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L’ambiguità dei 5 stelle rischia di diventare cronica

In politica l’ambiguità è un’arma a doppio taglio. Non dire troppo su cosa si vuole fare (principi, programmi) può attrarre elettori insoddisfatti, disorientati, delusi. Ma non aiuta quando un movimento deve fare alleanze, men che meno quando si trova a governare.

Il discorso protestatario di Grillo, imperniato sulla continua denigrazione dello status quo, su richiami a valori prevalentemente procedurali (democrazia diretta) o comportamentali (onestà, trasparenza) ha in effetti conquistato quote crescenti di elettori alienati dalla politica, soprattutto giovani. Ma alla prime prove importanti di governo (Roma) e di coalizione con altri partiti(Parlamento europeo) è subito cascato l’asino. L’ambiguità ideologica e l’improvvisazione programmatica si sono rivelate un grande handicap.

Nel Parlamento europeo i gruppi sono prevalentemente ordinati un base alla tradizionale dimensione destra-sinistra, quella che consente di catturare subito la collocazione ideologica e programmatica di un partito. Ci sono i Socialisti e i Popolari (da sempre in coalizione), seguiti dai liberali. Sulla destra stanno le formazioni euroscettiche (ostili all’euro, all’immigrazione, all’apertura commerciale). Al polo opposto si collocano invece i gruppi di sinistra radicale. Nel 2014, Grillo ha scelto di apparentarsi con Farage, l’uomo della Brexit, sulla base di un vago programma anti-europeista e pro-referendario. Questo improvvido legame non ha oggi più senso. I Cinque Stelle hanno accostato altri gruppi, ma hanno trovato udienza solo da parte dei liberali. I quali però, alla stretta finale, hanno preso atto di non avere alcuna affinità ideale e programmatica con Grillo.

La verità è che il profilo dei Cinque Stelle è quasi del tutto indecifrabile nel panorama politico europeo, anche in raffronto ai tanti nuovi partiti di protesta nati qui e la nell’ultimo decennio, i quali non hanno mai smarrito l’ancoramento alla dimensione destra-sinistra. Per limitarci al Sud Europa, Podemos e Syriza s’ispirano alla sinistra radicale, Ciudadanos è una formazione moderata di centro, La Lega è di destra, Alba Dorata o Anel in Grecia sono di destra estrema. I Cinque Stelle rifiutano invece per principio ogni caratterizzazione in questa chiave. Sostengono che destra e sinistra sono categorie superate, ormai irrilevanti. Peccato che pressoché tutte le grandi sfide politiche di oggi presuppongono ancora oggi scelte di valore imperniate sulle classiche opposizioni libertà-uguaglianza, apertura-chiusura, mercato-stato, Occidente-Russia. In assenza di un quadro simbolico generale (per crederci basta una breve lettura del programma sul sito di Grillo),l’azione politica si riduce a uno spezzatino di piccole misure, magari anche ragionevoli, ma isolate, incapaci di fornire un senso generale di marcia, una meta. Restano gli slogan sull’onestà e la democrazia diretta: contenitori vuoti, che vanno riempiti di contenuti.

Quanto potrà durare questa ambiguità? Può una formazione che rappresenta fra il 20 e il 30 percento dell’elettorato limitarsi a criticare l’esistente senza spiegare bene dove vuole andare e limitandosi a piccole proposte? Il cosiddetto  reddito di cittadinanza avrebbe potuto costituire  la base per costruire una visione articolata e coerente del modello sociale italiano o persino europeo. Per ora così non è stato. Anzi, l’espressione stessa è fortemente ambigua rispetto al dibattito internazionale e molti pentastellati la usano a sproposito, anche rispetto alla proposta di legge da loro stessi depositata.

Senza un chiarimento, i Cinque Stelle rischiano di dissipare un significativo capitale politico, di restare isolati e inconcludenti. E di costringere la politica italiana a una nuova, lunga stagione di stallo, dovuto alla presenza ingombrante di una  formazione che non ha il coraggio di schierarsi e di pensare in grande. E dunque condannata a non maturare mai la competenza e la responsabilità indispensabili per governare.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera dell’11 dicembre 2017.

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I 5 stelle vogliono governare il paese come i turisti giapponesi

Gli abitanti di Cartagena regolavano gli orologi in base ai colpi di cannone sparati a mezzogiorno. Un giorno, un turista giapponese nota che il cannone è in anticipo di cinque minuti rispetto al suo cronometro. Gli dicono che non è possibile, il segnale arriva dall’orologiaio del paese, il più famoso del mondo. Il giapponese allora va dall’orologiaio e gli chiede: ma lei in base a cosa regola i suoi orologi?  Risposta: in base ai colpi di cannone.

L’aneddoto è dello psicologo austro-americano Paul Watzlavick, noto per aver messo nudo i circoli viziosi che possono innescarsi nelle comunità sociali. Nel suo contro-discorso di Capodanno, Beppe Grillo ha usato la storiella come metafora della politica italiana: un sistema assurdamente autoreferenziale fino all’arrivo dei Cinque Stelle. I quali, nel ruolo di turisti giapponesi, “hanno rotto tutta questa roba circolare” che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi decenni. L’immagine di Grillo è suggestiva, la rottura in effetti c’è stata. Ciò che non si vede (Roma docet) è però la “roba” nuova che dovrebbe sostituire quella vecchia.

Il turista giapponese di Cartagena riesce a spezzare il circolo vizioso perché possiede un cronometro di precisione. Il suo non è un punto di vista fra tanti (uno vale uno), ma un giudizio di fatto, basato su criteri condivisi di misurazione. Qual è l’orologio dei Cinque Stelle? I leader pentastellati spesso si stupiscono perché le loro proposte non vengano accolte “dagli altri”. Ma perché dovrebbero, esattamente? Quale standard garantisce la superiorità di queste proposte – dal reddito di cittadinanza all’istruzione? Fare i turisti giapponesi non basta per governare un grande paese (o anche solo la sua capitale). Ci vogliono i cronometri di precisione. Sennò le cose non cambiano, anzi possono addirittura peggiorare.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 gennaio 2017

 

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