Come diventare un Paese dove conviene davvero investire

Fca propone una politica salariale che collega la realizzazione del suo piano alle retribuzioni. È una scommessa sulla capacità di diventare un luogo sul quale ha ancora senso puntare: e a farla dobbiamo essere tutti

L’ad di Fca Sergio Marchionne in visita allo stabilimento di Termoli (Ansa)
L’ad di Fca Sergio Marchionne in visita allo stabilimento di Termoli (Ansa)
La nuova politica retributiva che Sergio Marchionne ha proposto ai sindacati segna un punto di svolta importante per le nostre relazioni industriali, e non solo per queste. Si va infatti molto al di là dei tradizionali premi di produzione contrattati a livello aziendale, già in uso d a tempo. L’obiettivo è più ambizioso: collegare in modo strategico la realizzazione del piano industriale di Fiat Chrys ler automobiles (Fca) alle retribuzioni dei suoi dipendenti. In base a criteri trasparenti: efficacia produttiva e risultati economici. Coinvolgendo tutti gli stabilimenti italiani del gruppo (quasi cinquantamila dipendenti). Per un periodo di quattro anni: 2015-2018. Non più un semplice esperimento locale o settoriale, insomma, ma l’adozione di un vero e proprio «sistema», per il quale Fca mette a disposizione risorse fino a 600 milioni.

La fusione tra Fiat e Chrysler, perfezionata nel gennaio dello scorso anno, ha suscitato comprensibili timori: molti l’hanno vista come un disimpegno nei confronti dell’Italia da parte del suo più grande «campione» industriale. Valutandola senza pregiudizi, la proposta Marchionne smentisce però almeno in parte questi timori e può essere letta, invece, come una triplice scommessa.
Una scommessa, innanzitutto, sulla capacità del lavoro italiano di restare competitivo nel mondo, applicando gli standard del cosiddetto World class manufacturing, il modo più avanzato oggi per organizzare la produzione di auto. E condividendo gli obiettivi economici del gruppo, ai quali è legata una quota significativa di retribuzione.

Una scommessa, poi, sulla possibilità di instaurare relazioni industriali collaborative, più in linea con quelle dei Paesi con cui competiamo, a cominciare dalla Germania. Fra azienda e sindacato la divergenza d’interessi è naturale e fisiologica. È però la cornice all’interno della quale si negozia che fa la differenza. Deve esserci una consapevolezza dei vincoli e delle opportunità di mercato, il desiderio condiviso di rispettare i primi e di sfruttare al massimo le seconde. La cornice non può più essere quella novecentesca dello scontro di classe.
La terza scommessa è la più importante e riguarda l’Italia, il suo futuro come Paese industriale, campione nella manifattura. Un luogo in cui conviene ancora produrre per la qualità del suo capitale umano e sociale, per la vitalità dei suoi territori. E dove si possono ancora fabbricare auto, comprese quelle di alta gamma, le più avanzate sul piano tecnologico .

Una decina di anni fa Forbes magazine coniò uno slogan di successo: Standort Deutschland , la Germania come luogo in cui conviene localizzare la produzione. Dietro vi era la previsione che solo la Germania, appunto, sarebbe rimasta competitiva in Europa come potenza industriale. Fra le due immagini non c’è probabilmente nessun collegamento: ma quando l’anno scorso Fca presentò il proprio piano strategico davanti a una folla di investitori, c’era una slide molto evocativa: un primo piano dell’Italia come «luogo di produzione», da cui si dipartono due grosse frecce verso il mondo. Auto prodotte in questo Paese, dove conviene ancora investire.
È questa la lettura corretta della proposta Marchionne? Ci auguriamo di sì. In questo caso, però, a scommettere dobbiamo essere tutti, non solo Fca.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 aprile 2015

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