Rimediare ai disagi, prima che sia tardi

Maurizio Ferrera

Perché Bruxelles dovrebbe occuparsi di «squilibri sociali»? Muovere in questa direzione non violerebbe il principio di sussidiarietà? Non incentiverebbe comportamenti di azzardo morale? Non trasformerebbe l’Ue in quella famigerata Transfer Union, che alcuni vedono come una sorta di mostro istituzionale? Domande legittime, certo. Ma anche miopi. Si preoccupano della pagliuzza e non vedono la trave che rischia di disintegrare l’Europa. Con l’unificazione economica e monetaria, l’Ue ha enormemente accresciuto l’interdipendenza e dunque le esternalità fra Paesi. Ciò vale per la sfera economica, ma sempre di più anche per quella sociale. Quando diventa empiricamente difficile determinare il livello più adatto per gestire un dato problema, il principio di sussidiarietà (peraltro contestabile, come tutte le scelte di valore) cessa di essere applicabile. Gli squilibri sociali sono poi un fatto di cui non si può non tener conto. Povertà, disoccupazione giovanile, erosione del capitale umano, disagio abitativo sono fenomeni che minano la coesione all’interno e fra regioni e Paesi. La loro diffusione è in contrasto con i valori fondativi dell’Ue e ha dato origine a preoccupanti minacce politiche per l’Europa: euroscetticismo, sovranismo, xenofobia. Queste sono le travi da affrontare. Prestando attenzione a risorse e incentivi, certo. Ma non usando le pagliuzze come alibi per l’inazione. Come gli squilibri economici, anche quelli sociali minacciano la tenuta della Ue. E la situazione politica li rende oggi particolarmente infiammabili.

Questo articolo è il settimo di una serie a puntate sulla Unione sociale europea. Per ulteriori approfondimenti su questi temi, si veda http://www.euvisions.eu 

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 06 Maggio 2019

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