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Senza eurobond e pochi fondi: siamo ancora a rischio choc

Maurizio Ferrera

Il negoziato sul bilancio Ue s’intreccia con una discussione parallela di grande rilevanza: la possibile istituzione di un bilancio separato per l’Eurozona. La crisi ha dimostrato che la politica della Bce e il coordinamento delle politiche fiscali nazionali non bastano per far funzionare l’Unione economica e monetaria. Ciò che manca è un qualche meccanismo di stabilizzazione comune capace di far fronte agli choc asimmetrici che colpiscono (sovente non per colpa loro) alcuni paesi ma non altri.

Negli stati federali questi choc sono attutiti da due elementi (il bilancio dello stato centrale e la presenza di mercati finanziari fortemente integrati) che non sono operativi nell’Eurozona. Anche sulla creazione di un fondo di stabilizzazione comune è già emersa una linea di conflitto fra i paesi nel Nord (contrari) e quelli del Sud (favorevoli).

La Francia ha proposto la costituzione di un bilancio per l’eurozona, con risorse fra l’1% e il 2% del Pil, gestito da un ministro europeo delle Finanze.

I tedeschi vorrebbero invece utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), attribuendogli anche funzioni di monitoraggio e disciplina. Su pressione di Macron, Angela Merkel si è però recentemente detta favorevole alla creazione di un fondo per sostenere sviluppo e convergenza.

È ciò che ha già di fatto proposto la Commissione: 30 miliardi di risorse aggiuntive per sostenere gli investimenti in paesi colpiti da choc particolarmente acuti. L’Italia aveva lanciato l’idea di un fondo comune per la stabilizzazione della disoccupazione, una proposta che è rientrata nel tavolo delle trattative.

Il vero nodo è rappresentato dalle risorse. Per superare una soglia minima di funzionalità, il nuovo meccanismo dovrebbe avere facoltà di indebitarsi, emettendo obbligazioni comuni. Quasi impossibile che la Germania accetti. La vulnerabilità dell’Eurozona è così destinata a restare molto elevata e un’altra grave crisi finanziaria potrebbe, di nuovo, mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’euro.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 30 Luglio 2018

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Chi vince (il Sud) e chi perde con la cassa di Bruxelles

Le nuove criticità, immigrazione e sicurezza, pesano sul confronto per il budget ’21-’27. Più fondi a Italia, Spagna e Grecia. I contraccolpi sui finanziamenti alla politica agricola.

Niccolò Donati

Ogni sette anni, la Commissione mette gli Stati Membri intorno ad un tavolo per negoziare il bilancio pluriennale dell’Unione Europea. Quello che nasce come solenne momento di riflessione sullo sviluppo futuro delle politiche europee, finisce, quasi inesorabilmente, in una bagarre tra Stati. Le trattative correnti per la programmazione 2021-2027 non sembrano fare eccezione: già dalle fasi iniziali, emergono quattro aspetti potenzialmente conflittuali. Il primo riguarda il «quanto». Secondo la compagine dei «quattro frugali» (Svezia, Danimarca, Austria ed Olanda) l’Unione Europea ha speso troppo in passato e deve sottoporre il budget ad una cura dimagrante.

Non è però questa l’opinione di Germania e Francia che, riconoscendo la criticità della fase attuale, hanno dichiarato di essere disposte a contribuire più generosamente, senza però specificare alcuna cifra. La Commissione ha quindi cautamente proposto un bilancio che si attesta intomo al 1% del Pil europeo. Tale cifra, che nelle precedenti trattative aveva già messo d’accordo gli Stati membri, va tuttavia valutata in relazione alla funzione del budget, cioè al «perché» della spesa.

Tagli e priorità
La doppia sfida dell’immigrazione (integrazione e sicurezza), il completamento del Mercato Unico e la lotta alla disoccupazione sono stati identificati dalla Commissione come settori da rafforzare. Se però l’ammontare complessivo delle risorse non aumenta, ne consegue una riduzione dell’impegno su altri fronti «tradizionali», in questo caso Politica Agricola Comune e Politica di coesione, che, secondo il think tank Bruegel, subiranno tagli in valore reale rispettivamente del 15% e del 7%. Tale riconfigurazione della spesa suggerisce anche qualcosa riguardo a «chi» beneficerà del budget: la tabella mostra come, nelle preallocazioni della politica di coesione, il baricentro della spesa si sposti dalla «periferia» Est (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca) a quella Sud (Italia, Grecia, Spagna).

Oltre alle nuove priorità di spesa che avvantaggeranno i paesi maggiormente colpiti dalla crisi finanziaria e migratoria, questo dovrebbe avvenire anche in ragione della modifica del cosiddetto «metodo Berlino» per l’allocazione dei fondi.

Secondo la Commissione il calcolo dovrà includere, oltre al Pil prò capite, anche nuovi indicatori quali i tassi di disoccupazione e la presenza di migranti sul territorio, quest’ultima una condizione che favorisce stati della «Vecchia Europa» e del Sud in particolare già da tempo impegnati su questo fronte. L’ultimo aspetto controverso è il «quando»: la Commissione preme per un’approvazione rapida, in modo da anticipare le elezioni europee di maggio 2019.

C’è infatti il rischio che il budget diventi oggetto di disputa in campagna elettorale, venendo poi contestato o addirittura bloccato dal nuovo Parlamento eletto. Sul versante opposto, gli Stati che si prospettano come «perdenti», Polonia e Ungheria in primis, sono pronti a sfruttare la debolezza strategica delle elezioni per ottenere un esito più favorevole dalle negoziazioni. In questo quadro, è evidente un motivo conduttore: una cassa comune insufficiente sembra acuire i problemi politici dell’Unione piuttosto che risolverli, imponendo tagli in aree di spesa come Politica Agricola Comune e Politica di coesione, entrambe ancora percepite da molti Stati Membri come componenti essenziali per lo sviluppo e come beneficio irrinunciabile della loro appartenenza alla Ue.

D’altro canto, il richiamo del budget all’1% del Pil europeo si è mostrato, negli anni, un simbolo straordinariamente potente: segnala, tra le altre cose, la volontà comune di evitare «pericolose» fughe in avanti, lato spesa, nel processo di integrazione europea. In tutto questo l’Italia sarà favorita con risorse aggiuntive quantificabili in 23 miliardi di euro: sarà poi compito delle nostre amministrazioni metterle a buon uso.

 

corriere

 

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 30 Luglio 2018

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