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È un dovere pagare le tasse ma il prelievo deve essere equo

Quando il pastore americano Jonathan Mayhew, in un sermone del 1750,  pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava certo di aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un’incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello stato italiano sono ad esempio più che raddoppiate in percentuale sul PIL (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.

Questa “alienazione” fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente  a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo stato non può rinunciare al “bastone” per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.

Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti quei  sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le “etiche dei doveri”. Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei paesi latini il termine imposta (impot, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. E’ proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.

La tassazione (livelli, modalità, equità) è sicuramente destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 14 maggio 2017

 

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Chi vuole meno tasse deve pagare di più i servizi

Come prima misura per favorire la crescita va alleggerita la pressione fiscale: come? La classe media deve essere disposta a spendere nel welfare come avviene nel Nord Europa o negli Usa, dove il cittadino, meno vessato, produce più reddito e ricchezza.

Seppur con fatica, nella legge di Stabilità sembra emergere un disegno di politica economica e sociale probabilmente destinato ad accompagnarci per il resto della legislatura. Crescita, lavoro, investimenti, meno disagio, più merito: questi i grandi obiettivi che figurano nei sotto-titoli del provvedimento governativo. Riduzione della pressione fiscale e razionalizzazione della spesa pubblica: questi invece i due principali strumenti. Si tratta di una combinazione mezzi-fini che ha indubbiamente una sua logica. Nel coacervo di misure contenute nel testo è però molto difficile trovare un filo rosso. La riduzione delle imposte non è controbilanciata da adeguati tagli di spesa, poggia su misure una tantum (come la cosiddetta voluntary disclosure) e sulla maggiore flessibilità concessa dalla Ue in termini di deficit. Per avere successo, la strategia del governo dovrebbe invece poggiare su misure strutturali, stabili nel tempo, ispirate da criteri trasparenti di efficienza e di equità.

Se si indica la riduzione della pressione fiscale come prima «misura per la crescita», il taglio di imposte e contributi dovrebbe essere molto significativo, oltre che ben calibrato in termini di base imponibile. Dati i vincoli di bilancio, una semplice «razionalizzazione» della spesa (ammesso e non concesso che si riesca a realizzarla) non potrà mai bastare. Teniamo presente che l’invecchiamento demografico continuerà ad esercitare forti pressioni espansive sulle componenti sociali del nostro bilancio pubblico. Alcune risorse potranno (dovranno) arrivare dalla lotta all’evasione e agli sprechi. Ma per finanziare un taglio davvero importante delle imposte serviranno ulteriori riforme restrittive. Bisogna essere chiari su questo punto, sennò è meglio lasciar perdere. Certo, non si può ridurre la protezione alle fasce più bisognose. Anzi su questo fronte la protezione andrà irrobustita se davvero si vuole alleviare il «disagio», come nei piani del governo. L’interlocutore dello scambio «meno tasse, meno spesa» può essere soltanto la classe media, soprattutto le fasce di reddito medio-alte.

Le alternative sono limitate: versare meno tasse, ma pagare di più i servizi pubblici che si utilizzano (come nel Nord Europa) o esserne esclusi (come in Germania o Olanda per quanto riguarda la sanità, ad esempio). Non ci sono altre vie. Qualcuno dirà: se pago meno tasse ma più ticket o più tasse universitarie per i miei figli, non cambia niente. La risposta è: se non sei disposto a rinunciare a niente, come posso farti pagare meno tasse? Negli Stati Uniti la classe media è sicuramente meno tartassata che da noi. Ma paga premi salati per l’assicurazione sanitaria privata o per l’università dei figli. Non ci sono pasti gratis. La scommessa che sta alla base dello scambio «meno tasse, meno spesa» è che questo stimoli la crescita e produca più reddito e più ricchezza per tutti. Se si vince la scommessa, nulla vieta di allargare di nuovo, in futuro, il raggio della copertura pubblica anche per le fasce più agiate. Sul piatto della bilancia si potrebbe poi aggiungere un pacchetto di misure sul fronte del «merito» (non solo qualche ciliegina simbolica come in questa legge di Stabilità). Abbiamo un disperato bisogno di far ripartire quegli «ascensori sociali» che si sono fermati durante la crisi e che rendono oggi il nostro Paese uno dei più bloccati d’Europa in termini di mobilità fra classi, generi e generazioni.

Negli anni Cinquanta gli economisti liberal raccomandavano uno spostamento dai consumi privati a quelli pubblici, finanziati da imposte progressive. Alcuni dei loro allievi ora raccomandano un movimento in direzione opposta: meno imposte, ma compartecipazioni graduate in base al reddito per il consumo effettivo dei servizi pubblici. Non è un attacco ai sacri principi dell’universalismo. È piuttosto una nuova declinazione di questo principio. Come a suo tempo lo definì Gordon Brown, è universalismo «progressivo».

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 novembre 2015

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