Unioni civili, banco di prova per la democrazia liberale

Il matrimonio è un “fatto istituzionale”. Non riflette lo stato di natura, ma le pratiche sociali e le tradizioni culturali storicamente predominanti nella sfera pubblica. Negli ultimi anni, in molti paesi l’istituzione-matrimonio è stata arricchita tramite il riconoscimento delle unioni omosessuali. Anche l’Italia sta oggi affrontando questo delicato passaggio: perplessità e resistenze sono comprensibili. Ma occorre evitare quelle “dannose faziosità” denunciate venerdì da Luciano Fontana su questo giornale. La posta in gioco è alta, riguarda la concezione stessa della cittadinanza e del suo sistema di garanzie.

La visione eterosessuale del matrimonio è ancora ampiamente diffusa e ha definito nel tempo uno standard di “normalità pubblica” che isola simbolicamente gli omosessuali e limita le loro opportunità. In ottica liberale ciò solleva fondamentali questioni di giustizia politica. Fino a che punto è lecito ad una maggioranza imporre la propria concezione di “normalità” ad una minoranza che chiede (con ragionevolezza) riconoscimento e tutele civili? In democrazia si discute, si contratta e poi si vota: la maggioranza vince. Quando sono in gioco i diritti fondativi della cittadinanza, il liberalismo raccomanda però molta cautela.

Le maggioranze non possono violare principi fondamentali della pari dignità e dell’eguale libertà. E in particolare non dovrebbero farlo in base a specifiche concezioni morali su cosa è “naturale” o appropriato nello spazio pubblico, che è di tutti. Questo modo di vedere non è, si badi bene, relativista. Discende da valori che un liberale considera assoluti e non negoziabili: dignità e libertà, appunto. Nel caso del matrimonio omosessuale, questi valori sono peraltro invocati non a difesa di ideali “individualistici” (in sé peraltro legittimi) ma, al contrario, per istituire in pubblico nuovi legami sociali.

Opporsi alle unioni di partner dello stesso sesso significa violare due volte i principi liberali. Innanzitutto, s’impedisce l’esercizio di una importante libertà “di”: quella di “sposarsi” (il riconoscimento pubblico è anche una questione di parole) e di accedere a uno status giuridico che è indispensabile per realizzare altri obiettivi. L’orientamento sessuale non è un elemento moralmente rilevante per lo spazio pubblico, le discriminazioni basate su questo aspetto sono irragionevoli. Ma c’è una seconda violazione, meno visibile e più insidiosa. Lo status quo priva di fatto le coppie omosessuali di alcune importanti libertà “da”, il fondamento ultimo del liberalismo. I partner dello stesso sesso possono infatti subire interferenze nella loro sfera privata da parte di soggetti cui la legge conferisce maggiori od esclusivi diritti.

Pensiamo alla successione ereditaria (le prerogative dei “legittimari” prevalgono su quelli del partner), alla reciproca assistenza in caso di ricovero(i parenti possono ostacolare le visite o l’informazione), all’affido dei figli di uno dei partner in caso di morte (data l’impossibilità di adozione, la precedenza spetta ai familiari anagrafici). Per cambiare le cose non è sufficiente introdurre diritti individuali. Si tratta di libertà relazionali, che discendono da un legame di coppia. Solo il riconoscimento giuridico può rendere tale legame preminente rispetto ad altri.

Tutti hanno ovviamente il diritto di pensare e dire ciò che vogliono su omosessualità, famiglia, adozioni e così via, e così sta avvenendo in Parlamento. Quando si voterà, speriamo tuttavia che non si formi una maggioranza “tiranna”. Sprecando così una preziosa occasione per rendere questo paese un po’ più liberale.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 18 gennaio 2015

 

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