Euro, sovranità, democrazia Uno dei tre va sacrificato

Nell’autunno del 2012 Luuk Van Middelaar, un filosofo belga prestato alla politica, mi invitò ad incontrare Herman Van Rompuy. L’allora Presidente del Consiglio Europeo voleva parlare con alcuni intellettuali europei per confrontarsi con idee nuove. La lista, messa a punto insieme al noto filosofo di Lovanio Philippe Van Parijs, comprendeva una quindicina di persone, che ebbero con Van Rompuy altrettante conversazioni private sulla crisi e sul futuro della UE.

Credo che molti di noi siano usciti da palazzo Charlemagne (sede del Consiglio a Bruxelles) con due impressioni. La prima: Van Rompuy era un politico curioso, un interlocutore preparato ed esigente. La seconda: difficilmente ciò che gli ho detto potrà essere di qualche utilità. Almeno in parte, ci sbagliavamo. Nel 2014, l’ultimo anno della sua Presidenza, Van Rompuy ha infatti scritto un breve libro (Europe in the Storm) in cui si ritrovano molti degli spunti emersi dalle conversazioni. Nell’attività di governo contano le decisioni concrete, giorno dopo giorno. Ma la qualità di un politico si misura anche in base alla capacità di elaborare strategie di lungo respiro, di apprendere dall’esperienza. Leggendo il suo volumetto, ho capito che Van Rompuy era stato un leader di qualità e che le sue idee avevano fatto la differenza in alcuni momenti cruciali della “tempesta”.

Nel libro che La Lettura presenta in queste due pagine, i partecipanti di quegli incontri propongono le loro diagnosi e i loro suggerimenti sul futuro dell’Europa. Il titolo scelto dai due curatori (After the Storm) è un wishful thinking. In realtà nessuno degli autori pensa che la tempesta sia davvero alle nostre spalle. Certo, la terra ha smesso di tremare e l’euro è sopravvissuto al rischio di disintegrazione. Ma le crepe restano. E soprattutto si sono alzati fortissimi venti sul piano politico. I sacrifici imposti durante la crisi e i risentimenti fra popoli e fra governi stanno oggi mettendo a repentaglio la tenuta dell’Unione in quanto comunità di stati. Le crisi politiche possono avere conseguenze tragiche, ce lo ha insegnato la storia del Novecento. Ci illudevamo che l’integrazione avrebbe contenuto il rischio di nuovi conflitti intra-europei. Oggi ci ritroviamo invece con profonde e in parte inedite contrapposizioni: fra Nord e Sud, fra Est e Ovest, fra Bruxelles e le capitali nazionali.

Praticamente tutti gli autori del libro convergono su una diagnosi. Moneta unica, sovranità nazionale e democrazia non sono contemporaneamente compatibili, non possono essere combinate in un unico composto politico-istituzionale. Alcuni autori ritengono che ad essere sacrificato dovrebbe essere l’euro. Molti altri (compreso chi scrive) ritengono invece che dovrebbe essere sacrificata la sovranità, almeno in alcune sfere cruciali come la politica economica. A patto però di dare all’euro una dimensione sociale. Sono troppi gli squilibri fra le economie dei vari paesi, che in parte dipendono proprio dalla presenza di una moneta unica. Senza un minimo di solidarietà pan-europea, è impossibile stabilizzare le relazioni politiche fra stati membri e accrescere il sostegno dei cittadini.

La responsabilità che grava oggi sulle spalle dei leader UE è enorme. E, come spiega Habermas, lo è soprattutto quella della Germania. Durante la crisi, questo paese si è opposto strenuamente ad ogni ipotesi di “socializzare” l’Unione. Così facendo, Berlino ha però aizzato un crescente risentimento nei confronti del “dominio” tedesco. La tempesta politica della UE sarà davvero passata quando il suo paese più grande si trasformerà in un egemone benevolo, capace di far coincidere il proprio interesse nazionale con l’interesse europeo.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura, settimanale de Il Corriere della Sera, del 1 novembre 2015.

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