Democrazia è In Crisi, Va Riformata Puntando Su Separazione e Concorrenza Fra Saperi

Maurizio Ferrera

 

Le democrazie liberali incontrano oggi crescenti difficoltà nell’offrire risposte efficaci ai problemi collettivi e al tempo stesso rispondere alle domande dei cittadini. Nel contesto europeo, i governi nazionali hanno cercato di risolvere la prima sfida facendo leva sull’Ue e delegando alcune politiche, come quella monetaria, a istituzioni indipendenti. Molti considerano però questa soluzione come una deriva “tenocratica”.

La seconda sfida è più ostica: è infatti connessa alla progressiva erosione delle tradizionali strutture di collegamento fra élite e gente comune (partiti, sindacati, associazioni divaria natura). Internet e i social media sono diventati i principali punti di riferimento. L'”infosfera” è tuttavia un’arena fredda; chi la naviga fa fatica a orientarsi. Si diffonde così quella che Emile Durkheim chiamava “anomia”, la carenza di credenze e sentimenti condivisi, sviluppati tramite incontri inter-personali diretti, capaci di fornire un senso e obiettivi comuni alla vita associata. È su questo terreno fertile che hanno trovato spazio le formazioni populiste. Nessun regime politico, men che meno la democrazia, può sopravvivere a lungo fra l’incudine della sfiducia e il martello dell’anomia, nel rischio di insanabili spaccature.

Un nuovo modello

Per sottrarsi a questa morsa, la democrazia liberale deve auto-riformarsi. Come evitare innanzitutto il rischio tecnocratico (decisioni prese da “tecnici”, più o meno sedicenti esperti)? Partiamo da un dato di fatto. I governi devono fronteggiare questioni sempre più complesse (pensiamo alla finanza o allo stesso cambiamento climatico), che richiedono competenze sofisticate. La democrazia come governo da parte del popolo deve farsi sorreggere da istituzioni e meccanismi che la rendano “intelligente”, più capace di capire, interpretare, risolvere. È la tecnocrazia, qualcuno può obiettare. No: chiamiamola semmai democrazia epistemica o “basata sulla conoscenza”.

In questo modello, l’antidoto alla tecnocrazia è quello classico di James Madison. Pesi e contrappesi, concorrenza fra poteri. Oggi questa concorrenza va estesa ai saperi: sapere economico verso sapere sociale e politico; sapere descrittivo su come funziona il mondo e sapere normativo, che chiarifica i valori verso cui tendere. Un esempio concreto. Immaginiamo che oltre all’Unione economica e monetaria si istituisca anche mia Unione sociale europea. E che i tanti consigli e comitati oggi presidiati da esperti in economia e finanza abbiano nuove controparti che includano esponenti di altre discipline sociali – compresa le filosofie pratiche. Aggiungiamo che entrambe le Unioni si confrontino periodicamente con gruppi consultivi di cittadini.

In questo modello (da applicare soprattutto nelle arene sovra o internazionali) resterebbe comunque debole, è vero, il contributo dal basso, quello diretto del popolo. Ma la separazione e la concorrenza fra i saperi e le consultazioni periodiche garantirebbero la qualità democratica di altre due attività: il governo per il popolo e con il popolo. Del resto, qual è l’alternativa? In parte, dobbiamo rassegnarci a considerare alcune politiche pubbliche alla stregua di terapie mediche o interventi ingegneristici. L’efficacia del risultato dipende dalle competenze di chi prescrive o progetta.

La sfida della sfiducia

Il secondo versante di auto-riforma riguarda “il basso”, il mondo della vita che abitiamo tutti i giorni insieme a familiari, amici, colleghi e così via. Un mondo strettamente collegato al territorio, alle opportunità che ci offre. Anche qui c’è bisogno di “intelligenza”. Ma non intesa come una serie di competenze sofisticate e difficilmente accessibili, bensì più semplicemente come ragionevolezza, buon senso e collaborazione collettiva. Si deve chiudere o aprire un ospedale, una scuola, un servizio pubblico? Come ri-organizzare localmente i tempi di lavoro, gli orari degli uffici pubblici, l’assistenza ai non auto-sufficienti, la disoccupazione giovanile? Su temi come questi, tutti noi abbiamo competenza adeguata per partecipare alle decisioni. E potremmo farlo non solo votando i nostri rappresentanti, ma attraverso una pluralità di forme e arene di deliberazione pubblica. Nel Grand Débat che Emmanuel Macron ha promosso a seguito della protesta dei gilet jaunes sono emerse tante idee e proposte su come procedere in questa direzione. Che consentirebbe di praticare il massimo di governo del popolo compatibile con la complessità del mondo di oggi.

Resta la sfida della sfiducia e dell’anomia: del collante di idee, valori ed emozioni che forniscano a ciascuno di noi una identità equilibrata e stabile. È chiaro che il nazionalismo (xenofobo) e il populismo antagonista (noi, il popolo, contro loro, le élite) sono una minaccia e non una soluzione. L’ambientalismo può essere un’alternativa e come tale si sta già in parte affermando (in Germania i Verdi hanno ottenuto più del 20% di consensi). Ma il collante adatto per il nuovo modello di democrazia intelligente è quasi tutto da costruire. Se ne cominciano a vedere solo i primi tratti. Innanzitutto, nuove forme di attaccamento al territorio (il contesto della democrazia del popolo), senza tuttavia pulsioni esclusive (questa è casa mia). E al tempo stesso il formarsi graduale, in particolare fra i giovani, di una seconda identità che chiamerei “euro-polita”, indirizzata verso l’Ue, intesa come famiglia di popoli che desiderano decidere insieme, ma non come un sola comunità indifferenziata. I sondaggi segnalano che il potenziale per questo collante c’è per quanto riguarda gli elettori. Ciò che manca, per ora, è una classe dirigente che lo faccia proprio e lo metta in circolo per aggregare il consenso. In modo “intelligente”, se possibile.

 

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su Il Corriere della Sera del 29 Dicembre 2019

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