Giovani e donne nella trappola della famiglia

Maurizio Ferrera

Il dibattito sulla disoccupazione, in particolare quella giovanile, è dominato dalla questione dei contratti e dei diritti. Ci si indigna per la precarietà, si invoca «dignità», si sostiene che se i giovani non trovano lavoro è colpa delle imprese che delocalizzano all’estero e sostituiscono i dipendenti con le macchine. O ancora ci si scaglia contro la riforma Fornero, rea di aver trattenuto tanti lavoratori anziani nelle imprese, le quali altrimenti avrebbero assunto giovani. Nessuno si chiede mai: ma in quali settori mancano, esattamente, i posti di lavoro nel nostro Paese? O, invertendo la prospettiva, negli altri paesi in quali comparti economici s’inseriscono i giovani che escono dai canali formativi? La prima indicazione contro corrente che emerge dalla tabella è che la nostra industria continua a tirare molto in termini di occupazione. Resta il problema dei contratti a tempo determinato, è vero. Ma non c’è un problema di quantità, tutt’altro. Se non ci fosse disallineamento fra competenze scolastiche e esigenze delle imprese, forse potrebbero essere assorbiti ancora più giovani. Il divario sta tutto nei servizi pubblici e in particolare sociali. Come ricorda Filippucci, c’è stato il blocco del turnover a causa dell’austerità e dei vincoli di bilancio. Ma non può essere solo questo. L’assenza di quasi un milione di occupati nei servizi sociali non è un effetto della crisi o dei risparmi. È un deficit storico, che viene da lontano e ha a che fare con la coppia familismo- pensionismo. Il welfare italiano ha sempre privilegiato i trasferimenti monetari agli anziani. Alle famiglie con figli piccoli solo le briciole, anche in questo caso perlopiù sotto forma di assegni, sussidi e detrazioni monetarie. Così i nuclei familiari sono diventati delle piccole aziende fai da te: auto-produzione di cura, assistenza a bambini e anziani, servizi domestici, dai pasti alle pulizie, dal bucato alle ripetizioni scolastiche. Un modello sociale ripiegato su se stesso: la famiglia può trasformarsi in una trappola per giovani e donne, la solidarietà intergenerazionale diretta attraverso le pensioni dei nonni crea disparità e disfunzionalità. E soprattutto non genera crescita né occupazione. Il piatto forte del nuovo governo sarà, a quel che si annuncia, un mix di età di pensionamento più bassa e maggiori sussidi col reddito di cittadinanza. Di investimenti nel sociale neppure l’ombra. Davvero difficile, così, contrastare il declino.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 16 Luglio 2018

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