Politica Senza Visione

Maurizio Ferrera

Il governo sta entrando nella fase 2. Quante volte abbiamo già sentito questa espressione? La usano tutti i governi. Ma poche volte il supposto cambio di passo e di agenda ha dato luogo a svolte e risultati tangibili.

A giudicare dalle dichiarazioni dei leader e dalle scarse informazioni contenute sui siti ufficiali, la fase 2 si concentrerà innanzitutto su una serie di dossier caldi (come Uva, Alitalia, autostrade, prescrizione, nomine), Verranno anche avviati una serie di approfondimenti su alcuni temi più generali. C’è una visione strategica di partenza? È lecito dubitarne. Il Pd ha indicato «quattro pilastri su cui poggiare l’Italia di domani» (crescita e ambiente, lavoro, conoscenza, comunità) e per ciascuno propone sul suo sito un disparato elenco di misure. Alcune sono di una vaghezza che fa sorridere («serve un grande attore di livello mondiale per la information technology»; punto e a capo). Dal Movimento Cinque Stelle non e emersa alcuna proposta di respiro. Italia viva ha annunciato un suo Piano Shock per sbloccare il Paese, ma per ora esiste solo un’infografica sul sito: paroloni e numeroni. Insomma, la visione non c’è.

In vari ministeri sono stati aperti dei «tavoli» su singole questioni o riforme. H loro difetto è che sono settoriali: manca il collegamento con l’insieme. Si finisce così per privilegiare obiettivi e interessi di parte.

A 1 tavolo sulle pensioni, ad esempio, la ministra Catalfo ha già dichiarato che qualsiasi risparmio da quota 100 dovrà essere riutilizzato all’interno della previdenza (perché non al sostegno della non autosufficienza, che interessa moltissimi anziani?). Una levata di scudi preventiva, si sa che la prossima legge di Bilancio scatenerà il solito tira e molla fra tutti contro tutti per far quadrare i conti.

E qui arriviamo al nodo della questione, n vincolo di bilancio (per giunta appesantito dalle famigerate clausole di salvaguardia) è la spada di Damocle che da lungo tempo condanna l’Italia al piccolo cabotaggio. Siccome per la Ue ciò che conta è il rapporto fra deficit, debito e Pil, l’unica via di uscita è far crescere il denominatore, cioè il Pil. La sfida è imponente, certo. Ma diventa insuperabile senza una visione generale e ampia che prenda di petto i famosi nodi strutturali di questo Paese, quelli che ci portiamo dietro da decenni: il ristagno della produttività, il calo della fertilità, i livelli di partecipazione al mercato del lavoro (drammaticamente bassi, soprattutto per quanto riguarda donne, giovani e anziani), la fuga dei giovani, l’arretratezza del Mezzogiorno (la lista è notoriamente più lunga). Senza una diagnosi seria, approfondita e condivisa su ciò che rende le fondamenta del sistema Italia così fragili, come si fa a individuare la strada del cambiamento?

Non spetta direttamente ai partiti o ai leader di governo elaborare questa diagnosi. Fior di studiosi hanno peraltro già fornito i suoi principali tasselli. Ciò che manca è un luogo istituzionale e un insieme di «teste» capaci di produrre usable knowledge, conoscenze utili per impostare le politiche pubbliche e orientare l’agenda.

L’Ocse pubblica periodicamente dei rapporti sulle pratiche di buon governo dei vari Paesi e sui cosiddetti policy advisory systems, le strutture di «consulenza» strategica per le politiche pubbliche. L’Italia viene citata solo per dire che tali strutture non esistono o che «i dati che le riguardano non sono disponibili». Si badi che l’effetto di queste strutture si fa sentire anche in Paesi tipicamente retti da governi di coalizione, sostenuti come in Italia da maggioranze instabili e litigiose (come Belgio, Olanda, ora anche la Spagna). La presenza di idee guida, di conoscenza utile e utilizzabile non elimina né sopprime le dinamiche del consenso. Ma funge da indispensabile contrappeso, argina le derive di irresponsabilità a cui la competizione elettorale può condurre.

L’assenza di visione strategica è diventata anch’essa, quasi paradossalmente, un nodo strutturale del sistema Italia. I pochi luoghi istituzionali di analisi tecnica (come l’Inapp) sono dai più ignorati. In Italia ci sono anche politici che sbeffeggiano gli esperti, invitandoli a tacere oppure «a farsi eleggere» prima di parlare. E così, di governo in governo e di fase in fase, il nostro Paese continua inesorabilmente a declinare.

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su Il Corriere della Sera del 02 febbraio 2020

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