«UNA SCOSSA ALL’EUROPA DAI GIOVANI»

Si chiama Volt ed è presente in quattro Paesi. «E presto arriverà in Italia», spiega il co fondatore Andrea Venzon. Vuole creare un partito transnazionale e cerca leader locali. Ma rigorosamente under 35 anni

Alexander Damiano Ricci

Non sono né di destra, né di sinistra, ma si definiscono «progressisti». Hanno un’età media di 35 anni e il 70% non ha mai avuto una tessera di partito. Eppure, vogliono «trasformare in maniera radicale il modo di fare politica e le istituzioni europee». È l’identikit dei membri di Volt, un movimento-associazione che ha l’ambizione di creare il primo partito transnazionale della storia del Vecchio Continente. Nato nel 2016, dall’intuizione di tre giovani europei come risposta alla Brexit, Volt vuole candidarsi alle elezioni del Parlamento europeo del 2019. «È un movimento progressista composto da un’associazione paneuropea (Volt Europa) e antenne nazionali—spiega Andrea Venzon, l’ideatore, cofondatore e Presidente di Volt Europa —. Un’organizzazione politica che rappresenti cittadini a livello locale, nazionale ed europeo in tutti gli Stati Membri Ue».

Concretamente, come si crea?
«Servono almeno 7 partiti in altrettanti Paesi Membri e parlamentari eletti in ogni Stato. Oggi, Volt è già presente in forma partitica in Belgio, Bulgaria, Germania, Spagna e, tra poco, anche in Italia».

Volt si definisce progressista. Vuol dire di sinistra?
«No. Progressisti significa proiettarsi verso il futuro. Volt è una forza «moderata» che copre uno spettro che va dal centrosinistra al centrodestra. Abbiamo cinque obiettivi da articolare a seconda dei contesti nazionali e a livello europeo».

Quali sono?
«La creazione di uno Stato intelligente attraverso la modernizzazione dell’amministrazione pubblica; l’avvio di un rinascimento economico basato sulla crescita; il recupero di elevati standard di uguaglianza sociale a livello intra-nazionale e intra-regionale; attivare un processo per cui l’Ue possa influire sui trend globali; la definizione di forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica, senza sfociare nella democrazia diretta».

E la riforma della governance Ue?
«Dobbiamo riformare in modo radicale l’Unione europea, a partire dal rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo che deve avere il potere di iniziativa legislativa».

Tutto qua? Non è una proposta debole di fronte alle critiche anti-Ue di forze radicali come la Lega?
«Va trovata una soluzione europea al fenomeno migratorio. Dublino deve lasciare il posto a un sistema di distribuzione vincolante, sostenuto da forti penalizzazioni economiche. Serve anche un piano finanziario per creare sviluppo e stabilità nel continente africano».

Eppure non c’è soltanto il nodo migratorio a spingere i vostri concorrenti …
«Necessitiamo un budget per l’Eurozona finanziato attraverso una corporate tax. In secondo luogo, un Meccanismo europeo di stabilità ancorato democraticamente all’Eurogruppo e che funzioni sulla base di maggioranze qualificate. In terzo luogo, l’Ue va democratizzata con nuove procedure per l’elezione del Parlamento europeo. Oggi, nella maggior parte dei casi, non esiste un legame tra Eurodeputati e territori».

Volt ci sarà alle elezioni del Parlamento europeo del 2019?
«Sì. C’è un’opportunità da cogliere e spazi politici da occupare. Puntiamo a intercettare le preferenze dei giovani tramite il “community organising”, ovvero: ristrutturare le pratiche politiche, a partire dalle comunità locali. Vogliamo fondere il meglio della politica tradizionale con le possibilità offerte della digitalizzazione. Un po’ come fece Obama, nelle elezioni del 2008.»

Ci spieghi meglio
«È necessario ricreare leadership e partecipazione dal basso. Ciò implica un investimento di risorse sul territorio; ma anche la disponibilità delle leadership locali a dialogare con tutti i livelli politici: locale, nazionale ed europeo. Community organising vuol dire focalizzarsi sulle persone e scommettere sulle loro capacità creative e cooperative».

Come si crea la connessione locale-nazionale Europa?
«Abbiamo creato un’accademia online per i leader locali. Ogni volta che c’è un evento a cui Volt partecipa, organizziamo sessioni di formazione, durante le quali esperti di policy aggiornano i nostri membri locali».

Perché è importante creare una politica transnazionale?
«Perché, di fronte a trend nazionalisti ed estremisti, è necessario avere una voce alternativa che giunga a tutti e da tutti gli angoli d’Europa. Un movimento transazionale è la nostra unica speranza per riformare l’Unione europea con iniziative concrete. Il caso Macron lo dimostra alla perfezione: i grandi piani di riforma dei leader nazionali sono costantemente fermati dall’opposizione di altri Paesi. Se Volt avrà successo, non sarà più cosi».

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia del 1 Luglio 2018

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