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Zero fedeltà, ecco la politica volatile

Sin dai suoi albori, la cultura giudaico-cristiana ha sempre attribuito grande valore alla fedeltà. Nell’Antico Testamento essa stava alla base dell’alleanza fra Dio e il suo popolo. Nel Vangelo, Gesù ammonisce chi si pone al servizio di due padroni. Dall’età classica in poi, i legami di fedeltà hanno fondato molte e rilevanti pratiche politiche: la clientela in epoca romana, il vassallaggio feudale, le relazioni fra nobili e sovrani assoluti, il notabilato ottocentesco. E, naturalmente, tutte le forme di nazionalismo.

L’avvento della democrazia di massa ha posto una prima sfida al primato della fedeltà. Votare significa scegliere, anche a costo di rompere i tradizionali legami di appartenenza. Il mandato rappresentativo ha a sua volta trasformato i membri del Parlamento da portavoce di interessi particolari a interpreti di istanze generali. Nel corso del Novecento, il mandato imperativo è rimasto in vigore solo nei paesi comunisti, spesso usato come strumento di ricatto.

La democrazia ha promosso nuovi equilibri fra fedeltà e autonomia di scelta. Ma per gran parte del secolo scorso i comportamenti politici sono stati pur sempre modellati dalle grandi organizzazioni di massa: partiti, sindacati, chiese. Gli elettori erano prevalentemente “affiliati”, decidevano in base ad identità ideologiche forgiate dalla vita associativa. I loro rappresentanti erano perlopiù vincolati alla disciplina di partito, guai a cambiare casacca in Parlamento.

Negli ultimi decenni tutto questo è velocemente cambiato. Dagli anni Sessanta ad oggi gli iscritti ai partiti sono calati dal 20% al 5% degli elettori. I tassi di sindacalizzazione sono scesi di una quindicina di punti, così come la quota di votanti che dichiarano un’appartenenza religiosa.

Le basi organizzative della politica si sono sfaldate, forse in modo irreversibile, a seguito di profonde trasformazioni sociali e culturali. Nella misura in cui ancora esiste, la grande fabbrica ha smesso di essere il luogo primario di socializzazione politica, le ideologie del Novecento hanno perduto la loro forza di attrazione e mobilitazione. Nel tempo libero, le persone fanno cose diverse, perseguono una pluralità di interessi. Come ha scritto il politologo americano Robert Putnam, spesso “giocano a bowling da sole” (in America, almeno): un processo di individualizzazione alimentato dai media, soprattutto da internet.

All’ascesa dell’elettore “volatile” ha fatto da contraltare quella del parlamentare “mobile”. La flessibilità del mandato rappresentativo ha consentito e incoraggiato il passaggio da una squadra a un’altra, da un campo a un altro. In molti parlamenti sono nate le coalizioni arcobaleno: multicolori, cangianti, sfuggenti. Come la società, anche la politica è diventata liquida e infedele.

Dobbiamo preoccuparci? In parte sì. Nessuna comunità politica può prosperare o persino sopravvivere senza una soglia accettabile di lealtà: orizzontale, nei rapporti fra cittadini, e verticale, nei rapporti fra governanti e governati. Sbaglia però chi erige la fedeltà a valore assoluto. L’avevano già messo in luce la tragedia (Eschilo) e la filosofia (Platone) greche: in morale come in politica ciò che conta è scegliere con giudizio. Mai con superficialità, sempre secondo ragione, in certi casi si può e si deve essere infedeli. Sennò la storia non sarebbe che una grigia e ripetitiva linea retta, che avanza solo perché passa il tempo.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 10 aprile 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

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