I criteri inaccessibili del giudizio dell’Ue

Deficit democratici i parametri adottati dall’Unione per il giudizio sulla nostra legge di stabilità sono poco trasparenti e privi di controllo da parte dei cittadini serve un nuovo compromesso tra tecnica e politica.

23 ottobre 2014

Pericolo scampato, almeno per ora. Dando ascolto alle argomentazioni del ministro dell?Economia Pier Carlo Padoan, l’Unione europea ha dato il via libera alla legge di stabilità. Almeno fino alla verifica del prossimo marzo, non dovremo fare ulteriori sacrifici sul fronte del deficit. Il confronto tra Roma e Bruxelles sui saldi di bilancio merita però alcune riflessioni generali sugli equilibri tra «tecnica» e politica in Europa. L?elemento chiave usato dalla Commissione per valutare i conti dei Paesi membri si chiama «deficit strutturale». In parole povere, è il saldo fra entrate e uscite pubbliche, corretto in modo da tenere conto della recessione. Per calcolarlo, la Commissione impiega metodi sofisticati, che includono la stima del «prodotto potenziale», ossia quello che l?economia italiana potrebbe generare se non ci fosse la crisi. Si tratta di un artefatto statistico. Un prodotto che non esiste non può essere osservato: è una specie di «fantasma», la cui grandezza dipende da chi lo disegna. Il metodo della Commissione è condiviso da molti esperti. Ma non da tutti (si veda in proposito il dibattito su Lavoce.info). Nei giorni scorsi Padoan ha fatto un?affermazione alquanto clamorosa: se invece del metodo Ue usassimo quello dell?Ocse, oggi l?Italia sarebbe addirittura in avanzo strutturale. Potremmo così disporre di risorse aggiuntive da destinare a lavoro e crescita. La stessa Banca centrale europea ha espresso dubbi sui metodi di stima attualmente in uso.Chi ha deciso questi metodi? Visto che i saldi di bilancio dei Paesi membri possono cambiare di svariati miliardi all?anno a seconda delle formule di calcolo, la domanda non è certo peregrina. Pur di natura tecnica, decisioni così rilevanti non possono essere prive di una qualche legittimazione democratica. Dovrebbero in altre parole essere il frutto di procedure riconducibili, in ultima analisi, ai canali della rappresentanza popolare. Se si prova a ricostruire la cosiddetta «base legale» su cui poggia la scelta dei metodi, ci si perde tuttavia in un labirinto di norme legislative e regolamenti. In un pomeriggio di ricerche, chi scrive non è riuscito a trovare il bandolo della matassa.L?impressione è che la formula di calcolo utilizzata dalla Commissione sia stata elaborata da gruppi ristretti di funzionari ed esperti. L?autorizzazione «democratica» è provenuta da una delega ex ante o da una ratifica ex post da parte del Consiglio. C?è però da chiedersi: scelte così delicate e, alla fine, discrezionali possono essere assunte ed applicate in sedi pressoché inaccessibili all?opinione pubblica? Quando sono in gioco le opportunità di vita di milioni di cittadini è giusto che le istituzioni rappresentative firmino deleghe in bianco o approvino a scatola chiusa? Che rinuncino al diritto di essere «tenute in conto» dai tecnici, di «chiedere conto» delle loro decisioni, «per conto» dei propri elettori? L?Unione europea sta perdendo il sostegno popolare anche per questa abdicazione. Forse è ora che la democrazia entri nelle torri d?avorio di Bruxelles e fronteggi i molti fantasmi che le abitano. Matteo Renzi ha esagerato a prendersela con «la banda di burocrati europei». Ma ha fatto bene a chiedere maggiore trasparenza e ad insistere per una definizione condivisa, ma politica , di cosa vuol dire «flessibilità» nell’applicazione delle regole fiscali. Certo, la politica può fare danni. Ma la tecnica non è depositaria di verità assolute, né di metodi infallibili. Le sue diagnosi poggiano sempre su qualche premessa discrezionale e proprio per questo anche le sue ricette possono risultare inefficaci e perfino causare effetti perversi: ad esempio impedire la ripresa economica per un eccesso di austerità. Solo un nuovo compromesso fra politica e tecnica può oggi salvare l?Ue. Soprattutto se ci si propone (come sarebbe auspicabile) di trasferire a Bruxelles maggiori quote di sovranità. L?Europa ha un disperato bisogno di crescita e lavoro. Ma se vuole riavvicinarsi ai cittadini e combattere i populismi, deve essere in grado di darsi un «senso», una missione legittimante. La posta in gioco è altissima e la soluzione non può che venire dalla politica: una politica lungimirante, consigliata da una tecnica consapevole dei propri limiti.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 23 novembre (p.24)

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