggregati per l’economia erano elevati, ma la “diversità” dei nuovi arrivati generava inediti conflitti.

L’espressione di Max Frisch resta così attuale che uno studioso di Harvard,  George Borjas, l’ha adottata come titolo del suo ultimo libro (We Wanted Workers). Da economista, Borjas è convinto che i flussi migratori producano saldi netti positivi. Ma ritiene anche che la prospettiva utilitarista (è bene massimizzare il benessere aggregato) sia inadeguata per gestire le tante sfaccettature di questo fenomeno. L’ondata xenofoba che ha investito gli Stati Uniti, il Regno Unito (Brexit) e molti altri paesi europei è sotto gli occhi di tutti. Pur non simpatizzando certo per Trump, l’economista di Harvard raccomanda prudenza: si tratta infatti di bilanciare i vantaggi economici dell’immigrazione con i vincoli di accettabilità sociale e politica.

Prudenza non significa opportunismo o, peggio, navigare a vista. Anche i realisti devono fare i conti con i principi: che cosa è giusto fare, filosoficamente parlando, di fronte a chi vuole varcare i nostri confini?  Dietro alle pressioni migratorie si nasconde uno spinoso dilemma normativo. Se i soggetti rilevanti sono persone, che meritano rispetto in base al principio (kantiano) di pari dignità,  quali diritti all’inclusione possono far valere coloro che la lotteria naturale ha fatto nascere nel Sud del mondo, in stati falliti, in società violente, in economie sottosviluppate?  E, corrispettivamente, quali ragioni possono giustificare la severità e il tipo di misure restrittive adottate dai paesi ricchi, dalla costruzione di muri lungo i confini alle espulsioni, dalle quote fisse ai limiti temporali?

Nel dibattito si confrontano due opposte scuole. Da un lato vi sono i sostenitori del cosmopolitismo, per i quali le frontiere fra stati sono arbitrari e violano un diritto fondamentale delle persone: la libera circolazione. L’obbligo di accogliere e di prestare aiuto ai migranti è assoluto e incondizionato, non possono esservi gradazioni che favoriscano i nazionali. Dall’altro lato vi sono i sostenitori del cosiddetto comunitarismo, per i quali gli obblighi di solidarietà valgono soltanto all’interno di cerchie di prossimità sociale e/o territoriale e perdono validità nei confronti degli stranieri. Fra questi due estremi si situano varie prospettive intermedie, fra cui quella di John Rawls. Nel libro La legge dei popoli il grande filosofo americano ha formulato la cosiddetta teoria del doppio standard. All’interno delle comunità nazionali, gli obblighi di giustizia sociale sono molto stringenti e si applicano ai singoli individui. A livello globale lo standard è più lasco e riguarda i popoli: vi è un dovere di aiuto umanitario, a condizione che lo stato beneficiario rispetti norme di “decenza liberale”. La teoria di Rawls non dice pressoché nulla, tuttavia, sul problema specifico delle migrazioni, dei movimenti transnazionali di persone. Il suo ragionamento poggia su quegli assunti “stato-centrici” che hanno dominato la filosofia politica moderna, da Hobbes in poi.

Cosmopoliti e comunitari hanno discusso spesso di frontiere, ma quasi sempre in riferimento al tema generale della giustizia internazionale. L’ultimo libro di David Miller (Strangers in our Midst), noto filosofo di Oxford, propone invece una originale teoria politica dell’immigrazione, interamente dedicata a discutere i dilemmi normativi che essa solleva. Riprendendo il titolo di un libro di Yael Tamir del 1993, Miller chiama la sua teoria “nazionalismo liberale”: due termini in tensione, ma non inconciliabili. I principi di base della teoria sono quattro.

Il primo è il “cosmopolitismo debole”. Tutti gli essere umani hanno pari dignità e meritano eguale rispetto. Le politiche migratorie non possono violare i diritti umani e in qualche caso debbono agire per proteggerli direttamente, ad esempio accogliendo e assistendo chi fugge da guerre e genocidi. Tuttavia, ciò che dà forma e significato alla nostra vita sono i legami privilegiati che intratteniamo con i nostri familiari, amici, concittadini, con i quali condividiamo memorie, tradizioni, progetti. E’ perciò legittimo per uno stato imporre restrizioni all’ingresso, purché esse siano chiare e normativamente difendibili.

Il secondo principio è l’autodeterminazione nazionale. L’immigrazione può disturbare e persino sfidare gli standard sociali e culturali del paese ricevente; in una democrazia i cittadini hanno diritto di decidere se queste sfide sono accettabili oppure no. Anche qui, però, esistono dei limiti: le motivazioni devono essere conformi ai principi liberali. Questa condizione discende dal terzo principio, che Miller chiama “equità”. Si può limitare l’accesso in base ai livelli di istruzione o alle qualifiche professionali, che sono capacità acquisite. Non si può discriminare in base al colore della pelle, frutto della lotteria naturale.

Il quarto principio è infine quello dell’integrazione. Che è cosa diversa sia dall’assimilazione (modello francese) sia dal multiculturalismo (modello inglese). Non si può imporre all’immigrato di rinunciare alla propria identità e cultura. Si può però chiedere l’apprendimento della lingua e degli standard di comportamento civico del paese di destinazione. Secondo Miller, un migrante mussulmano in Italia non può obiettare al crocifisso appeso nell’aula scolastica di sua figlia, simbolo di una lunga e radicata tradizione culturale. Ma la scuola non può vietare certi tipi di abbigliamento (velo compreso), purché compatibili con le leggi vigenti (il viso deve essere riconoscibile in pubblico). In nessun caso alle varie comunità etniche possono essere concesse deroghe (il turbante anziché il casco in motocicletta per i Sikh, come nel Regno Unito) o delegate funzioni di competenza pubblica (ad esempio la giurisdizione nel campo dei rapporti familiari).

La teoria di Miller ha suscitato molte reazioni, fra cui numerose  stroncature da parte dei sostenitori del cosmopolitismo “forte”. Alcuni si sono addirittura indignati per la parola “stranieri” contenuta nel titolo. Al di là delle polemiche e delle specifiche proposte, ciò che va a mio avviso apprezzato del libro è il suo approccio realista. Troppo spesso i filosofi politici costruiscono mondi ideali da cui poi derivano implausibili e impraticabili prescrizioni per il mondo reale. Miller parte invece da quest’ultimo (dai dati di fatto) per riflettere sulle bussole normative alle quali dovremmo ispirarci per decidere con giustizia. I realisti rischiano a volte di essere troppo condiscendenti nei confronti dello status quo. Ma non sono dei softy, dei filosofi senza spina dorsale. Se orientato da principi, il pragmatismo, il bilanciamento continuo tra obiettivi e valori contrastanti è una condotta esigente e faticosa. Per gestire correttamente la sfida dell’immigrazione, Miller indica un percorso accidentato. L’equilibrio fra apertura e chiusura va calibrato con cura, a seconda delle circostanze. Prendiamo il caso delle migrazioni intra UE. L’attuale regime di libero movimento, basato sul principio generale di non discriminazione, è oggi sotto crescente tensione. Dobbiamo tenerlo così com’è, anche a costo di provocare secessioni e minare la legittimità della UE in quanto tale? Oppure possiamo ricalibrarlo in direzione (leggermente) più restrittiva? Il dibattito è aperto. Il libro di Miller non ci esorta a fare gli eroi dal punto di vista morale, ma ad agire secondo ragione in un mondo pieno di imperfezioni, ma anche illimitatamente perfettibile.

 

 

Biblio

Comunitaristi:

MacIntyre, Alasdair, 1995, “Is Patriotism a Virtue?” in Theorizing Citizenship, Ronald Beiner (ed.), Albany: State University of New York Press, pp. 209–228.

Cosmopolitani:

Nussbaum, Martha C., 2006, Frontiers of Justice: Disability, Nationality, Species Membership, Cambridge: Belknap Press.

O’Neill, Onora, 2000, Bounds of Justice, Cambridge: Cambridge University Press.

Altri:

Tamir, Yael, 1993, Liberal Nationalism, Princeton: Princeton University Press.

Rawls, John, 1999, The Law of Peoples, Cambridge: Harvard University Press.

Borjas, George, We Wanted Workers, Norton, 2016

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura de Il Corriere della Sera del 20 novembre 2016, pp. 6-7.

 

 

 

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