La Rivoluzione delle Campagne

Maurizio Ferrera

 

Il futuro dell’Europa è la campagna». Così recita il titolo di una recente pubblicazione della Commissione europea. Detto così, il messaggio suona poco convincente. I. motori del progresso non sono oggi collocati all’interno delle grandi città? Nei grattacieli e nei centri direzionali, nelle istituzioni finanziarie, nelle università e negli istituti di ricerca? Per chi ha interessi culturali, curiosità sociali, esigenze di relazione e così via, vivere o lavorare lontano dalle metropoli non appare al momento una prospettiva allettante. Per la campagna, la sfida del futuro sembra piuttosto quella di non perdere troppo terreno a favore delle città e del loro dinamismo in termini di risorse e opportunità. La Commissione prospetta però un futuribile (un futuro possibile) non privo di plausibilità. La rivoluzione verde e le nuove tecnologie potrebbero infatti radicalmente cambiare il volto dei contesti extra-urbani, il veni taglio delle loro vocazioni produttive e l’intero «modo di vivere» rurale. Immaginiamo un ambizioso programma di investimenti a lungo termine (co-finanziati dall’Unione Europea) in alcune cruciali direzioni. Innanzitutto, infrastrutture economiche e sociali, mobilità veloce, banda larga, servizi di connessione super-rapida che rendano quasi superflui gli incontri di lavoro faccia a faccia. Seconda direzione d’investimento: potenziamento del capitale umano e ambientale, servizi di qualità, sia di prossimità (asili, cura per gli anziani) sia a distanza (pensiamo ai progressi della telemedicina o dell’apprendimento online), n tutto volto non solo a modernizzare le filiere tradizionali dell’economia rurale, ma anche a crearne di nuove, connesse alla gestione del cambiamento climatico e delle risorse naturali.

Ipotizziamo poi che questi nuovi contesti vengano punteggiati da una rete di smart village, di «borghi intelligenti» innervati di tecnologie digitali e alimentati da energie pulite. Certo, rispetto alla vita metropolitana resterebbero alcune differenze e svantaggi. Ma questi sarebbero largamente compensati da benefici in termini di qualità ambientale, paesaggistica, alimentare, abitativa e così via. Una quota significativa della «nuova classe media», che è diventata la protagonista dell’economia dei servizi e della conoscenza, potrebbe davvero decidere di mollare le ancore che, per amore ma spesso anche per forza, la tengono legata alle grandi aree metropolitane.

C’è già stato un momento, nella storia nord-europea, in cui i contesti rurali furono protagonisti di innovazione economica e qualità sociale. Nel XTX secolo, il processo di modernizzazione economico-sociale della Scandinavia ebbe il suo primo fulcro proprio nelle campagne. La terra apparteneva a un ceto di «liberi contadini», con buoni livelli di istruzione e molta intraprendenza. A fronte della crescente concorrenza dei prodotti statunitensi, questo ceto reagì con un vasto programma di iniziative e investimenti, che resero l’agricoltura molto più efficiente e la vita e il lavoro in campagna molto più attrattivi di quelli delle città, abbruttite dai «mulini satanici» della prima industrializzazione.

Fra il passato e il futuro c’è di mezzo il presente. Qual è l’attuale profilo dell’Europa rurale e dei campanili? Si tratta di un quadro a macchie di leopardo. Qua e là s’intravede qualche indizio del «futuribile» prospettato dalla Commissione, inclusi alcuni prototipi di smart village. In molti contesti sembrano essersi arrestate le tendenze (che sembravano inesorabili) alla marginalizzazione e al depauperamento materiale, sociale e demografico. Ma in generale il saldo fra innovazione e declino/arretratezza risulta ancora negativo. Per limitarci all’Italia, le cosiddette «aree interne» (più di quattromila comuni, con 13,5 milioni di abitanti) sono a tutt’oggi caratterizzate da forti penalizzazioni in termini di accesso ai servizi, anche essenziali. A dispetto di una ambiziosa strategia di rivitalizzazione avviata nel 2013, queste zone appaiono ben lontane dalle previsioni smart della Commissione — anche se in molti casi il potenziale ci sarebbe.

Poi c’è un altro aspetto importante. Nella Scandinavia di fine Ottocento, la campagna riuscì a diventare protagonista non solo sul piano economico e sociale, ma anche politico. I liberi contadini si mobilitarono e fondarono dei partiti. Il welfare state nordico nacque proprie da un’alleanza strategica fra i partiti agrari e quelli socialdemocratici, che durò per molti decenni. I programmi di welfare di stampo universalistico (estesi, appunto, anche ai lavoratori autonomi) servirono a stabilizzare il reddito di operai e contadini, impiegati e piccoli proprietari terrieri, in un nuovo contesto di concorrenza internazionale. Insomma: solidarietà collettiva tramite imposte e trasferimenti, per restare competitivi rispetto alle aziende americane. Una strategia completamente diversa da quella seguita dall’Italia di allora, dove per conservare il latifondo si innalzò il dazio sul grano: una misura per proteggere le rendite agrarie chiudendosi alla competizione esterna.

Ma che cosa sappiamo degli orientamenti politici degli attuali elettori rurali? È chiaro che le chance di realizzazione del futuribile smart della Commissione europea saranno maggiori o minori a seconda degli interessi e preferenze di chi vive in campagna oggi, non di chi ci andrà a vivere domani. Le tabelle di sinistra (sostegno all’integrazione europea) e di destra (auto-collocazione politica) del grafico pubblicato in queste pagine ci danno qualche spunto per riflettere.

Gli orientamenti nei confronti dell’integrazione europea segnalano il grado di disponibilità all’apertura: ad accettare e sostenere il processo di integrazione europea, il mercato interno e la moneta unica, la libertà di movimento. Valori superiori al 5 indicano che, in media, gli elettori che hanno partecipato al sondaggio appoggiano la Ue: quanto più alto il valore dell’indice, tanto più gli elettori desiderano un’Unione forte e integrata. Iniziamo con il dire che l’orientamento nei confronti dell’Ue tende al positivo: è pari o superiore a 5 in tutti i Paesi. Possiamo tuttavia osservare che, ad esclusione della Polonia, il sostegno tende ad aumentare quando ci si sposta dalla campagna e dai piccoli centri alle città medio-grandi e alle metropoli. Un risultato che non sorprende: le nuovi classi medie sono più istruite e più connesse, cioè inserite in un sistema di scambi e relazioni transnazionali che porta loro dei vantaggi.

All’interno di questa tendenza generale, si notano però alcune significative variazioni. Il. favore nei riguardi dell’Unione è più alto nell’Europa del Sud e dell’Est piuttosto che nel Nord. In Francia, Olanda e Svezia i residenti della «provincia» sono più tiepidi verso la Ue rispetto a quelli degli altri Paesi. Il caso svedese non stupisce, ma il tiepido europeismo della provincia francese sì. Il meglio, stupisce che i ceti rurali del Paese tradizionalmente favorito dalla politica agricola comune non mostrino oggi maggiori simpatie per l’Europa. Sappiamo però che è proprio nelle province che è maturato il risentimento anti-élite che ha alimentato il movimento lepenista e, nell’ultimo anno, la mobilitazione di piazza dei gilets jaunes. L’Olanda è dal canto suo il Paese con il maggiore divario fra periferia rurale e grandi città (essenzialmente Amsterdam). Evidentemente il populismo quasi xenofobo della nuova destra olandese ha fatto molti proseliti all’interno della classe media tradizionale, alla quale appartengono anche gli agricoltori di questo ricco Paese.

La tabella a destra si focalizza sull’Italia e fornisce un profilo politico-ideologico degli elettori in base all’asse campagna-città-metropoli. Due i dati interessanti. Nei contesti rurali e nelle piccole città quasi un quarto di elettori rifiuta di collocarsi. In parte ciò è legato ai più bassi livelli di istruzione; in parte il dato esprime sentimenti di frustrazione e astio contro «il centro» e le sue élite. Fra coloro che accettano di collocarsi sulla dimensione ideologica, prevalgono il centro e la destra. Ci sono più di 10 punti di differenza fra il sostegno che la sinistra riceve nelle metropoli e quello che riceve in provincia. Si conferma la ricomposizione della base sociale dei partiti di sinistra: non più «falci e martelli», ma il nuove ceto medio urbano, prevalentemente istruito.

Analizzato attraverso le lenti della politica, il panorama delle campagne e dei piccoli centri europei attualmente non appare molto in linea con lo scenario smart preconizzato dalla Commissione. In quello scenario, le campagna diventerebbe parte integrante della nuove ondata di modernizzazione, legata a doppio filo con integrazione europea e globalizzazione. Dalle ricerche empiriche emerge invece con chiarezza che i territori 1 bassa intensità di urbanizzazione sono oggi quelli in cui il potenziale di «rivalsa» contro la globalizzazione, le sue dinamiche e le sue élite risulta più elevato. Sappia mo che la Brexit ha stravinto nelle aree rurali. Gli agricoltori belgi della Vallonia hanno tenuto in ostaggio l’Unione Europea per settimane, determinati a impedire la firma del Trattato di libero scambio con il Canada (Ceta). In Austria, la destra populista ha sempre fatto il pieno dei consensi in campagna e nei piccoli centri. E, in Germania, Alternative fur Deutschland (Afd) — il partito antieuropeista originato da un movimento di professori — è oggi radicato soprattutto nelle zone rurali dei Länder orientali.

Accanto allo scenario tecno-bucolico della Commissione si può dunque profilare uno sviluppo di segno in teramente opposto. La sovrapposizione, cioè, della con frapposizione fra cosmopoliti e provinciali a quella cit tà-campagna e una radicalizzazione dei conflitti fra cen tri e periferie, sul piano economico, culturale e politico Una specie di riedizione sotto nuove spoglie delle guerre di Vandea, scoppiate in quella regione rurale contro lj Rivoluzione francese. Non sarebbe un futuro desiderabile. Ma per contrastarlo servono strategie ad ampie raggio, sorrette da adeguate risorse finanziarie. E, soprattutto, da impegno e lungimiranza politica.

 

 

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su LaLettura del 15 Dicembre 2019

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