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Il ritorno rovinoso all’assistenzialismo della Prima Repubblica

Il tempo stringe, ma non si capisce ancora che cosa i 5 Stelle intendano per «reddito di cittadinanza». Sul loro blog plaudono alla proposta Macron (che vuole fondere in un’unica prestazione tutti gli esistenti sussidi assistenziali) e al sindaco di Chicago (che vuole sperimentare un reddito incondizionato). Nell’imbarazzo della scelta, la prima e scontatissima mossa sarà l’aumento delle pensioni minime, non è chiaro se utilizzando l’Isee (come sarebbe logico) oppure no. Perché non si costruisce partendo da ciò che già c’è? Abbiamo un sussidio alla povertà: si chiama Rei. Va migliorato, non fatto fuori. Prendendo spunto da Macron, si potrebbe semmai far confluire qui molte delle altre misure assistenziali. Esiste già anche un’assicurazione contro la disoccupazione, allineata agli standard europei. Che senso ha — come si sente proporre — scippare questo schema dei suoi introiti contributivi per finanziare il reddito di cittadinanza? Di Maio vuole anche reintrodurre la Cassa Integrazione per cessazione di attività. Ma se un’azienda chiude, non ci sono più ore di retribuzione da «integrare». Come in tutti gli altri Paesi, si deve ricorrere alle prestazioni di disoccupazione (da noi la Naspi). La nuova misura, si ripete, sosterrà i bisognosi permettendo loro di rientrare nel mondo del lavoro. Per questo si potenzieranno i centri pubblici per l’impiego. La maggioranza delle persone povere risiede al Sud, molti sono immigrati (non è che li escluderanno dalla misura? Il diritto Ue non lo consente). Conosciamo i problemi dell’economia meridionale. Anche se i centri per l’impiego diventassero più numerosi ed efficienti di quelli tedeschi, non si capisce quali e quanti posti di lavoro essi potranno offrire. L’esito più probabile è che si aumentino i dipendenti dei centri regionali e poi si trasformino i beneficiari in lavoratori socialmente utili a vita. Altro che rivoluzione. Un rovinoso ritorno al peggiore assistenzialismo della Prima Repubblica.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Settembre 2018

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Le «manine», la politica e l’imprescindibile verità dei numeri

Maurizio Ferrera

Non è la prima volta che si parla di una «manina» che modifica un testo legislativo in bozza. Facciamo in modo che sia anche l’ultima. Si predisponga un percorso—protetto da password—peri il transito dei testi ufficiali da un ufficio a un altro, sino all’approdo in Parlamento. Non dovrebbe essere difficile neppure per un Paese poco digitalizzato come il nostro. Potremo così smettere di sprecare tempo in sterili polemiche. Nello specifico, la vicenda di questi giorni solleva però due questioni serie. La tabella che non piace al ministro Di Maio contiene stime finanziarie sulle nuove norme sul lavoro. Che cosa si contesta? Le fonti, il metodo, i calcoli? Il governo si è posto l’obiettivo di scoraggiare i contratti precari e favorire quelli stabili. Ma avrà ben fatto un qualche ragionamento sull’efficacia, anche quantitativa, degli strumenti prescelti. Si apra allora un confronto pacato sui punti di vista, sul modo di ordinare e analizzare i dati. Accuse e sospetti confondono solo le idee dei cittadini. L’altra questione riguarda il rapporto fra verità di fatto e decisioni politiche. Ogni governo ha un programma e ha diritto di perseguirlo in base a valutazioni politiche. Nessuna decisione può però prescindere dalla realtà. Il confronto fra punti di vista ha senso nella misura in cui condivide un punto di riferimento empirico. Le polemiche del governo sui conti previdenziali, sui numeri dell’immigrazione e del mercato del lavoro tradiscono una preoccupante insofferenza verso la «materiafattuale» che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni provvedimento e che ne costituisce anche il limite. Chi governa non può prendersela coi dati né screditare le istituzioni serie (non molte, in Italia: l’Inps è una di queste) che li producono e li analizzano. Hanna Arendt diceva che i fatti hanno un’inflessibile e vistosa ostinatezza. Non possono essere cambiati a proprio piacimento. Su questo fronte il governo Conte non sta esordendo bene. Le belle parole (come «dignità») e le dichiarazioni a effetto possono impressionare nei primi cento giorni. Dopo contano i risultati. Cioè, appunto, i fatti e i dati che li misurano.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 17 Luglio 2018

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