Ciò che Tsipras (non) dice all’Europa. E poi ai Greci.

La vittoria elettorale di Syriza è stata salutata con simpatia da molti settori della sinistra europea e italiana in particolare: un trionfo della democrazia contro la tecnocrazia, la difesa del welfare contro l’austerità neo-liberista. Nell’intervista di ieri al Corriere, Tispras ha indossato i panni del cavaliere solitario in guerra contro l’ingiustizia, lanciando bordate non solo contro la Commissione e la Germania, ma anche con i suoi colleghi sud-europei, colpevoli di fingere che i torti subiti dalla Grecia non li riguardino pur di tranquillizzare i mercati finanziari.

Alcuni giudizi espressi dal  Primo Ministro di Atene non sono privi di fondamento. Le condizioni che la Troika (ora ridefinita come Gruppo di Bruxelles) ha imposto al suo paese a partire dal 2010 sono state molto severe e intransigenti, troppo focalizzate sui tagli di bilancio e insensibili alle esigenze della crescita.

Sorprendono però quasi tutte le critiche di Tsipras alle attuali proposte UE.  Chi conosce i documenti sa che nessuno, ma proprio nessuno sta chiedendo alla Grecia di “abolire le pensioni più basse e i sussidi che riguardano i cittadini più poveri”.  L’invito è semmai quello di riformare un sistema sperequato a favore dei redditi più alti,  che ancora consente ai dipendenti pubblici di andare in pensione anticipata prima dei 55 anni (costo: 1 miliardo e mezzo di euro l’anno, quasi un punto di PIL, solo per queste pensioni). A gennaio sarebbe dovuta entrare in vigore una riforma che avrebbe, fra l’altro,  rafforzato le pensioni più basse . Tsipras ha “ucciso” (parole sue) questa riforma. Quanto ai sussidi ai  più poveri, la Commissione invita la Grecia a razionalizzare gli strumenti esistenti  e a introdurre un reddito minimo garantito.  Il Ministro per gli affari sociali ha risposto che il reddito minimo “è roba da Africa” e che il governo vuole procedere con altre misure.  Intanto, una delle prime mosse del nuovo governo è stata la firma di un generoso contratto per i dipendenti della DEPA (equivalente greco dell’Enel). E nel Ministero delle Finanze sono stati ri-assunti centinaia di addetti alle pulizie, con tanto di indennità aggiuntiva. Prima della ri-assunzione, una cooperativa esterna puliva il palazzo con trenta persone.  Gli esempi potrebbero continuare. Il punto da sottolineare è, tristemente, questo: Tsipras e Varoufakis fanno prediche “di sinistra” quando parlano all’Europa, ma in casa propria sono schierati a difesa di uno status quo che avvantaggia selezionate categorie di lavoratori del settore pubblico, altamente sindacalizzate,  e del mondo professionale piccolo-borghese.

C’è da sperare che le sinistre europee sappiano prendere bene le misure al fenomeno Syriza: un misto di radicalismo anni Settanta e di nazionalismo euroscettico. Come ha spiegato Manos Matzaganis in un lucido contributo sul sito Openemocracy.net, questo partito affonda le sue radici  nella persistente polarizzazione ideologica e nel populismo etnocentrico della cultura politica greca, causa ed effetto, al tempo stesso, dei ritardi di modernizzazione di questo paese.

In Grecia c’è davvero un’emergenza sociale e la UE ne è parzialmente responsabile. Ma il welfare ellenico era un iniquo colabrodo già molto prima della crisi. La Commissione UE ha ragione da vendere quando chiede di riformarlo.

Salvare la Grecia conviene a tutti. Tsipras ne è consapevole e per questo ha tirato così a lungo la corda. Ma restare nella famiglia UE significa anche rispettarne le regole. Prima fra tutti, quella di mantenere un legame “decente” fra ciò che si dice e ciò che si fa.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 giugno 2015

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