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Le parole dei ministri e la prova dei fatti

Lo stile di governo Le dichiarazioni sui migranti e sulla sicurezza, le promesse sullo sviluppo, il lavoro e gli investimenti: l’esecutivo continua a vendere promesse 

Maurizio Ferrera

La vicenda della nave Diciotti ha indotto il governo a misurarsi con il grande tema della «responsabilità». La magistratura ha chiesto al Parlamento di rendere formalmente imputabile il ministro Salvini per eventuali reati personali. Il premier Conte ha deciso di spostare la discussione dal piano giuridico a quello politico. Mi assumo io la responsabilità, ha sostanzialmente detto. Le scelte sul caso Diciotti sono state condivise dall’intero governo e hanno risposto a gravi minacce pubbliche, ha aggiunto. Per ora non c’è evidenza che comprovi le affermazioni del governo: bisogna aspettare le carte. Sin d’ora è però utile riflettere su alcune implicazioni generali di questo specifico episodio.

Quello di responsabilità politica è un concetto impegnativo. In democrazia, chi governa deve tener in conto gli interessi degli elettori (in particolare i propri) ed è principalmente a loro che deve dare conto delle proprie scelte. Il tutto, ovviamente, nel rispetto dei vincoli dello stato di diritto. Ma non c’è solo la responsabilità elettorale. L’azione di governo deve poggiare su alcuni elementi essenziali: competenza, capacità di diagnosticare correttamente i problemi, di rispondere a sfide improvvise e soprattutto di salvaguardare le condizioni che consentono al sistema-Paese di crescere in un contesto di stabilità sociale e politica. Prendiamo un momento per buona la giustificazione offerta da Conte sul blocco degli sbarchi: minacce alla sicurezza.

Ma minacce simili non provengono anche dalla disastrosa gestione delle strutture in cui vengono parcheggiati i migranti già sbarcati? Molti di loro fuggono e si riversano sulle strade come clandestini. Un fenomeno che si aggraverà con le restrizioni del decreto Salvini. Perché il governo non si fa carico anche di queste sfide?

Giovanni Sartori distingueva fra responsabilità dipendente o «ricettiva» (quella verso gli elettori) e responsabilità indipendente o «funzionale». In questo secondo caso, il punto di riferimento è «l’interesse dell’intero», non quello di questa o quella parte. Si può discutere sui contenuti e sui modi di tutelare questo interesse. Tuttavia alcuni beni collettivi sono scontati, in particolare lo sviluppo del Paese nelle sue varie dimensioni, a partire da quella economica.

Su questo fronte il governo sta giocando col fuoco. L’Istat ha confermato che l’Italia è in recessione. Alcuni ministri hanno cercato prima di screditare dati e analisi. Poi di incolpare i governi precedenti. Un tentativo che lascia il tempo che trova. Solo i posteri potranno azzardare sentenze e comunque i fatti di oggi riguardano solo ed esclusivamente chi governa oggi. È vero che anche gli altri Paesi Ue rallentano. Ma, appunto, «rallentano», mentre noi precipitiamo sotto lo zero. Come ha ricordato ieri il Governatore Visco, le frenate congiunturali degli altri Paesi tendono da noi a trasformarsi in periodi di persistenti stagnazioni.

Altro che boom imminente (Di Maio) o fra sei mesi (Conte) per gli effetti della legge di bilancio. Secondo gli esperti, l’impatto sul Pil di quota cento e del reddito di cittadinanza (i due piatti forti) sarà uno zero virgola. Abbastanza per parlare di «ripresa incredibile», di un 2019 «bellissimo» (sempre Conte)?

Quanto ai famosi investimenti, senza ima dettagliata strategia di sblocco l’idea che vi possa essere un rapido impatto sul Pil non è credibile. Come ha osservato Dario Di Vico su queste colonne (Corriere 1 febbraio), il nodo degli investimenti pubblici è intricatissimo e il governo non sembra proprio avere la capacità tecnico-amministrativa per districarlo.

È lecito inoltre esprimere forti dubbi sulle ambiziose iniziative di accompagnamento al lavoro previste per i beneficiari del reddito di cittadinanza e dunque sulla crescita dell’occupazione. Ci sarà infatti una sfasatura temporale tra l’erogazione dei primi sussidi e l’entrata in vigore di quelle iniziative. È chiaro che i tempi di erogazione rispondono a logiche elettorali: l’interesse dell’«intero» può aspettare.

Quanto più la responsabilità elettorale prevale sulla responsabilità funzionale, tanto più è probabile che l’interesse generale sia sacrificato rispetto agli interessi di parte. O meglio, gli interessi «supposti». Molti dei nuovi pensionati si ritroveranno a casa con un trasferimento inferiore a quello standard e senza possibilità di integrarlo con altri redditi da lavoro. I loro figli e nipoti vedranno aumentare il già enorme fardello che il debito pubblico scarica sulle loro spalle. Questi effetti convengono davvero alle «parti» rappresentate da Di Maio e Salvini?

Il governo non sembra misurarsi con i fatti, preferisce vendere illusioni. Se l’impostazione non cambia, invece di proteggere e promuovere l’intero, questo governo rischia di spezzarlo. A quel punto non ci sarà certo bisogno della palla di cristallo per indovinare quale sarà la sentenza dei nostri posteri sulle politiche gialloverdi: gravemente insufficienti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 Febbraio 2019

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Che sbaglio essere solo attori non protagonisti

Maurizio Ferrera

È la prima volta, in più di sessant’anni di storia dell’integrazione, che si sta preparando un’ambiziosa riforma Ue senza la partecipazione attiva dell’Italia. Con la Brexit, siamo diventati il «terzo grande», potremmo e dovremmo svolgere un ruolo cruciale nella definizione dell’agenda europea. L’auto-esclusione di Roma dalla partita che si è aperta a Bruxelles sul bilancio dell’eurozona (un primo tassello della vasta e articolata strategia concordata a Meseberg tra Berlino e Parigi) è destinata a provocare gravi danni.

L’Italia non ha mai fatto parte del «motore franco-tedesco», ma dietro le quinte — e in alcuni casi in maniera esplicita — i nostri governi hanno operato come mediatori e facilitatori dei vari accordi, contribuendo con idee e iniziative politiche a superare i blocchi e a orchestrare il consenso. Agendo come mediatrice — a volte addirittura come ago della bilancia — degli equilibri europei, l’Italia è anche riuscita nel tempo a modellare le decisioni Ue in modo da non essere penalizzata.

Questa strategia raggiunse il culmine durante i negoziati del Trattato di Maastricht. Andreotti, De Michelis e Carli fecero un ingegnoso gioco di squadra per favorire l’intesa franco-tedesca e al tempo stesso neutralizzare alcune richieste del Regno Unito (che non voleva l’euro) e dell’Olanda (che lo voleva, ma senza di noi). Anche i governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno seguito questa strategia. Pur con alti e bassi, negli snodi cruciali del processo d’integrazione la nostra politica europea è sempre riuscita a prendere due piccioni con una fava: favorire l’integrazione e al tempo stesso modellarne il profilo.

Quello che chiamiamo il «vincolo esterno» è stato in realtà pazientemente costruito nel tempo con il nostro fattivo contributo.

Tria, Savona e Moavero sono certamente consapevoli dei rischi che l’Italia corre rompendo oggi questa lunga tradizione. Forse dietro le quinte stanno cercando di tenere aperto qualche spiraglio di dialogo. Salvini e Di Maio stanno invece facendo di tutto e di più per isolarci da Bruxelles, mettendo in serio pericolo il principale contrafforte della stabilità politica ed economica italiana dal dopoguerra ad oggi.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 26 Novembre 2018

 

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Due pericolose mezze verità sui nostri conti pubblici

Maurizio Ferrera

Perché, esattamente, stiamo litigando con la Ue? Secondo il governo la colpa è tutta di Bruxelles, che si sta impuntando sui «numerini» e vorrebbe impedirci di spendere quanto necessario per le riforme. Ma se è così, perché il governo vuole fare proprio quelle riforme, con quei costi? Qui entra in gioco una seconda argomentazione: «Lo abbiamo promesso agli italiani». Cedere anche solo di un millimetro — l’unità di misura preferita da Salvini — significherebbe tradire gli impegni elettorali, sacrificare la democrazia in ossequio alla tecnocrazia e ai mercati.

Queste giustificazioni sono due mezze verità, ma la loro somma non produce una verità intera, bensì un inganno. Prendiamo la questione delle promesse. Nei programmi elettorali di Lega e Cinque Stelle figuravano, sì, la revisione della riforma Fornero, la flat tax e il reddito di cittadinanza. Ma come obiettivi generali, non specificati. Tanto è vero che, a un mese dall’approvazione della legge di Bilancio, non abbiamo ancora informazioni sui contenuti di questi provvedimenti, sulle loro modalità operative, sui loro effettivi oneri finanziari. In campagna elettorale, nessuno dei due partiti aveva poi chiarito che le famose riforme sarebbero state fatte in deficit, creando nuovo debito. Anzi, sul reddito di cittadinanza Di Maio e Di Battista ci avevano assicurato che le coperture erano già state individuate, addirittura «bollinate».

Per non parlare del fatto che gli elettori della Lega non sapevano che in realtà stavano indirettamente votando anche le proposte dei Cinque Stelle, e viceversa: l’alleanza post-elettorale è stata una grande sorpresa. Su questo sfondo, il contratto di coalizione e le misure della legge di bilancio hanno un legame davvero molto tenue con le promesse elettorali. Che non possono dunque essere invocate per giustificare i contenuti specifici della manovra e soprattutto quei «numerini» su deficit e debito che ci stanno isolando dall’Europa.

Ancora a luglio, il governo Conte aveva confermato alla Ue l’impegno a rispettare le regole fiscali dell’eurozona. Alla luce degli avvenimenti successivi, quella sì che è stata una promessa non mantenuta (perché farla, allora?). Dopo un interminabile balletto di cifre, a settembre sono arrivati i conti della spesa (quasi 25 miliardi di deficit in più rispetto all’impegno di luglio) e i due vicepremier hanno aperto le ostilità contro Bruxelles, in nome del popolo sovrano. Chi si sta impuntando sui «numerini» che violano gli impegni: tutti gli altri governi europei oppure Salvini e Di Maio?

La seconda e più generale mezza verità riguarda l’idea di democrazia. Si dice: chi governa deve tenere in conto le preferenze dei cittadini, espresse attraverso il voto. Su questo non ci piove, per carità. Il rispetto del mandato elettorale non è però l’unico dovere di un governo democratico. Occorre anche rispettare la Costituzione (che prescrive il pareggio di bilancio e l’osservanza dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario) e tutelare quello che Giovanni Sartori chiamava «l’interesse dell’intero»: cioè salvaguardare le condizioni base per il funzionamento dell’economia, delle istituzioni, della sicurezza collettiva, delle relazioni internazionali e così via. Fra una elezione e l’altra possono sorgere sfide nuove, che esulano da quanto previsto nei programmi elettorali o nei contratti di coalizione. In questi casi, chi governa deve prendere decisioni responsabili, considerare la comunità politica nel suo complesso, pensando al lungo periodo e non alle prossime elezioni.

L’attuale legge di bilancio e il conflitto con Bruxelles rischiano di provocare una seria crisi finanziaria e di compromettere i rapporti con i nostri partner, forse la nostra stessa appartenenza alla Ue. Ad essere allarmati non sono solo le istituzioni internazionali e tutti gli altri governi europei, ma anche l’Italia che produce e risparmia. Insistere con la prova di forza, rifiutarsi di cercare un ragionevole compromesso non ha nulla a che vedere con la presunta lotta fra democrazia e mercati, fra popolo e burocrati non eletti. E’ semplicemente una scelta irresponsabile. E, più che un inganno, un (madornale) errore.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 23 Novembre 2018

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Europa e debito: l’azzardo che temono i moderati

Maurizio Ferrera

L’aumento dello spread sui titoli italiani non dipende da un complotto, ma da legittime e comprensibili preoccupazioni nei confronti di ciò che sta accadendo in Italia. Per convincersene basta dare un’occhiata ai mezzi d’informazione internazionali. Le misure, i progetti, le dichiarazioni del nuovo governo giallo-verde sono considerate come primo «assaggio» di una trasformazione politica — il sovranismo al governo — che potrebbe in futuro interessare altri Paesi europei e forse la stessa Unione. Dopo la Germania e la Francia, siamo il terzo Paese per peso politico, abbiamo la seconda manifattura d’Europa, condividiamo moneta e mercato con altri 19 Paesi membri. E ci stupiamo se gli altri ci osservano e ci giudicano?

I timori non provengono solo dal cosiddetto establishment, i «poteri forti». Ad essere perplessi e inquieti sono anche gli elettori moderati, quelli che si collocano fra il centrodestra e il centrosinistra e che desiderano il cambiamento ma in forme ordinate e prevedibili. E che ancora credono nel progetto europeo, anche se magari non condividono tutte le politiche Ue. Un recente rapporto del Pew Research Center segnala che questi elettori costituiscono ancora la maggioranza nei principali Paesi: Germania (68%), Francia (53%), Spagna (51%), Olanda (72%), Svezia (8O%). In Italia la percentuale è al 47% e può darsi che sia recentemente diminuita.

Ma stiamo in ogni modo parlando di una quota consistente di elettori, che molto probabilmente condividono i dubbi e i timori di tutti i moderati europei in merito allo scenario che si è aperto con la formazione del governo Di Maio-Salvini.

La situazione italiana preoccupa per due motivi. Innanzitutto per gli sviluppi economici interni: debito, deficit e soprattutto i contenuti della manovra. L’obiettivo del governo è «risarcire» una lunga serie di categorie dai costi della crisi e, al tempo stesso, dare impulso al Pil. È vero che a certe condizioni non è impossibile conciliare la redistribuzione con la crescita. Ma è un’operazione che richiede strategie molto articolate e mirate, da realizzare tramite strumenti di alta precisione. Al di là dei numerini, ciò che sconcerta gli investitori internazionali e le istituzioni Ue è l’improvvisazione con cui il governo sta procedendo, i suoi continui ondeggiamenti, la mancanza di informazioni. I Cinque Stelle hanno presentato un primo disegno di legge sul reddito di cittadinanza nel 2013, ma sono arrivati al Ministero del Lavoro senza dati, stime, idee concrete. Di Maio ha scaricato sul ministro Tria il compito di «trovare i soldi». La stessa cosa si può dire per la flat tax voluta dalla Lega. Aspettiamo di esaminare la proposta di Legge di Bilancio. Intanto per chi ci guarda dall’esterno la strategia di spesa del governo appare come un vero e proprio azzardo. Come dargli torto?

La seconda preoccupazione riguarda l’Europa. Che cosa si propone esattamente il primo governo sovranista Ue su questo fronte? Sinora gli unici segnali sono stati di tipo esclusivamente negativo. Si è iniziato con il famigerato Piano B sull’uscita dell’Italia dall’euro (che ogni tanto riemerge in qualche dichiarazione). Si è continuato con i pugni sul tavolo sugli sbarchi e gli ammiccamenti a Orbàn (e Putin). Ora è iniziata una prova di forza con la Commissione sui famosi numerini, senza capire che il vero problema sono i contenuti. Il tutto condito da un linguaggio aggressivo e persino minaccioso. Giustamente mercati e partner si chiedono: Roma vuole distruggere la Ue? Si sta candidando ad essere l’epicentro di un terremoto che sconquasserà quell’edificio che l’Italia contribuì a fondare sessanta anni fa? Se non è questa l’idea, come si vuole cambiare l’Unione, esattamente?

Il ministro Savona ha preparato un documento per una nuova «Politeia» europea, che ha un approccio critico sull’austerità, ma è costruttivo per il futuro. Si tratta di una proposta condivisa e ufficiale? Sono queste le domande che si pone chi deve decidere se comprare i nostri titoli di stato. E sicuramente anche i leader di molti altri Paesi, con i loro elettori. L’impressione è peraltro che se lo stia chiedendo anche un numero crescente di italiani.

Vista dall’esterno, l’Italia rischia di diventare un focolaio di instabilità economica e politica da cui dipende in larga parte il destino di tutto il continente. La lunga crisi ha avuto da noi dei costi sociali particolarmente elevati, il desiderio di cambiare è comprensibile. I salti nel buio sono però molto rischiosi. L’unica inquietante certezza è che non si sa dove finiremo.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 Ottobre 2018

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Il ritorno rovinoso all’assistenzialismo della Prima Repubblica

Il tempo stringe, ma non si capisce ancora che cosa i 5 Stelle intendano per «reddito di cittadinanza». Sul loro blog plaudono alla proposta Macron (che vuole fondere in un’unica prestazione tutti gli esistenti sussidi assistenziali) e al sindaco di Chicago (che vuole sperimentare un reddito incondizionato). Nell’imbarazzo della scelta, la prima e scontatissima mossa sarà l’aumento delle pensioni minime, non è chiaro se utilizzando l’Isee (come sarebbe logico) oppure no. Perché non si costruisce partendo da ciò che già c’è? Abbiamo un sussidio alla povertà: si chiama Rei. Va migliorato, non fatto fuori. Prendendo spunto da Macron, si potrebbe semmai far confluire qui molte delle altre misure assistenziali. Esiste già anche un’assicurazione contro la disoccupazione, allineata agli standard europei. Che senso ha — come si sente proporre — scippare questo schema dei suoi introiti contributivi per finanziare il reddito di cittadinanza? Di Maio vuole anche reintrodurre la Cassa Integrazione per cessazione di attività. Ma se un’azienda chiude, non ci sono più ore di retribuzione da «integrare». Come in tutti gli altri Paesi, si deve ricorrere alle prestazioni di disoccupazione (da noi la Naspi). La nuova misura, si ripete, sosterrà i bisognosi permettendo loro di rientrare nel mondo del lavoro. Per questo si potenzieranno i centri pubblici per l’impiego. La maggioranza delle persone povere risiede al Sud, molti sono immigrati (non è che li escluderanno dalla misura? Il diritto Ue non lo consente). Conosciamo i problemi dell’economia meridionale. Anche se i centri per l’impiego diventassero più numerosi ed efficienti di quelli tedeschi, non si capisce quali e quanti posti di lavoro essi potranno offrire. L’esito più probabile è che si aumentino i dipendenti dei centri regionali e poi si trasformino i beneficiari in lavoratori socialmente utili a vita. Altro che rivoluzione. Un rovinoso ritorno al peggiore assistenzialismo della Prima Repubblica.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Settembre 2018

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Le «manine», la politica e l’imprescindibile verità dei numeri

Maurizio Ferrera

Non è la prima volta che si parla di una «manina» che modifica un testo legislativo in bozza. Facciamo in modo che sia anche l’ultima. Si predisponga un percorso—protetto da password—peri il transito dei testi ufficiali da un ufficio a un altro, sino all’approdo in Parlamento. Non dovrebbe essere difficile neppure per un Paese poco digitalizzato come il nostro. Potremo così smettere di sprecare tempo in sterili polemiche. Nello specifico, la vicenda di questi giorni solleva però due questioni serie. La tabella che non piace al ministro Di Maio contiene stime finanziarie sulle nuove norme sul lavoro. Che cosa si contesta? Le fonti, il metodo, i calcoli? Il governo si è posto l’obiettivo di scoraggiare i contratti precari e favorire quelli stabili. Ma avrà ben fatto un qualche ragionamento sull’efficacia, anche quantitativa, degli strumenti prescelti. Si apra allora un confronto pacato sui punti di vista, sul modo di ordinare e analizzare i dati. Accuse e sospetti confondono solo le idee dei cittadini. L’altra questione riguarda il rapporto fra verità di fatto e decisioni politiche. Ogni governo ha un programma e ha diritto di perseguirlo in base a valutazioni politiche. Nessuna decisione può però prescindere dalla realtà. Il confronto fra punti di vista ha senso nella misura in cui condivide un punto di riferimento empirico. Le polemiche del governo sui conti previdenziali, sui numeri dell’immigrazione e del mercato del lavoro tradiscono una preoccupante insofferenza verso la «materiafattuale» che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni provvedimento e che ne costituisce anche il limite. Chi governa non può prendersela coi dati né screditare le istituzioni serie (non molte, in Italia: l’Inps è una di queste) che li producono e li analizzano. Hanna Arendt diceva che i fatti hanno un’inflessibile e vistosa ostinatezza. Non possono essere cambiati a proprio piacimento. Su questo fronte il governo Conte non sta esordendo bene. Le belle parole (come «dignità») e le dichiarazioni a effetto possono impressionare nei primi cento giorni. Dopo contano i risultati. Cioè, appunto, i fatti e i dati che li misurano.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 17 Luglio 2018

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