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Migranti, poche idee e confuse. Il paradosso economico.

La metà degli italiani è favorevole a chiudere i confini, ma tre su quattro vogliono accogliere chi scappa dalla guerra. Vince l’incertezza del futuro e il senso di abbandono da parte dell’Ue. Anche nei cittadini che la difendono.

Alessandro Pellegata

Il fenomeno dell’immigrazione sta diventando sempre più divisivo nelle società del mondo occidenta­le. Un recente rapporto pubblicato dal­l’organizzazione non-profit More in Common mostra come sul tema dell’immigrazione l’opinione pubblica italiana risulti più frammentata sia di quanto viene solitamente dipinto da una parte dei media e dei partiti politi­ci sia rispetto a quanto emerge in altri paesi Ue (Francia, Germania e Olan­da). Lo studio mostra come circa metà degli intervistati non abbia posizioni chiare e coerenti sulle diverse implica­zioni di questo complesso fenomeno. Infatti mentre l’opinione pubblica ap­pare spaccata a metà sull’opportunità di chiudere i confini nazionali, quasi tre intervistati su quattro sono favore­voli al diritto d’asilo per coloro che scappano da guerre e persecuzioni. Inoltre il 6o% guarda con preoccupa­zione al crescente razzismo e alle pro­fonde divisioni in seno alla società ita­liana.

La spiegazione
Come si può spiegare questo appa­rente paradosso tra il giudizio com­plessivamente negativo degli italiani sull’impatto dell’immigrazione e al contempo la loro apertura a politiche di solidarietà? I dati contenuti nel rap­porto di More in Common forniscono alcuni spunti di riflessione. Innanzi­tutto nell’esprimersi sull’immigrazione gli italiani tendono a non distin­guere tra migranti economici e richie­denti asilo ma accomunano queste due categorie sotto l’unica etichetta di stranieri. Inoltre una vasta maggioran­za di intervistati, anche tra coloro che si dichiarano più accoglienti, esprime preoccupazione per l’impatto negati­vo dell’immigrazione sull’economia italiana. Questo dato si inserisce in un clima generale di scoraggiamento per la situazione economica. In tutti i seg­menti di popolazione identificati dal­lo studio la disoccupazione emerge come il problema più pressante e solo il 16% del campione ritiene che l’Italia abbia giovato del processo di globaliz­zazione; dato questo che distingue nettamente l’opinione pubblica italia­na da quella francese, tedesca e olan­dese.

Le paure degli italiani si manifestano anche in tema di sicurezza e di minac­cia alla cultura nazionale. Solo il 29% degli intervistati crede infatti che i mi­granti facciano sforzi concreti per in­tegrarsi. Infine, il rapporto mostra co­me il problema dell’immigrazione debba essere letto in un quadro più ampio di insoddisfazione verso lo sta­tus quo, sfiducia nei confronti delle istituzioni e incertezza per il futuro del nostro paese. Emerge una profonda convinzione che le autorità italiane non sappiano fronteggiare il proble­ma dell’immigrazione e che al con­tempo queste vengano abbandonate dalle istituzioni europee e dagli altri stati a gestire da sole tale fenomeno. Quest’idea è radicata nella maggioran­za anche di coloro che supportano l’Ue.

I partiti anti-establishment soffiano sul fuoco fomentando le paure di chi si sta sempre più spostando su posizioni autoritarie (più del 70% dei risponden­ti pensa che ci voglia un leader forte per risolvere i problemi). Tuttavia, questo tipo di sentimenti sembra derivare da una miscela di austerità econo­mica, senso di declino culturale, cor­ruzione e sfiducia verso le istituzioni. Per fronteggiare questo scenario la po­litica dovrebbe cercare di capire le fru­strazioni degli italiani e produrre sfor­zi concreti per migliorare le condizioni economiche e sociali di quei cittadi­ni che si sentono schiacciati tra un futuro incerto e istituzioni inefficienti. Più solidarietà tra stati europei e un maggior coordinamento Ue nella ge­stione dell’immigrazione contribui­rebbero inoltre ad alleviare il senso di abbandono espresso da molti italiani.

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Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 1 Ottobre 2018

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Sì, servo!

In Italia ci sono poco più di cinque milioni di immigrati regolari, fra cui un milione di minorenni. Il loro lavoro genera 130 miliardi l’anno, il 9% del Pil. Hanno fondato e gestiscono 500mila aziende, versano 7,5 miliardi di Irpef. Su un totale di 15 milioni di pensioni, solo 43mila vanno agli stranieri.

Maurizio Ferrera

«IL PASSAPORTO E LA PARTE PIÙ NOBILE di un uomo. E infatti non è mica così semplice da fare come un uomo. Un essere umano lo si può fare dappertutto, nel modo più irresponsabile e senza una ragione valida; ma un passaporto, mai. In compenso il passaporto, quando è buono, viene riconosciuto; invece un uomo può essere buono quanto vuole, ma non viene riconosciuto lo stesso». Questo aforisma di Bertolt Brecht ben si presta a riassumere la situazione spesso paradossale in cui si trovano i migranti che riescono a sbarcare in Italia. La “lotteria naturale” li ha fatti nascere in Paesi arretrati e violenti. Il loro passaporto però “non è buono” per entrare nel nostro territorio. L’Italia invecchia e avrebbe bisogno di nuovi lavoratori. Ma adesso vuole respingere tutti, senza sforzarsi di riconoscere i migranti “buoni” e magari trattenerli. La terra è proprietà comune, diceva Kant. Siccome è una sfera, l’umanità non può disperdersi all’infinito. Quando un posto è pieno di persone e povero di risorse, è naturale che le persone vogliano spostarsi. La storia ha però creato stati e confini. Per molti aspetti, è stato un bene: sono nate culture e civiltà diverse. Tuttavia dai confini sono nate anche le guerre, i dissidi fra i popoli. E l’assedio dei migranti alle frontiere esterne dell’Unione europea -oggi soprattutto quelle mediterranee- sta riattivando quei dissidi fra le nazioni europee che speravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.

L’immigrazione suscita paura, l’istinto primario e primordiale della nostra specie. Paura fisica, culturale, in particolare economica. Veniamo da una lunga crisi, molti italiani hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita. Il lavoro scarseggia, il welfare è diventato meno generoso. Se arrivano “loro”, ci perdiamo “noi”. Da questo ragionamento ai respingimenti, alla noncuranza persino rispetto alle morti in mare il passo è breve. Chi lo fa, spesso è indotto a farne un altro: “loro” sono di un’altra razza, qui non devono proprio venire.

LA PAURA È COMPRENSIBILE: ma è anche fondata? Gli immigrati ci sottraggono davvero risorse preziose? Sono domande a cui si può rispondere con dati precisi. Stabilire la verità dei fatti aiuta a contenere le emozioni, toglie di mezzo impressioni e illusioni. Se crediamo nella ragione e abbiamo una mente aperta, i fatti ci inducono a essere più pacati nelle nostre valutazioni.

Partiamo dagli immigrati che già sono fra di noi. Nell’ultimo ventennio l’Italia si è rapidamente trasformata da un Paese di emigrazione (intere fiumane di connazionali sono partiti per l’America, l’Argentina, poi la Germania, il Belgio) a un Paese d’immigrazione. Oggi ci sono più di 5 milioni di persone non nate in Italia (fra cui un milione di minori), 8,3% della popolazione residente. Vivono a nostre spese? No. Se sono adulti, lavorano. Due milioni e mezzo hanno un regolare contratto. Se consideriamo anche i lavori non dichiarati (ad esempio, molte badanti che pure hanno la residenza), possiamo dire che la sotto-popolazione immigrata ha un tasso di occupazione più alto della media. Si stima che il lavoro degli immigrati regolari generi valore aggiunto per più di 130 miliardi di euro l’anno, circa 9% del Pil. Ci sono mezzo milione di piccole e medie imprese fondate e gestite da immigrati, che danno lavoro ad altri immigrati ma anche a molti italiani. Il gettito Irpef degli immigrati è pari a 7,5 miliardi, quello dei loro contributi sociali pari a 11 miliardi e mezzo. Tito Boeri, Presidente dell’lNPS, ha ragione da vendere: se non ci fossero “loro”, come si pagherebbero le pensioni ogni mese? Su quindici milioni circa di trattamenti pensionistici, solo 43.000 vanno a immigrati. Il resto va a “noi”. Già, si ribatte, ma anche “loro” andranno un giorno in pensione. Vero, ma teniamo conto che le famiglie di immigrati (almeno quelle di prima generazione) fanno più figli. Visto che questi bambini diventeranno grandi (da italiani, ci auguriamo) e lavoreranno, saranno i loro contributi a finanziare le pensioni dei loro genitori, e magari resterà un avanzo anche per “noi”. Sì, ma gli immigrati che si curano nei nostri ospedali, che ottengono gli alloggi popolari, persino sussidi e agevolazioni dai Comuni? Se sono regolari, usano un welfare che è largamente finanziato da tasse e contributi di altri immigrati, esattamente come succede per i “nostri” anziani, o disoccupati, o disabili.

Certo, oltre ai regolari in Italia ci sono fra i quattrocento e i cinquecentomila irregolari o “clandestini”. Sono extracomunitari che arrivano da Paesi dove il visto non è richiesto. Fingono di essere turisti, ma poi si fermano. Oppure sono migranti sfuggiti alle maglie del sistema di accoglienza, in attesa di riuscire a varcare i nostri confini e dirigersi vero il Nord Europa. Alcuni lavorano nel sommerso, esposti a ogni genere di angherie e sfruttamento. Qualcuno commette reati, succede in tutte le comunità. Altri girano nelle nostre città, lavano i vetri, vendono cianfrusaglie, chiedono l’elemosina. Nessuno li vuole, neppure i Paesi da cui sono partiti. Ce ne sono alcuni che camminano con pile di libri che parlano di posti lontani. Chi si ferma ad ascoltarli a volte incontra giovani istruiti e dopo aver comprato uno dei loro testi si chiede se non ci sia un modo migliore per metter a frutto la loro istruzione.

Veniamo agli “sbarchi”, ai migranti che vengono prevalentemente dall’Africa: è su questo che oggi si litiga. Hanno iniziato ad arrivare in massa dopo la caduta di Gheddafi, il picco si è avuto nel 2016: 180.000 sbarchi, la maggior parte dopo un salvataggio in mare, altrimenti sarebbero affogati. È a seguito di questa ondata che sono iniziati i problemi organizzativi e, si dice, gli “immani” costi. Dopo lo sbarco, i migranti vanno identificati, alloggiati, nutriti, in molti casi curati. E poi? Ormai la maggior parte chiede asilo e protezione umanitaria. È una procedura che in Italia può durare anni. Nel frattempo i richiedenti non hanno diritto a un permesso di circolazione o lavoro. Vengono perciò tenuti nel centri di accoglienza. Ed è qui che casca l’asino.

PER FUNZIONARE, l’accoglienza richiede organizzazione. Inoltre costa, in particolare quando è inefficiente. Sulla carta, l’Italia ha un sistema ben disegnato (si chiama SPRAR – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Consiste in una rete di enti locali che, accedendo ad un Fondo nazionale, dovrebbero realizzare progetti di integrazione e formazione, insieme a cooperative esterne. Ma tantissimi comuni dicono: non nel mio giardino (la nota sindrome NIMBY), facciano gli altri. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei migranti viene parcheggiata in centri di accoglienza straordinaria, gestiti direttamente dalle prefetture. Secondo una recente indagine della Corte dei Conti, qui succede un po’ di tutto. Strutture residenziali fuori norma, sovraffollamento, infiltrazioni mafiose, standard igienici sotto soglia, pochi controlli. E soprattutto poco o nulla da fare: i migranti stanno lì a bighellonare, alcuni escono e rientrano, altri scappano, nessuno gli insegna l’italiano. In questo limbo di attesa per il responso dei giudici ci sono circa trecentocinquantamila persone. Un grande fascio di erbe indistinte. Per dirla di nuovo con Brecht: nel fascio si può essere buoni quanto si vuole, ma nessuno te lo riconosce. Vi sono naturalmente delle eccezioni. Alcuni prefetti, alcuni Comuni, alcune cooperative hanno davvero fatto miracoli: corsi di formazione, lavori socialmente utili e stage, ripopolazione di bellissimi borghi dei nostri Appennini. Ma, come sempre in Italia, il funzionamento medio del sistema è scadente, con punte di eccellenza ma anche di indecenza.

Chi paga? L’accoglienza costa nel complesso fra i quattro e i cinque miliardi l’anno. L’Unione europea ci ha autorizzato a finanziarli in deficit, come se fosse un investimento sociale sul futuro. In parte lo è o lo sarebbe. Molti di questi migranti potrebbero fare lavori che noi italiani non vogliamo più fare (agricoltura, edilizia). Alcuni sono istruiti, potremmo impiegarli nella sanità, nel sociale, nelle fabbriche. E, come si è detto, abbiamo un grande bisogno di nuovi contribuenti per pagare le pensioni. Keynes ci ha insegnato che la spesa in deficit è accettabile quando i soldi si usano per preparare il futuro. Ma ci deve essere, appunto, preparazione: un grande progetto, una strategia di attuazione, coordinamento, monitoraggio, valutazione (per non parlare di onestà e buone maniere). Da noi la politica si è invece focalizzata solo sui paroloni, pronunciando verdetti generali: bisogna accoglierli, no bisogna respingerli; sono utili qui da noi, no se ne stiano a casa loro. Nessuno che abbia fatto ragionamenti empirici, scelte pragmatiche.

Questo vale anche per le famose spese immani. Si dice: i quasi cinque miliardi sono troppi, sono uno “spreco”, vanno a “loro” invece che essere spesi per “noi”. Non è così. Quando va bene, a ciascun migrante arrivano due euro e mezzo al giorno per le piccole spese. Vengono alloggiati e nutriti, questo è vero; d’altra parte, non gli è consentito lavorare. In realtà il grosso della spesa va a italiani: ai proprietari delle strutture di accoglienza, ai fornitori, alle cooperative e così via. L’accoglienza è diventata un business. Con molte ombre (c’è gente senza scrupoli che si è arricchita, e molto), ma anche qualche luce. Il terzo settore ha potuto crescere e rafforzarsi, gli appalti per i progetti hanno dato reddito e lavoro a molti disoccupati nativi. L’aumento (abbastanza sorprendente, vista la crisi) di occupazione femminile nelle regioni del Sud è stato quasi tutto “tirato” dal sistema dell’accoglienza.

SE SOLO IL NOSTRO STATO (ma anche la società civile) avessero più capacità organizzativa e un po’ più di lungimiranza, la sfida dei migranti non sarebbe così drammatica. Da problema intrattabile potrebbe trasformarsi in soluzione: anzi un menù di soluzioni per affrontare il calo demografico, la sostenibilità delle pensioni, il rilancio dei servizi sociali e dell’agricoltura, il depopolamento delle aree interne e così via. È giusto chiedere agli altri Paesi europei aiuti per le emergenze e redistribuzione degli sbarchi. È anche ora che l’Unione europea si svegli e lanci un grande piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa. Ma se il sistema di accoglienza italiano è un colabrodo inefficiente, dobbiamo prendercela solo con noi stessi. E rimboccarci tutti le maniche: ci conviene.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Sette del 19 Luglio 2018

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L’Unione e il welfare limitato per gli stranieri

Meno welfare agli immigrati, anche quelli che provengono da altri paesi UE. Con questa proposta, David Cameron ha lanciato da qualche mese un attacco alla libertà di movimento dei lavoratori, uno dei pilastri portanti del mercato interno e dell’intera costruzione europea. Le reazioni di Bruxelles e dei paesi dell’Est sono state finora molto negative. Ma dalla parte del premier inglese potrebbe ora schierarsi uno strano “compagno di letto”: il partito socialdemocratico tedesco. Durante le feste, la Ministra Andrea Nahles (SPD) ha infatti proposto di escludere i migranti UE dai sussidi di disoccupazione per almeno un anno dopo il loro arrivo. Pochi giorni fa, Angela Merkel si è dichiarata d’accordo. Sulla scia della crisi dei rifugiati, l’opinione pubblica sta diventando sempre più tiepida rispetto alla politica delle porte aperte. Un recente sondaggio ARD rivela che oggi due terzi dei tedeschi vorrebbe chiudere le frontiere, dodici punti percentuali in più rispetto all’estate scorsa.

Come valutare le richieste britanniche, ora in parte condivise da Berlino? I migranti intra-UE sono circa 14 milioni. La loro incidenza sulla popolazione autoctona è maggiore nel Regno Unito, in Germania, nei paesi nordici e nel Benelux. I dati economici segnalano che per i paesi riceventi i benefici in termini di tasse e contributi sono superiori ai costi in termini di welfare. E’ però vero che, durante la crisi, in alcune aree geografiche e settori occupazionali vi è stata concorrenza diretta fra immigrati e lavoratori nazionali, soprattutto quelli con basse qualifiche. In molte città del Nord Europa le comunità di polacchi, romeni, bulgari si concentrano in alcuni quartieri, rendendo particolarmente visibile la loro diversità linguistica, culturale, spesso di costumi. E non sono mancati casi di opportunismo e frodi nella fruizione delle prestazioni sociali. Come ben sappiamo, si tratta di fenomeni che riguardano anche i nativi. Ma quando i protagonisti sono gli immigrati, lo scalpore è più alto.

Gli elettori nazionali tendono a non distinguere fra migranti intra o extra-UE e sovrappongono gli effetti dell’integrazione europea con quelli più generali della globalizzazione. I partiti euroscettici sfruttano questa confusione, cavalcano e spesso istigano paure e diffidenze, diffuse in particolare fra i cittadini economicamente più vulnerabili. Per ora, nella maggior parte dei paesi riceventi i favorevoli a mantenere le porte aperte ai migranti intra-UE sono ancora la maggioranza, intorno al 51 percento. Ma i margini sono stretti, e rispetto a due anni fa il calo è stato massiccio.

Ad oggi, il diritto UE vieta le disparità di trattamento fra nazionali e non nazionali. Che piaccia o no, Bruxelles dovrà però rassegnarsi ad ammorbidire qualche regola. Bilanciare la salvaguardia fra libertà di movimento e il “cattivo umore” degli elettori non sarà certo facile. Le richieste di Cameron (quattro anni di attesa prima di aver diritto al welfare) sono eccessive. La soluzione sta nel mettere a punto percorsi di accesso differenziato. Ai migranti che s’inseriscono da subito nel mercato del lavoro andrebbero riconosciuti, come oggi, pari diritti dal primo giorno. Per i migranti senza lavoro, i non attivi e i familiari a carico (soprattutto se restano nei paesi di origine) si dovrebbero invece ammettere limitazioni.

L’Unione europea non è solo uno spazio economico, è anche un insieme di “case nazionali” con proprie tradizioni di solidarietà e pratiche di condivisione sociale. Almeno in una prima fase, è comprensibile che il migrante UE non venga percepito come concittadino, anche se ha un lavoro. L’essenziale è che non venga respinto, né trattato come un intruso o, peggio ancora, sfruttato: salari più bassi, lavoro irregolare, inadeguata tutela sindacale e così via. Questa è la linea rossa che non deve essere oltrepassata. In gioco non è solo la salvaguardia del mercato unico (libertà di circolazione), ma anche il legame fra il progetto europeo e i valori dell’eguaglianza e della pari dignità. La lingua inglese ha una apposita parola per denotare chi non è più straniero ma non è ancora un cittadino a pieno titolo: denizen. Per chi si trova in questa condizione, le regole da imporre sono quelle dell’ospitalità fra vicini, basate sulla reciprocità e la buona condotta. Da parte di chi viene ospitato, ma anche di chi ospita.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera dell’11 gennaio 2016

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Dubbi amletici sul mito dei danesi solidali

Come può un Paese ricco chiudersi a riccio di fronte al dramma dei profughi? C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca, diceva Marcello nell’Amleto di Shakespeare. Ma c’è una spiegazione più prosaica: la presenza di un agguerrito partito xenofobo in parlamento.

L’attuale premier conservatore Rasmussen guida un monocolore di minoranza e non può ignorare il peso di questa formazione (più del 20%), di marca neo-populista. I leader politici di qualità sanno naturalmente rimodellare gli orientamenti delle loro opinioni pubbliche. Evidentemente questo non è il caso delle élites danesi. La Danimarca ha uno dei sistemi di welfare più generosi del mondo, emblema di solidarietà universalistica e pari opportunità.

Ma ha anche qualche scheletro nell’armadio. Nel boom del dopoguerra, questo Paese aveva bisogno di manodopera, ma si guardò bene di aprire le porte agli immigrati (la via tedesca). Il problema fu risolto spingendo le donne nel mercato del lavoro e sviluppando un welfare basato sui servizi alle famiglie che fosse funzionale a questa soluzione. L’altra faccia del solidarismo interno è stata insomma la chiusura verso l’esterno.

L’economia danese è piccola e competitiva, ha bisogno di libertà di commercio. Il problema è che non si può avere insieme questo mondo (l’apertura economica che porta vantaggi) e quell’altro (la chiusura delle frontiere per non avere fastidi). I Paesi scandinavi sono diventati membri di un più ampio spazio europeo che consente la libera circolazione in entrambi i sensi: uscite ed entrate. Nell’impero romano i rapporti fra le province erano disciplinati dallo ius hospitii , il diritto di ospitalità reciproca. Alla fine della tragedia shakespeariana, Amleto confessa: preferirei essere romano piuttosto che danese. Ci riflettano oggi i suoi conterranei.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 11 settembre 2015

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