La rivincita dei mestieri, frutto felice della crisi

Iniziative volte a insegnare ai giovani mestieri vecchi e nuovi
27 settembre 2014

Sta tornando di moda una parola antica: mestiere. La genealogia è nobile, viene dal latino ministerium, ossia servizio pubblico, ufficio. Dal Medioevo all’età moderna, mestiere significò «esercizio di un’arte». Nella seconda metà del Novecento la parola si è svilita. Il lavoro nobile è diventato «professione», il mestiere un’attività ripetitiva, faticosa. Con la proliferazione dei contratti precari e dei mini jobs, il termine ha però riacquistato credito. Sono nate molte iniziative volte a insegnare ai giovani vecchi e nuovi mestieri, appunto: gelataio, orefice, mobiliere, ma anche webmaster, esperto di social media, operatore grafico.

Una delle esperienze più di successo è quella di Piazza dei Mestieri, a Torino. Si tratta di una Fondazione che offre formazione e percorsi di inserimento nel lavoro, soprattutto ad adolescenti. La «piazza» è sia un luogo reale (al centro di una ex conceria) sia ideale: una modalità di incontro e scambio fra partecipanti. Nelle aule della Fondazione negli ultimi 10 anni sono passati più o meno 3.000 ragazzi e ragazze (per la metà provenienti da famiglie disagiate). Dopo il corso, l’85% ha ottenuto un inserimento lavorativo immediato.

Dal 2011 Piazza dei Mestieri ha aperto una sede a Catania, che ha già coinvolto 400 giovani. La settimana prossima a Torino la Fondazione celebra il proprio decennale: ne ha senz’altro ragione. Iniziative simili stanno diffondendosi anche nell’istruzione superiore. In Brianza ha aperto una scuola di specializzazione per il settore legno-arredo. A Pollenzo si allevano chef di eccellenza mondiale. Il rafforzamento della formazione «di mestiere» è condizione indispensabile per risolvere il dramma della disoccupazione giovanile. E si tratta di una sfida per tutti: governo, imprese, sindacati e organizzazioni della società civile.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 27 settembre

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