Se l’1 per cento è più ricco del resto del mondo. I leader di Davos accorcino il grande divario

disuguaglianze

Negli anni Settanta, la «linea della diseguaglianza» si situava intorno al 60%. I due quinti più ricchi detenevano una quota di ricchezze superiore, appunto, al 40%. Ai restanti tre quinti andava invece proporzionalmente di meno. Si trattava, come si diceva allora, dei «meno favoriti».
Nei decenni successivi il divario fra ricchi e poveri è costantemente cresciuto. Nel 2009, il movimento Occupy Wall Street coniò un nuovo slogan: «noi siamo il 99%», ossia la stragrande maggioranza di cittadini americani costretti a pagare i costi della crisi finanziaria, distanti anni luce dall’1% di super ricchi.
Il recente rapporto di Oxfam allarga il quadro a livello globale e formula una stima ancora più fosca. Nel 2016, l’1% più abbiente della popolazione controllerà più del 50% delle ricchezze planetarie.
La diseguaglianza non è un male in sé, ma quando raggiunge le attuali vette stratosferiche diventa un problema. Come correttamente osserva Oxfam, il sistema economico non può funzionare in modo efficiente in condizioni di così marcata disparità fra individui e fra Paesi. Le società si disgregano, la politica prima o poi si infiamma.
La ragione di base per cui non possiamo accettare simili livelli di diseguaglianza è però di natura etica. Di fronte alla strage quotidiana di bambini che muoiono di fame solo perché sono nati nella parte sbagliata del mondo non possono esserci né giustificazioni né alibi. Siamo tutti responsabili.
E poi: chi ci assicura che l’enorme quantità di ricchezze possedute da quell’1% siano tutte «meritate»? In molti Paesi in via di sviluppo la politica è una macchina al servizio dei potenti e continua ad alimentare ristrette élite plutocratiche.
Spesso anche nei regimi democratici la distribuzione di redditi e ricchezze rispecchia privilegi di casta, regole non meritocratiche, manipolazioni partigiane. Viola cioè i principi basilari di qualsiasi teoria della giustizia, anche la più libertaria.
Che cosa si può fare? In teoria molto, in pratica poco. Le istituzioni globali, le uniche che avrebbero la capacità di intervenire sul campo, restano deboli e frammentate. Vi sono tuttavia margini di manovra non sufficientemente sfruttati. Oxfam propone ad esempio di affrontare nel 2015 il tema dell’armonizzazione fiscale a livello internazionale, in modo da contrastare quelle pratiche semi legali che consentono ai super ricchi di «non fare la propria parte» e addirittura di evadere le imposte dovute. Ma forse si può essere più ambiziosi e prendere impegni concreti per sostenere la campagna «fame zero» delle Nazioni Unite, volta ad eliminare la piaga della denutrizione dei bambini e di moltissime madri, soprattutto nei tanti focolai dell’Africa sub-sahariana.
Commentando le proteste di Occupy Wall Street, l’economista Joseph Stiglitz disse nel 2009 che la democrazia non può rassegnarsi ad essere «il governo dell’1%, da parte dell’1%, a favore dell’1%». L’affermazione era forse un po’ esagerata, ma il rischio è oggi reale.
Le diseguaglianze e la povertà estreme dipendono anche dal fatto che non esiste un governo mondiale e dunque è difficilissimo adottare misure minime di redistribuzione delle risorse. Laddove i governi democratici esistono, dobbiamo però contrastare in ogni modo lo spettro di una «politica dell’1%».
Dovrebbero ricordarsene i leader mondiali riuniti sotto i cieli di Davos, località di villeggiatura situata in uno dei forzieri del mondo, la Svizzera. Pare che dal Summit possano emergere impegni innovativi e ambiziosi proprio in tema di povertà e diseguaglianza.
Speriamo che siano seri, concreti e verificabili, anno dopo anno.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 20 gennaio

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