Quanto ci costa lasciare andare alla deriva il Mezzogiorno

Le debolezze del Mezzogiorno sono ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.

Fra i sociologi del mondo anglosassone circola una battuta: nel Sud è tutto diverso e in genere non funziona. La «legge» vale in ogni Paese e, naturalmente, è solo uno scherzo. Chissà quante volte, però, pensieri simili sono venuti in mente ai turisti che questa estate hanno invaso il nostro Mezzogiorno (migliore stagione dall’inizio della crisi). Ad esempio a quelli che non hanno potuto fare il bagno nella penisola sorrentina dopo gli acquazzoni di agosto, per divieto di balneazione. O agli sventurati che hanno preso il treno per andare da Napoli a Bari: 260 km, minimo quattro ore con cambio. Casistica e aneddoti potrebbero continuare all’infinito. E per ciascuno sarebbe facile opporre contro-esempi: non solo sui paesaggi o la cucina, ma anche sul funzionamento di qualche infrastruttura, dalla metropolitana di Napoli all’aeroporto di Catania. La cronaca fornisce del resto ogni giorno uno spaccato dell’estrema polarità, in negativo e in positivo, di quest’area d’Italia.

Il dibattito sul Sud deve oggi liberarsi completamente dai luoghi comuni, dalla rassegnazione gattopardesca, dall’illusione che i persistenti contrasti interni siano in realtà un valore. Siamo di fronte a un fallimento storico di proporzioni enormi, che coinvolge élite politiche di ogni colore e grandissima parte della classe dirigente meridionale. Non sembra esagerato dire che le debolezze di questa metà dell’Italia restano ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.
In nessun Paese Ue i dati medi sono così fuorvianti come da noi. Prendiamo i tassi di crescita. Al Nord la recessione è finita nel 2014. Il Pil di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna veleggia quest’anno verso un incremento di almeno un punto e mezzo, un tasso «tedesco», superiore a quello di Francia, Austria, Olanda, persino della stizzosa Finlandia. Dal 2008, le regioni del Sud non sono invece mai uscite dalla recessione (neppure nel 2010-2011) ed è possibile che non ne escano neppure quest’anno.

 Il confronto con la Spagna è particolarmente imbarazzante. Dal 2010 la Commissione Ue misura il grado di sviluppo e di competitività di tutte le regioni. In Italia la prima è la Lombardia, al 128 posto, mentre in Spagna è la Catalogna, posto 141. Subito dopo vengono le altre regioni italiane del Nord, molto più sviluppate e competitive delle altre regioni spagnole. Nel Sud la gerarchia s’inverte. La peggior regione in Spagna è l’Estremadura, al posto 223. Quasi tutto il nostro Sud sta sotto (l’ultima è la Sicilia al 235, peggio di Ceuta e Melilla). Il confronto diventa ancora più allarmante in senso dinamico. Dal 2010 in poi il divario fra i due Paesi ha continuato ad allargarsi.

Disastrose in sé, queste tendenze stanno innescando meccanismi destinati ad aggravarle. Una regione che dà segni di vitalità attrae risorse dall’esterno; una che declina non ne attrae e anzi finisce per depauperarsi ulteriormente. Pensiamo ai diplomati più bravi. Nel Sud uno studente su quattro sceglie una Università del Centro-Nord e tende a non tornare dopo la laurea. Il quadro spagnolo è molto più virtuoso. Le Università pubbliche hanno il numero programmato e la mobilità interregionale è alta. Ma gli atenei andalusi hanno tassi di copertura dei propri posti appena più bassi di quelli della Catalogna o di Madrid. Non c’è «drenaggio» di cervelli da Sud a Nord.

La politica per il Mezzogiorno deve urgentemente entrare nell’agenda di governo. Il dibattito sulle possibili soluzioni ha molte voci. L’ultimo rapporto della Svimez fornisce la fotografia più aggiornata dei problemi ed è ricca di spunti propositivi. In un recente volume, Dario Di Vico e Gianfranco Viesti si sono confrontati su due diverse opzioni di politica economica: una più liberista (Di Vico), una più programmatoria (Viesti). Quest’ultimo ha provocatoriamente suggerito di «abolire il Mezzogiorno» come destinatario di politiche straordinarie. Ma il Sud non può sparire come priorità nazionale. Nel 2013 è stata istituita una Agenzia per la coesione territoriale, che ha molto faticato a diventare operativa. Ora sta reclutando una quarantina di esperti. È un buon segnale. Ma per cambiare passo servono impegni e sforzi davvero eroici. Che non sembrano purtroppo all’orizzonte.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 settembre 2015

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