L’assedio ai valori condivisi

Alla fine della prima guerra mondiale, il poeta irlandese Yeats riassunse la catastrofe politica europea in questi celebri versi: “le cose crollano, il centro non può reggere; sul mondo si è scatenata pura anarchia”. E’ passato un secolo, oggi nessuno teme nuove guerre fra i popoli d’Europa. Ma il rischio che “il centro non regga” è di nuovo fra noi.

Negli USA è già successo. In campagna elettorale, Trump ha ripetuto spesso che il sistema politico americano era “rotto”, che occorreva rivoltarlo dalle fondamenta. Dalla Casa Bianca, questa operazione si sta rivelando più difficile del previsto: giudici e  Congresso oppongono resistenza alle picconate del nuovo Presidente. Ma per quanto resisteranno le forze moderate?

Anche in molti paesi UE il centro è sotto attacco. A destra la sfida viene dai populismi di marca “sovranista” (pensiamo a Marianne Le Pen), che a volte sfumano verso posizioni neo-fasciste o neo-naziste (il gruppo Pegida, in Germania e Olanda). A sinistra sta crescendo un populismo radicale, anticapitalista e antimondialista (le frange estreme di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia). In Italia la morsa è doppia. Da un lato,  la destra di Salvini e di Meloni. Dall’altro i Cinque Stelle: un movimento protestatario dal profilo sfuggente. Bersani l’ha recentemente definito un “centro arrabbiato”. Ma Grillo e Di Battista rifiutano qualsiasi collocazione sulla dimensione destra-sinistra, considerata un retaggio del passato. Comunque li si guardi, i nuovi populismi si propongono, proprio come Trump, di far crollare le cose in nome di alternative palingenetiche, inafferrabili nei loro specifici contenuti.

Per reagire a questa sfida, occorre riabilitare il centro. Non in senso partitico, ma politico-culturale. Il centro è molto di più che una posizione a metà strada fra destra e sinistra, una miscela annacquata e eterogenea di obiettivi presi un po’ di qua e un po’ di la.  E’ il punto di equilibrio dell’intero sistema, quello che tiene insieme la comunità politica in quanto tale, la difende dalle spinte centrifughe e disgregative. E’ il contenitore dei valori che fondano la convivenza civile: lo stato di diritto, la democrazia rappresentativa, i diritti di cittadinanza; la tutela di una sfera pubblica in cui possano dialogare visioni del mondo diverse senza scontri distruttivi. Salvaguardare questi valori è anche una questione di stile: ci vogliono pragmatismo, disponibilità alla conciliazione e qualche volta ai compromessi.

E’ su tali valori che l’Europa ha potuto riprendersi dopo le tragedie delle guerre mondiali, sconfiggendo anarchia, opposti estremismi, guerre fredde, terrorismi rossi e neri (baschi, irlandesi e così via). Tranne qualche isolato episodio, l’ondata populista non ha oltrepassato il confine della protesta violenta. Ma è una deriva che non si può escludere.

Per riabilitare i valori “centrali” della politica liberal-democratica, negli USA si è formato un movimento significativamente denominato No Label (nessuna etichetta). Un insieme di persone (fra cui molti rappresentanti eletti) con diversi orientamenti partitici, che hanno scelto di far leva su valori comuni per affrontare quattro emergenze nazionali: il lavoro, il welfare, l’energia, il risanamento di bilancio. Anche i No Label vogliono oltrepassare le tradizionali contrapposizioni fra progressisti e conservatori. Il loro scopo però è costruire, non distruggere.

Riflettendo sul disastro degli anni Venti, Yeats osservava: “ai migliori manca ogni principio, mentre i peggiori sono pieni di furiosa intensità”. In politica, ciascuna formazione ha i suoi migliori e i suoi peggiori. L’importante è non smarrire l’ancora dei principi condivisi. Che non sono di destra né di sinistra, non appartengono né al popolo né alle élite, ma sono il fondamento di una politica inclusiva e responsabile.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 aprile 2017

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

I commenti sono chiusi.