Le prospettive dei buoni acquisto per il welfare

Arriva il disegno di legge per introdurli anche in Italia: possono essere una soluzione per creare servizi alle famiglie, generando lavoro e crescita
10 giugno 2014

In confronto a Paesi come la Francia o il Regno Unito, in Italia mancano circa un milione di posti di lavoro nel settore dei servizi alle famiglie. Questa stima già tiene conto, in larga misura, delle badanti e di altre forme di aiuto domestico “in nero”. Sappiamo che da noi il sistema-famiglia produce al suo interno un ampio ventaglio di servizi per i propri componenti, soprattutto per i bambini piccoli e gli anziani. Ma i numeri ci dicono che oggi tale sistema è sovraccarico. Il welfare “fai da te” non regge più, soprattutto per le madri (e sempre di più anche le figlie adulte) su cui ricadono troppi compiti. Più di 650mila donne inattive che si prendono cura dei figli minori, di adulti malati o disabili, di anziani non autosufficienti dichiarano che vorrebbero lavorare, ma non possono farlo per l’insufficienza di servizi pubblici o per l’alto costo di quelli privati. Il carico di cura che grava sulle spalle di queste donne è così intenso che molte devono comunque ricorrere ad aiuti informali. La crisi ha accentuato il problema, e così per salvaguardare un minimo di cura “professionale” per i non auto-sufficienti molte famiglie hanno dovuto ridurre i consumi, intaccare i risparmi, persino indebitarsi.

Questo deficit di servizi è un problema, ovviamente, anche per chi è occupato e non sa come conciliare responsabilità lavorative e familiari. È da notare che in Italia non mancano solo fornitori di “cura”, ma anche professionisti che offrano prestazioni “per la facilitazione della vita quotidiana”, secondo l’espressione francese. Pensiamo all’assistenza informatica, amministrativa, fisioterapica a domicilio. Oppure alle piccole riparazioni, alla manutenzione e vigilanza della casa; o ancora all’aiuto per trasporti e mobilità (bambini, anziani), alla preparazione di pasti, alle consegne a domicilio, al disbrigo di pratiche varie e così via. In altri Paesi sono disponibili ed economicamente abbordabili servizi di facilitazione che noi neppure ci immaginiamo (provate a consultare il sito chez-vouz.com). La promozione di un moderno settore di “neo- terziario sociale” potrebbe generare molti circoli virtuosi: più occupazione per giovani e donne, più opportunità di scelta e consumo, più conciliazione fra casa e lavoro, più libertà e più tempo a disposizione. Siccome gran parte dei vantaggi andrebbe alle donne, potrebbe finalmente scattare quella “molla rosa” pronta a dare impulso alla crescita economica grazie al fattore D: il lavoro e il talento femminili.

Quali misure occorrono per muovere in questa direzione? Dati i vincoli di bilancio (e i noti problemi di inefficienza e rigidità), il settore pubblico non può essere la soluzione. Il mercato privato, da solo, non basta: per la maggior parte delle famiglie i suoi servizi (pensiamo ai nidi o alle case di cura) sono troppo cari. In altri Paesi (Francia, Belgio, Regno Unito) si è però trovata la soluzione: un sistema di voucher, di buoni-acquisto convenienti per chi compra e per chi vende (privati o terzo settore) grazie a un sussidio pubblico incorporato nel buono e ad agevolazioni fiscali (come l’abbattimento Iva). Un esempio emblematico di secondo welfare, insomma. Dopo l’introduzione del cosiddetto Cesu (il voucher, appunto), nel 2005, in Francia sono nate circa 10.000 nuove piccole società di servizi e sono stati creati più di 100 mila posti di lavoro solo nei primi dodici mesi. Anche in Italia si parla da tempo di voucher e molte regioni l’hanno già sperimentato. Occorre però una misura nazionale di ampio respiro, sennò la “molla” non scatta. Finalmente, le acque si stanno muovendo.

L’11 giugno è stato infatti presentato in entrambi i rami del Parlamento un disegno di legge per l’istituzione di un voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia (clicca qui per scaricare il pdf), che il Governo farebbe bene a recepire a fine giugno nell’ambito della cosiddetta “riforma del Terzo Settore” (le linee guida presentate lo scorso 13 maggio, tra l’altro, al punto 26 parlano esplicitamente di disciplina sperimentale del “voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia”, come strumento di infrastrutturazione del “secondo welfare”, ndr). Quanto costerebbe questa misura? Secondo le stime del Censis, il primo anno lo Stato dovrebbe mettere sul piatto circa 1 miliardo e 300 milioni. A regime, il costo salirebbe a circa 3 miliardi e mezzo all’anno. Queste cifre non tengono però conto del maggiore gettito prodotto dai circoli virtuosi: Irpef, Iva e contributi sociali sulla nuova occupazione (regolare), gettito da settori limitrofi (cultura, intrattenimento, servizi alle imprese), risparmi su prestazioni pubbliche di assistenza e disoccupazione. Questi effetti si sono già prodotti negli altri Paesi, non sono “trucchi”. Considerando il saldo netto fra uscite e entrate dello Stato, a regime il voucher costerebbe di fatto meno di 700 milioni l’anno, invece dei 3 miliardi e mezzo. Bisogna, ovviamente, trovare i soldi per l’investimento iniziale: gli effetti benefici sono ritardati nel tempo (almeno un paio d’anni). La cifra non è certo proibitiva e la si potrebbe sostenere con ricalibrature interne della spesa sociale. 

C’è però anche un’altra possibilità: l’Unione Europea. Non penso tanto ai fondi di coesione, quanto a un’iniziativa più ambiziosa: un “contratto” da proporre a Bruxelles. Consentiteci di sforare il deficit di uno “zero virgola” nel 2015 per realizzare la riforma. Di più, aiutateci anche voi a migliorare il nostro progetto, ad effettuare monitoraggio e valutazione (così siete certi che non imbrogliamo). Si sta per aprire il semestre di Presidenza italiana della Ue. L’iniziativa che suggerisco sarebbe una emblematica conferma che il nostro Paese sta davvero facendo i compiti a casa. Quelli che servono per la famosa “crescita inclusiva”. Una riforma utile, valorizzata e sostenuta da un’Europa utile.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 10 giugno 

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